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Un nuovo inizio. Lo Jacha Uru, per gli indigeni Aymara – popolo a cui
appartiene Morales - significa il giorno del principio. Ed è proprio quello che
l’Assemblea Costituente rappresenta almeno per il sessanta percento dei
boliviani, ovvero la maggioranza amerinda che vive quelle terre dalla notte dei
tempi: una speranza concreta di poter tornare a riprendere il pieno possesso di
quanto spetta loro per diritto naturale, la possibilità di riafferrare le
redini del futuro politico, economico e sociale del loro paese. La nuova
Costituzione che scaturirà da 12 mesi di camera di consiglio dovrà disegnare la
Bolivia degli Aymará e dei Quechua, degli Uru-Chipaya e dei Guaraní, di tutti
quei 36 gruppi originari che, pur in maggioranza, dalla conquista in poi hanno
vissuto in uno stato di emarginazione e sottomissione, quindi di miseria
totale. Nonostante dalla rivoluzione nazionale del 1952, gli indigeni abbiano
ottenuto alcuni diritti costituzionali, come il voto, le loro condizioni di
vita non sono mai migliorate, anzi. L’urbanizzazione e la ‘modernizzazione’
hanno addirittura cancellato l’identità culturale di molti gruppi.
Orgoglio indio. “Siamo di fronte a una refun-dacion della Bolivia –
ha sottolineato Morales riferendosi ai 255 membri della Costituente – e siamo
obbligati a comprenderci”. Il suo è un appello a cercare la via degli accordi
per consenso, metodo tradizionale Aymará, “che non è né autoritarismo né
assolutismo”, bensì la forma più equa di vegliare sugli interessi della
maggioranza. “L’Assembela Costituente – ha specificato – non esiste per
sottomettere nessuno. I popoli originari non sottometteranno nessuno,
nonostante siano stati ampiamente sottomessi; non discrimineranno nessuno,
nonostante siano stati discriminati; e giammai sfrutteranno, nonostante siamo
stai sfruttati”. Poi un auspicio, che i membri della costituente si trasformino
in “strumenti di una rivoluzione democratica e culturale di profonde
trasformazioni e siano una luce per altri popoli fratello, che lottano per
cambiare la loro storia”.
Riscatto al femminile. Risoluta nel suo discorso
inaugurale, la presidente Lazarte
ha puntato il dito contro la discriminazione cronica della donna
all’interno
del nucleo familiare, dentro i sindacati, nel mondo del lavoro e in
quello
della politica, ammettendo però che il suo esempio è, appunto, un segno
che
qualcosa sta cambiando: “La mia vita è un’amarezza, come quella di
molte donne
boliviane. Non ho studiato, perché mio padre mi disse che doveva dare
prima
l’opportunità ai miei fratelli maschi e, dalle prime sessioni
sindacali, i
compagni mi chiedevano di andarmene fuori dai piedi”. Eppure, proprio
da quei
no la Lazarteha trovato la forza per diventare dirigente delle donne
cocaleras
e ora dei coloni contadini di Santa Cruz. Una escalation fino al trono
dell’Assemblea Costituente, che grazie a lei avrà una forte impronta
femminile. E giovanile, dato che l'82 percento dei rappresentanti
eletti ha fra i 20 e i 50 anni.
Stella Spinelli