11/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le primarie del Connecticut, una lezione. Anche per l'Italia
Scritto per noi da
Matteo Colombi
 

Mentre scrivo per PeaceReporter la televisione ronza dall’altra stanza. Sto aspettando di vedere, insieme al resto del commentariat se il Senatore del Connecticut, Joe Lieberman, uscirà sconfitto alle primarie (Lieberman è stato poi sconfitto, ndr.).

Joe LiebermanGià candidato alla vice-presidenza del Paese, l’ex-partner di Al Gore nella corsa alla Casa Bianca del 2004, ha poi seguito una linea politica sempre più filo-Repubblicana. Non ha solo votato, come Hillary Clinton e gli altri controllori della sala di comando centrista del Partito Democratico, a favore della guerra in Iraq. Lieberman si è spinto ben oltre: ha difeso apertamente e con copiosi elogi il Presidente Bush.

Al Gore è andato a Hollywood a fare film sull’effetto serra, ha divorziato dalla cupola che controlla il partito parlamentare, ed è divenuto sostenitore della rimonta di Howard Dean, diventato Segretario del partito Democratico proprio in funzione anti-cupola.

La crisi del 2004, delle elezioni scippate da Bush (e concesse dalla elìte Democratica), poi seguita dagli ulteriori strappi di dottrina e pratica dopo l’11 Settembre, ha dato vita ad una serpeggiante guerra intestina nel partito Democratico.

Gore ha attaccato la natura eversiva ed autoritaria dell’amministrazione Bush, mentre i Clinton fanno gli occhi dolci a Rupert Murdoch, e si fanno invitare a colazione dai Bush, pretendendo e concedendo legittimità ad una guerra criminale ed anticostituzionale. Hillary Clinton, che vorrebbe correre per la presidenza nel 2008, continua a criticare le modalità ma non gli obiettivi della guerra in Iraq, ed infatti è ostile ad un ritiro.
Eppure Lieberman ci ha chiesto di comprendere tutto, ha anche difeso il Presidente dalla accusa di inettitudine, accusa su cui i falchi Democratici che hanno votato la guerra si sono attestati  per pararsi dalla rabbia popolare.

Come in Italia, i centro-sinistra istituzionali fanno finta che le istanze di giustizia sociale e di pace che percorrono la società siano pulsioni estremistiche. Ormai ci siamo abituati alla assurdità del linguaggio dei potenti, ma non è solo l’accusa di estremismo che puzza; è anche quella di anacronismo, di marginalismo che è risibile.

Lieberman e Bush, sullo sfondo Hilary ClintonSemplicemente i parlamenti non rappresentano la popolazione su moltissimi temi cruciali. Lieberman è divenuto l’emblema di una autosufficienza assurda ed arrogante. Lieberman si è trovato dinanzi l’ostilità dei blogger liberali e radicali, ma questi non pungerebbero senza un contendente nelle primarie, Ned Lamont, che ha fatto della posizione del Partito Democratico e di Lieberman sull’Iraq uno dei punti cruciali della contesa. Anche sulle questioni economico-sociali Lamont, che è un imprenditore (e non un bolscevico) sta osando di più.
La prima reazione a Washington e nel campo di Lieberman è stata di sbigottimento, quando si sono accorti che questo signore non aveva più il campo spianato. E’ d’abitudine per gli incumbents essere rieletti (il tasso di rielezione viaggia attorno all’80%). L’abitudine non è alla democrazia ma al monopolio personalistico del distretto uninominale. Con la pace dei nostri politologi, come Gianfranco Pasquino, che inneggiano un giorno si e giorno no a tale sistema.

Ma la frattura nel seno della società è ormai profonda. Sotto tiro non sono solamente i Repubblicani nelle elezioni parziali del Congresso nel novembre del 2006; anche la natura e la direzione del carrozzone dei Democrats è in gioco.

La cupola del Democratic Leadership Council è livida di rabbia, e parteggia per Lieberman: vorrebbe utilizzare la crisi di fiducia nella leadership Repubblicana senza essere obbligata a smottamenti dalle proprie posizioni accomodanti nei confronti dei poteri economici forti e nei confronti del militarismo imperiale.

Quando in Italia vi si accusa di essere estremisti, quando in Italia si gioca il sordido giochetto di schiacciare il pacifismo e la democrazia sociale, dicendo che sono espressioni anacronistiche, infantilismi, proiezioni di ideologie e nostalgie, ricordatevi della battaglia che sta accadendo qui, entro il partito Democratico, perché è una battaglia di persone normali contro un’elìte violenta, disattenta e venale.

Se il 60% della popolazione è contro un intervento militare, è tenibile che solo una manciata di parlamentari su centinaia e centinaia si oppongano. O la democrazia rappresentativa rappresenta o non è nulla. La fuga verso il verticismo, l’idea di democrazia come mandato in bianco a ‘gestire’ la cosa pubblica disinformando e disattendendo l’opinione pubblica è un elitarismo ostile infatti alla democrazia.
 
Che sia una lezione anche per voi in Italia: la rivolta contro i Falchi ed i Proci nasce dalla crisi di rappresentanza che investe centro e sinistra e la si vince combattendola dal centro e dalla sinistra al contempo. Ed infatti qui negli Stati Uniti, a guidarla, troverete persone di centro e di sinistra, imprenditori dal volto umano, sindacalisti non seduti sulla poltrona, giornalisti e pensatori messi ai margini per disubbidienza, lavoratori, casalinghe. E gente che si è rotta le palle. Persone che hanno capito che non basta battere Bush ed i suoi famigli, ma bisogna democratizzare il Partito Democratico, sottrarlo alla cabala dei guerrafondai e degli opportunisti.
Ecco una lezione di cui tener conto, in Italia, in tema di Partiti Democratici. 
Categoria: Politica
Luogo: Stati Uniti