Iniziato il processo all'agente Cia che in Afghanistan picchiò a morte un giovane prigioniero
E’ cominciato a Raleigh, nel North Carolina, il processo
contro l’agente della Cia David Passaro, accusato di aver picchiato a morte un
prigioniero di guerra in Afghanistan. E’ il primo procedimento del genere
contro un civile: finora solo i militari erano finiti sotto accusa. Se la
giuria popolare lo riterrà colpevole, il giudice Terrence Boyle lo potrà condannare
a 40 anni di prigione e a una multa da un milione di dollari.
Ucciso con un calcio
tremendo tra le gambe. Quarant’anni, ex Berretto Verde, Passaro nel 2003
era stato assunto dalla Cia come “interrogatore” di prigionieri di guerra e
inviato in Afghanistan, per la precisione in uno sperduto avamposto dell’esercito
Usa sulle montagne della provincia orientale di Kunar.
Il 19 giugno 2003, l’agente Passaro si trovò per le mani un prigioniero,
un ragazzo afgano di 28 anni, Abdul Wali, sospettato di essere il responsabile
del lancio di razzi che da giorni venivano sparati dai talebani contro la
piccola base Usa.
Secondo il procuratore Pat Sullivan, Passaro interrogò il
ragazzo picchiandolo ferocemente, con calci, pugni e con una grossa torcia elettrica
usata a mo’ di manganello. Lo picchiò per tutto il giorno. E di nuovo il giorno
dopo, il 20 giugno, quando gli sferrò un calcio fortissimo fra le gambe, rompendogli
addirittura le ossa del bacino. Durante la notte, Abdul Wali urinò sangue.
Passaro tornò nella sua cella, e lo picchiò ancora. Il giorno dopo, il 21
giugno, l’afgano morì.
La difesa chiama in
ballo Cia e Governo. La linea difensiva dell’avvocato difensore di Passaro,
Joe Gilbert, era quella di dimostrare che il suo assistito non aveva fatto
altro che “eseguire degli ordini”. E per dimostrarlo, aveva chiesto il permesso
di ascoltare al processo l’allora direttore della Cia, George Tenet, e l’ex
consiglieri della Casa Bianca Alberto Gonzales, ora ministro della Giustizia,
e
di portare come prova documenti riservati nei quali il ministero della
Giustizia dava alla Cia le direttive su come interrogare i prigionieri di
guerra. Ma il giudice Boyle ha detto di no, cedendo alle pressioni del governo
e della Cia, che vogliono rimanere fuori da questo imbarazzante processo: Passaro
deve risultare il classico “caso isolato”, uno che ha sbagliato da solo, non l’ingranaggio
di un sistema.
Per le autorità afgane, una dura sentenza di condanna
costituirebbe comunque “un buon esempio”.
E’ vero. Ma David Passaro finirà con l’essere, comunque, solo
un capro espiatorio.