Le primarie del Connecticut, una lezione. Anche per l'Italia
Scritto per noi da
Matteo Colombi
Mentre scrivo per
PeaceReporter la televisione ronza dall’altra stanza. Sto
aspettando di vedere, insieme al resto del commentariat se il
Senatore del Connecticut, Joe Lieberman, uscirà sconfitto alle
primarie (Lieberman è stato poi sconfitto, ndr.).

Già candidato
alla vice-presidenza del Paese, l’ex-partner di Al Gore nella corsa
alla Casa Bianca del 2004, ha poi seguito una linea politica sempre
più filo-Repubblicana. Non ha solo votato, come Hillary Clinton e gli
altri controllori della sala di comando centrista del Partito
Democratico, a favore della guerra in Iraq. Lieberman si è spinto ben oltre:
ha difeso apertamente e con
copiosi elogi il Presidente Bush.
Al Gore è
andato a Hollywood a fare film sull’effetto serra, ha divorziato
dalla cupola che controlla il partito parlamentare, ed è
divenuto sostenitore della rimonta di Howard Dean, diventato
Segretario del partito Democratico proprio in funzione anti-cupola.
La crisi del 2004,
delle elezioni scippate da Bush (e concesse dalla elìte
Democratica), poi seguita dagli ulteriori strappi di dottrina e
pratica dopo l’11 Settembre, ha dato vita ad una serpeggiante
guerra intestina nel partito Democratico.
Gore ha attaccato la
natura eversiva ed autoritaria dell’amministrazione Bush, mentre i
Clinton fanno gli occhi dolci a Rupert Murdoch, e si fanno invitare a
colazione dai Bush, pretendendo e concedendo legittimità ad
una guerra criminale ed anticostituzionale. Hillary Clinton, che
vorrebbe correre per la presidenza nel 2008, continua a criticare le
modalità ma non gli obiettivi della guerra in Iraq, ed infatti
è ostile ad un ritiro.
Eppure Lieberman ci ha chiesto di
comprendere tutto, ha anche difeso il Presidente dalla accusa di
inettitudine, accusa su cui i falchi Democratici che hanno votato la guerra
si sono attestati per pararsi dalla rabbia popolare.
Come in Italia, i
centro-sinistra istituzionali fanno finta che le istanze di giustizia
sociale e di pace che percorrono la società siano pulsioni
estremistiche. Ormai ci siamo abituati alla assurdità del
linguaggio dei potenti, ma non è solo l’accusa di estremismo
che puzza; è anche quella di anacronismo, di marginalismo che è
risibile.

Semplicemente i
parlamenti non rappresentano la popolazione su moltissimi temi
cruciali. Lieberman è divenuto l’emblema di una
autosufficienza assurda ed arrogante. Lieberman si è trovato
dinanzi l’ostilità dei blogger liberali e radicali, ma
questi non pungerebbero senza un contendente nelle primarie, Ned
Lamont, che ha fatto della posizione del Partito Democratico e di
Lieberman sull’Iraq uno dei punti cruciali della contesa. Anche
sulle questioni economico-sociali Lamont, che è un
imprenditore (e non un bolscevico) sta osando di più.
La prima reazione a
Washington e nel campo di Lieberman è stata di sbigottimento,
quando si sono accorti che questo signore non aveva più il
campo spianato. E’ d’abitudine per gli incumbents essere
rieletti (il tasso di rielezione viaggia attorno all’80%).
L’abitudine non è alla democrazia ma al monopolio personalistico
del distretto uninominale. Con la pace dei nostri politologi, come
Gianfranco Pasquino, che inneggiano un giorno si e giorno no a tale
sistema.
Ma la frattura nel
seno della società è ormai profonda. Sotto tiro non
sono solamente i Repubblicani nelle elezioni parziali del Congresso
nel novembre del 2006; anche la natura e la direzione del carrozzone
dei Democrats è in gioco.
La cupola del
Democratic Leadership Council è livida di rabbia, e parteggia
per Lieberman: vorrebbe utilizzare la crisi di fiducia nella
leadership Repubblicana senza essere obbligata a smottamenti dalle
proprie posizioni accomodanti nei confronti dei poteri economici
forti e nei confronti del militarismo imperiale.
Quando in Italia vi
si accusa di essere estremisti, quando in Italia si gioca il sordido
giochetto di schiacciare il pacifismo e la democrazia sociale,
dicendo che sono espressioni anacronistiche, infantilismi, proiezioni
di ideologie e nostalgie, ricordatevi della battaglia che sta
accadendo qui, entro il partito Democratico, perché è
una battaglia di persone normali contro un’elìte violenta,
disattenta e venale.
Se il 60% della
popolazione è contro un intervento militare, è tenibile
che solo una manciata di parlamentari su centinaia e centinaia si
oppongano. O la democrazia rappresentativa rappresenta o non è
nulla. La fuga verso il verticismo, l’idea di
democrazia come mandato in bianco a ‘gestire’ la cosa pubblica
disinformando e disattendendo l’opinione pubblica è un
elitarismo ostile infatti alla democrazia.
Che sia
una lezione anche per voi in Italia: la rivolta contro i Falchi ed i
Proci nasce dalla crisi di rappresentanza che investe centro e
sinistra e la si vince combattendola dal centro e dalla sinistra al
contempo. Ed infatti qui negli Stati Uniti, a guidarla, troverete persone di
centro e di sinistra, imprenditori dal volto umano, sindacalisti non
seduti sulla poltrona, giornalisti e pensatori messi ai margini per
disubbidienza, lavoratori, casalinghe. E gente che si è rotta
le palle. Persone che hanno capito che non basta battere Bush ed i
suoi famigli, ma bisogna democratizzare il Partito Democratico,
sottrarlo alla cabala dei guerrafondai e degli opportunisti.
Ecco
una lezione di cui tener conto, in Italia, in tema di Partiti
Democratici.