09/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Iniziato il processo all'agente Cia che in Afghanistan picchiò a morte un giovane prigioniero
E’ cominciato a Raleigh, nel North Carolina, il processo contro l’agente della Cia David Passaro, accusato di aver picchiato a morte un prigioniero di guerra in Afghanistan. E’ il primo procedimento del genere contro un civile: finora solo i militari erano finiti sotto accusa. Se la giuria popolare lo riterrà colpevole, il giudice Terrence Boyle lo potrà condannare a 40 anni di prigione e a una multa da un milione di dollari.
 
Un prigioniero afganoUcciso con un calcio tremendo tra le gambe. Quarant’anni, ex Berretto Verde, Passaro nel 2003 era stato assunto dalla Cia come “interrogatore” di prigionieri di guerra e inviato in Afghanistan, per la precisione in uno sperduto avamposto dell’esercito Usa sulle montagne della provincia orientale di Kunar.
Il 19 giugno 2003, l’agente Passaro si trovò per le mani un prigioniero, un ragazzo afgano di 28 anni, Abdul Wali, sospettato di essere il responsabile del lancio di razzi che da giorni venivano sparati dai talebani contro la piccola base Usa.
Secondo il procuratore Pat Sullivan, Passaro interrogò il ragazzo picchiandolo ferocemente, con calci, pugni e con una grossa torcia elettrica usata a mo’ di manganello. Lo picchiò per tutto il giorno. E di nuovo il giorno dopo, il 20 giugno, quando gli sferrò un calcio fortissimo fra le gambe, rompendogli addirittura le ossa del bacino. Durante la notte, Abdul Wali urinò sangue. Passaro tornò nella sua cella, e lo picchiò ancora. Il giorno dopo, il 21 giugno, l’afgano morì.
 
George Tenet e Alberto GonzalesLa difesa chiama in ballo Cia e Governo. La linea difensiva dell’avvocato difensore di Passaro, Joe Gilbert, era quella di dimostrare che il suo assistito non aveva fatto altro che “eseguire degli ordini”. E per dimostrarlo, aveva chiesto il permesso di ascoltare al processo l’allora direttore della Cia, George Tenet, e l’ex consiglieri della Casa Bianca Alberto Gonzales, ora ministro della Giustizia, e di portare come prova documenti riservati nei quali il ministero della Giustizia dava alla Cia le direttive su come interrogare i prigionieri di guerra. Ma il giudice Boyle ha detto di no, cedendo alle pressioni del governo e della Cia, che vogliono rimanere fuori da questo imbarazzante processo: Passaro deve risultare il classico “caso isolato”, uno che ha sbagliato da solo, non l’ingranaggio di un sistema.
Per le autorità afgane, una dura sentenza di condanna costituirebbe comunque “un buon esempio”.
E’ vero. Ma David Passaro finirà con l’essere, comunque, solo un capro espiatorio.
 

Enrico Piovesana

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