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Il
vecchio dottor Sultan Magomadov ha 74 anni, gli occhi azzurri come il
cielo e i capelli bianchi come la neve. Il suo passatempo preferito è
andare in giro per Grozny a cercare libri tra le macerie delle case
distrutte dalle bombe. Con le sue dita sottili, questo medico
settantaquattrenne rovista tra calcinacci, tubature contorte e
suppellettili di ogni genere facendo attenzione a non sporcare la sua
camicia appena stirata e a non incappare nelle mine antiuomo che
infestano la città. Se gli va bene dissotterrerà un vecchio libro di
medicina, o una raccolta di novelle di Tolstoj. Nuovi pezzi per la sua
libreria di casa. Per colpa della guerra, Sultan ha perso quasi tutto
quello che possedeva e ora sta ricostruendo la sua vita, iniziando
dalla propria libreria.
Mescolate alla terra di Grozny ci sono le ceneri e la polvere del suo
passato. Camminando per le strade non asfaltate, piene di buche e di
sporcizia, Sultan calpesta quelli che erano tappeti e quadri, album di
famiglia, bibbie e corani distrutti. Le vie attraversano campi coperti
da
erbacce e macerie che una volta erano
biblioteche, musei, istituti di
cultura. Oggi Grozny è una città spettrale, un immenso cumulo di
macerie, una distesa di edifici diroccati e scalcinati, ridotti a tetri
scheletri di cemento. Nella città non c’è acqua corrente e l’energia
elettrica arriva solo in pochi quartieri. Andando in giro non si
incontra quasi nessuno. L’unica presenza evidente è quella minacciosa
dei soldati russi in mimetica armati fino ai denti. I loro posti di
blocco sono ovunque e la gente ne ha paura. Nessuno lo direbbe, ma nei
condomini diroccati di Grozny vivono, o meglio, sopravvivono,
duecentomila persone. Addentrandosi tra le rovine di cemento si
scoprono tracce di vita del tutto
inaspettate, insediamenti di persone che cercano di ricreare una parvenza di vita
normale.
Sultan e sua moglie Zainap sono tra questi. Da fuori il loro palazzo sembra deserto,
abbandonato. Ma quattro dei dodici appartamenti di cui è composto sono
di nuovo abitati dai vecchi inquilini scappati dopo l’invasione russa
del ‘99. Quando, nel marzo 2000, sono tornati a casa da un campo
profughi in Inguscezia, i coniugi Magomadov l’hanno trovata in uno
stato pietoso. Due stanze erano distrutte da una missile che aveva
centrato il loro piano: le hanno murate. Le altre pareti erano un
colabrodo a causa dei fori dei proiettili d’artiglieria: le hanno
ricoperte con una carta da parati a righe bianche e argento, l’unica
che hanno trovato; ma almeno i buchi non si vedono più. I vetri alle
finestre erano in frantumi: li hanno rimpiazzati con teli di plastica
trasparente. Nella sala da pranzo
campeggiano gli unici tre mobili
sfuggiti agli sciacalli che imperversano nelle abitazioni abbandonate:
un vecchio frigorifero, una sedia a dondolo di vimini e la libreria di
legno, piena dei libri di Sultan. La finestra è ornata da una
tovaglia usata come tenda e da un piccolo vaso di violette, fuori, sul
davanzale. Sultan ha riparato le condutture del gas e dell’elettricità
usando pezzi di tubi trovati in giro per la città. Ma l’acqua manca.
Zainap, nonostante i suoi sessantasei anni, due volte al giorno va in
un campo dietro casa, che una volta era un giardino e oggi è un fangoso
acquitrino. Lì è rimasta intatta una fontanella pubblica. Zainap vi
riempie un secchio d’acqua e lo porta su per le quattro rampe di
scale che conducono al loro appartamento.
