Scritto per noi da
Jihad Samhat*
Il 31 luglio ho partecipato ad un viaggio che mi resterà impresso nella mente
tutta la vita. Tutto è iniziato la mattina del giorno successivo al massacro di
Cana. Era il primo giorno della “interruzione degli attacchi aerei per 48 ore”
(che non c’è mai stata). Alcuni giornalisti mi hanno chiesto di unirmi a loro
in un viaggio attraverso il sud devastato dalla guerra, con destinazione Bint
Jbeil e ritorno.

Quella è un’area del Libano meridionale che conosco molto bene, perché abbiamo
eliminato da quella zona un gran numero di mine israeliane durante gli anni passati,
nel contesto del progetto Onu Macc. Nonostante io sia cresciuto negli Stati Uniti,
quest’area ha un grande valore per me perché giace sulla strada per il paese di
mio padre, Ainata. Con la mia videocamera mini Dv digitale, abbiamo lasciato Tiro
la mattina presto e abbiamo iniziato un viaggio che normalmente durerebbe 40 minuti.
Mentre salivamo sulle gentili colline del sud del Libano, ho avuto una strana
sensazione che si è intensificata man mano che procedevamo verso sud: tutto ciò
che potevo vedere era distruzione, a destra e a sinistra. Quando abbiamo raggiunto
l’area di Al Hosh abbiamo iniziato a vedere numerosi veicoli che esponevano lenzuola
bianche che ci passavano accanto andando a nord: un intenso traffico di persone
che tentavano di fuggire dal bombardamento costante che durava ormai da 20 giorni.
A questo punto mi sono accorto del pericolo che stavamo correndo: la gente fuggiva
dai luoghi verso i quali noi eravamo diretti. Avevamo appena superato il villaggio
di Cana dove il giorno prima era avvenuto il massacro quando ci siamo imbattuti
in un grosso cratere provocato da una bomba in mezzo alla strada che conduceva
al villaggio di Sidiquin. Era impossibile superarlo, e così siamo dovuti tornare
a Cana e provare un’altra strada. Dopo aver provato alcune deviazioni, che si
sono rivelate impraticabili, abbiamo una macchina per chiedere informazioni. Ali,
il conducente del veicolo, era un lontano cugino e un amico proveniente dal villaggio
di Ainata. Ero da poco venuto a sapere da altri parenti che il fratello di Ali,
Musa, sua moglie e i suoi figli erano stati uccisi in un bombardamento israeliano
nella loro casa ad Ainata; così, l’ho immediatamente abbracciato e gli ho porto
le mie condoglianze. Mi è sembrato molto scosso e dimagrito, così gli ho chiesto
cosa facesse e dove andasse: mi ha risposto che stava tornando indietro a prendere
della gente. Così gli ho detto di stare attento: lui ha sorriso e mi ha risposto:
“Attento a cosa? Sono già morto!”. E’ partito a tutta velocità e noi l’abbiamo
seguito attraverso una tortuosa strada sterrata attraverso la valle, fino a raggiungere
il villaggio di Aetat, ormai un villaggio fantasma.

Salendo sulle colline per la strada verso Jouwaya abbiamo trovato un distributore
di benzina aperto, una cosa parecchio strana, perché tutti gli altri che abbiamo
visto erano stati bombardati; abbiamo quindi approfittato di quest’occasione per
riempire il nostro serbatoio, e abbiamo avuto l’opportunità di intervistare alcune
famiglie in fuga. Continuando a salire le morbide colline, abbiamo raggiunto un’area
chiamata Sultaniya, antistante Tibnin e abbiamo visto una famiglia di sette persone
che camminavano e ci salutavano, così ci siamo fermati per ascoltare quello che
volevano dirci. Una delle ragazze più giovani ha iniziato a gridare e a piangere
immediatamente, dicendo: “Andate a fotografare Bint Jbeil, andate a vedere cosa
ci hanno fatto!”. Abbiamo provato a calmare lei e la sua famiglia: erano tutti
traumatizzati e molto arrabbiati. Ci hanno detto che stavano camminando dalle
5 del mattino fuggendo da Bint Jbeil fino a qui, ed erano le 11. Ho capito il
perché del loro dolore: una famiglia di sette persone, tra cui una coppia di ottantenni,
due giovani donne e tre bambini, uno dei quali era un lattante, costretti a percorrere
15 chilometri in sei ore. Si lamentavano dell’inferno in cui avevano vissuto per
venti giorni e di come avessero colto l’occasione per fuggire: non avevano né
acqua né cibo e dovevano ancora camminare per dozzine di miglia prima di essere
al sicuro. Abbiamo fatto una colletta nella speranza che questo potesse aiutarli
ad andare lontano e ci siamo rimessi in cammino. Abbiamo quindi raggiunto Tibnin,
dove abbiamo trovato centinaia di persone affollate davanti all’ospedale. La maggioranza
provenivano dai villaggi circostanti: Ainata, Aytarun, Ain Ibil, Marun Alras,
Yarun, Bayt Yahun, Kounin e Bint Jbeil; tutti stavano tentando di trovare qualche
mezzo di trasporto per fuggire. Ci siamo fermati per intervistare alcuni di questi
rifugiati e abbiamo saputo che stavano attendendo dei bus sponsorizzati da Amal
(movimento sciita alleato di Hezbollah, ndr.) che dovevano portarli via. Abbiamo
dunque continuato l’ultima parte del nostro viaggio attraverso una delle aree
più devastate prima di raggiungere l’ospedale di Salah Ghandour, all’entrata di
Bint Jbeil e Ainata: era completamente deserto, tranne che per un dottore.

