Vi mando questo messaggio da Israele, piccolo tentativo per
farvi capire che cosa proviamo noi in questa terra del latte del miele e del
sangue. Io sono il padre di Daniel, che combatte in Libano già da più di una
settimana. Sei dei suoi amici sono già morti dall'inizio del conflitto, ragazzi
normali che amavano la vita e i divertimenti e avevano gli stessi sogni di qualsiasi
ragazzo europeo.

Uno di loro era Itamar, un ragazzo di un
moshav
vicino a casa mia, con la passione per le macchine, per questo era autista di
un carro armato che un razzo ha preso in pieno. Sono stato al suo funerale
venerdì. Il padre ha aperto il corteo funebre davanti alla camionetta
dell'esercito con il feretro, guidando un fuoristrada rosso nuovo di zecca che
aveva
comprato per il figlio e che Itamar non guiderà più. Mia moglie non ha smesso
di piangere come una fontana per tutta la cerimonia pensando a nostro figlio
che non è venuto a casa già da prima della guerra e che non vediamo da ‘solo’
tre
settimane, avendo, nella prima fase della guerra, sfidato il destino e, saliti
sulla macchina, siamo andati a trovarlo sul fronte al confine del Libano sotto
un bombardamento di katiusha lanciati dagli Hezbollah sugli insediamenti civili
a ridosso del confine e forniti da Siria e Iran, note ‘democrazie amiche’ dell'Occidente.
Noi lottiamo oggi per la nostra esistenza fisica e per quella, domani, di tutto
il mondo occidentale. Questo gli opulenti paesi europei non lo vogliono capire,
offuscati dai fumi del petrolio che tanto fra un po' di anni finirà, o forse
preoccupati dalle grosse comunità musulmane ormai presenti in tutti i paesi.
Israele non ha scelta: già da 60 anni combatte per la sua esistenza
e continuerà farlo nonostante il mancato appoggio dei paesi che naturalmente
dovrebbero essere suoi alleati. Ma non preoccupatevi, il fondamentalismo
islamico è già in Europa e ha già lasciato i suoi dolorosi segni in Inghilterra
e Spagna e, prima o poi, anche negli altri paesi. Chi vi parla è membro di un
partito della sinistra israeliana da sempre a favore del dialogo tra i popoli
della regione e della creazione di uno stato palestinese e così è mio figlio,
Daniel, impegnato fin da ragazzino per il sociale e per la pace, che oggi imbraccia
un fucile per difendere sua sorella, sua madre, suo padre, i suoi amici e i
suoi connazionali. Mi dimenticavo di dirvi che siamo italiani (milanese io e
romana mia moglie) e, come noi, centinaia di connazionali che hanno lasciato la
comoda
vita italiana non dormono da settimane pensando al figlio, fratello, nipote
impegnato al fronte. Se volete sono disposto a mandare un commento quotidiano
e
forse capirete un po' meglio la realtà israeliana distorta dal prisma difettoso
dalla maggior parte dei mass-media italiani ed europei.