Sultan è fortunato perché, nonostante la sua età, ha ancora un lavoro:
un miraggio per il 70 per cento dei suoi concittadini. Lavora nel
reparto di radiologia del Policlinico numero 7, dove funziona l’unica
macchina a raggi X della città. Un
vecchio pezzo da museo che solo lui
sa usare. Nel magazzino dell’ospedale ce n’è una nuova di zecca ancora
smontata dentro la cassa d’imballaggio, dono della cooperazione
internazionale, che però nessun tecnico straniero ha mai avuto il
coraggio di venire a montare. A fare le lastre da Sultan vengono
soprattutto bambini feriti dall’esplosione delle mine (circa mille solo
a Grozny nel 2003), da proiettili vaganti (le sparatorie per strada
sono all’ordine del giorno) o da schegge di esplosivi (quotidiani anche
gli attentati dinamitardi dei ribelli separatisti contro le pattuglie
militari russe), o ancora quelli che si sono rotti un braccio o una
gamba cadendo
mentre giocano nei palazzi diroccati, luogo prediletto per i giochi di strada
dei bambini di Grozny.
Sultan e Zainap si sono conosciuti in Kazakistan, dove i loro genitori,
assieme ad altri 600mila ceceni erano stati deportati nel 1937 da
Stalin. Anzi, 400mila, perché 200mila morirono durante il viaggio,
mentre erano stipati nei carri bestiame. Dopo
essersi laureati, in
medicina lui e in odontoiatria lei, e soprattutto dopo la morte di
Stalin, alla fine degli anni Cinquanta sono tornati a Grozny, al tempo
la più grande, moderna e cosmopolita città del Caucaso settentrionale.
Sultan se la ricordava a mala pena: aveva solo sette anni quando
l’aveva lasciata. Per Zainap era la prima volta: nel ’37 lei non era
ancora nata. Dopo essersi sposati, lui ha trovato lavoro all’ospedale,
lei in una clinica dentistica. Hanno avuto dei figli e vissuto una vita
felice. Fino a quando, dopo il crollo dell’Urss e la proclamazione
dell’indipendenza cecena, la città si è trasformata in un covo di
malavita, crocevia di traffici illeciti di ogni genere. Poi, nel 1994,
arrivò la guerra. Il 26 dicembre del 1994 l’aviazione russa iniziò a
bombardare la città. Sultan e Zainap si rifugiarono con i figli nei
sotterranei di un vicino palazzo assieme ad altre tredici persone. Vi
rimasero fino all’ultimo dell’anno, primo giorno in cui non si
sentivano più i boati delle bombe. Usciti trovarono la città distrutta,
avvolta dal fumo nero e acre degli incendi, presidiata dai carri armati
e dai militari russi. La loro casa era stata colpita da
una bomba, ma era ancora abitabile.
Venti mesi dopo, nell’estate del ’96, la guerra finì, ma la pace durò
poco. Nel settembre del 1999 l’esercito russo occupò di nuovo Grozny,
questa volta con uno scopo ben preciso: raderla al suolo, isolato
per isolato, al fine di fare terra bruciata
er i guerriglieri
indipendentisti che si nascondevano nella città. E così è stato. Sultan
e Zainap questa volta sono stati costretti a scappare. Si sono
rifugiati in Inguscezia, dove hanno vissuto nelle tende di un campo
profughi finRovine3o al marzo dell’anno dopo, quando hanno deciso di
fare ritorno nella loro città. L’hanno trovata ridotta a un cumulo di
macerie. L’ospedale di Sultan era danneggiato, ma per fortuna ancora
aperto, cosicché lui ha subito ripreso a lavorare, anche se con una
paga miserrima. La clinica odontoiatrica di Zainap, invece, era
distrutta. Lei, assieme ai suoi colleghi e gli abitanti del quartiere,
l’hanno ricostruita mattone per mattone e l’hanno riaperta. Ora lei
guadagna ancor meno del marito, dato che per scelta non fanno pagare le
cure prestate ai profughi rimpatriati, vale a dire la quasi totalità
della clientela.
Sultan ha iniziato a raccogliere libri, perché secondo lui “la cultura
è la miglior cura, forse l’unica, per le sofferenze della Cecenia. Il
mio Paese – dice Sultan – non è stato distrutto dalle armi, ma
dall’ignoranza. Anche gli dèi – Sultan cita il poeta tedesco Friedrich
Shiller – sono disarmati contro la stupidità”.