Ho chiesto di continuare per Ainata così da poter vedere alcuni dei membri della
mia famiglia. Quando ho raggiunto la casa, sono entrato dal cancello principale
chiamando “Abu Adeeb! Amena!”, ma nessuno ha risposto: la casa era stata pesantemente
bombardata. Mentre tornavo al cancello principale dove era parcheggiato il nostro
veicolo, ho incontrato un conoscente che mi ha detto che erano partiti per Beirut
quella mattina; mi sono sentito sollevato sapendo che stavano andando verso una
qualche sorta di sicurezza. Non siamo entrati nel villaggio perché le strade erano
impraticabili, così abbiamo fatto marcia indietro verso l’ospedale di Bint Jbeil.
Abbiamo raggiunto la strada principale che passa attraverso la cittadina e il
suq, dove ci siamo dovuti fermare a causa della grande quantità di macerie sulla
strada. La scena era indescrivibile con le sole parole: un’altra Fallujah o Jenin,
o forse peggio. La distruzione era totale, non un solo edificio era senza danni,
e alcuni erano completamente rasi al suolo o rimanevano solo alcuni muri in piedi.
Siamo stati i primi ad arrivare ma, in seguito, molti altri giornalisti hanno
iniziato ad apparire. Abbiamo parcheggiato i nostri veicoli e abbiamo iniziato
a camminare attraverso la cittadina e il suq principale; sembrava che non ci fosse
nessuno a parte noi: io e circa 20 altri giornalisti.

C’era un silenzio inquietante: mentre procedevamo attraverso le strade potevamo
occasionalmente udire solo dei tonfi e dei crepitii distanti, da altre aree dove
ancora si combatteva, e il rumore delle macerie sulle quali stavamo camminando.
Ho riconosciuto i segni sul terreno lasciati dalle bombe a grappolo, quindi ho
detto a tutti di stare attenti a dove camminavano nel caso ci fossero ancora bombe
inesplose sul terreno. A metà strada abbiamo visto i primi segni di vita, una
coppia di anziani che lasciavano il centro della città portando delle borse. Ci
siamo fermati ad intervistarli e ci hanno detto di aver vissuto sottoterra senza
vedere il sole per venti giorni, che erano sopravvissuti mangiando un lecca-lecca
al giorno perché non avevano altro, e che volevano raggiungere Beirut. Per la
strada abbiamo incontrato una signora che chiedeva aiuto; diceva che c’erano quattro
persone bloccate in un rifugio, una delle quali era un’anziana signora incapace
di camminare. Ci ha raccontato di come erano rimasti senza cibo o acqua per venti
giorni sotto i bombardamenti, e che alla fine erano stati costretti a bere dell’acqua
contaminata, e che anche quella era ormai finita. Ci ha mostrato dove erano e
abbiamo portato al nostro veicolo questa fragile donna novantenne usando un lenzuolo
come barella. Là, abbiamo scoperto che due ambulanze erano appena arrivate per
portare via i civili. Gli abbiamo detto che probabilmente ce n’erano degli altri
e di chiamare altri veicoli medici per venire a prendere tutti quelli che erano
rimasti. Siamo tornati sulla strada solo per scoprire che c’erano altri anziani
che avevano bisogno di aiuto, e così siamo andati avanti e indietro portando anziani
sulle spalle alla probabile sicurezza delle ambulanze che li avrebbero portati
lontani da quest’area devastata. Abbiamo continuato così per molte ore fino a
che abbiamo creduto che non fosse rimasto nessuno: non mi ero mai sentito così
triste nella mia vita e, durante il ritorno a Tiro, mi continuavo a chiedere,
“Perché il mondo permette che questo continui?”.

Perfino dopo le immagini del massacro di Cana la notte precedente, e la richiesta
di un cessate il fuoco immediato, il primo ministro Ehud Olmert ha chiesto alla
signora Condoleezza Rice altri 12 o 14 giorni per finire il lavoro. Per l’amor
di Dio! Non è stato versato abbastanza sangue innocente? Non sono state distrutte
abbastanza vite innocenti? Non riesce a capire che questa politica estera arrogante
e aggressiva è già stata perseguita e si è provata inefficace qui? Che sta creando
più odio verso di sé e la sua gente? Penso sia tempo che Israele e gli Stati Uniti
aprano gli occhi! La vostra politica estera non funziona! Se avesse funzionato,
ci sarebbe la pace da molto tempo! Non potete mettere il Libano in ginocchio!
Quanti più innocenti ucciderete e assassinerete, tanto più la gente si unirà contro
di voi! State seminando odio, perché qui ognuno ha perso qualcosa o qualcuno a
causa delle vostre aggressioni barbariche. Fermate questa follia! E pensate cosa
volete veramente ottenere! Non potete ottenerlo con la forza! Non potrete mai
ottenerlo con la forza! Ci avete provato molte volte, e molte volte avete fallito!
Quindi provate un’altra strada, chiamata ragionamento e diplomazia, chiamata supporto
e rispetto per gli altri. Chiamata onestà e non avidità! Credo che ciò è tutto
quello che sarà necessario e l’unica cosa che porterà alla fine ad una pace duratura.