Intervista alla autrice di 'La caduta di Baghdad', storia di un ragazzo siriano volontario in Iraq
Shadi è un ragazzo siriano come tanti, uno studente
universitario di 20 anni, che lascia la casa e gli affetti per andare a
combattere in Iraq. Questa è la storia raccolta da Alessandra Persichetti,
docente di Antropologia politica all’Università di Siena, assieme ad Akeel
Almarai, nel loro libro La caduta di Baghdad, dove gli autori compiono
una scelta molto impopolare negli ultimi tempi: tentare di raccogliere un punto
di vista differente. Dopo l’11 settembre 2001 pare che il mondo possa essere
guardato solo in bianco e nero, senza sfumature. O sei di qua, o sei di là. O
portatore di democrazia o pacifista. O liberatore o terrorista. Il lavoro della
Persichetti mette in luce un cono d’ombra dell’informazione attuale:
l’umanizzazione del nemico. Considerare le ragioni dell’altro è diventato un
tabù, che questo libro infrange con coraggio, provando a portare all’attenzione
degli spettatori impotenti di un periodo così confuso anche le valutazioni di
chi viene relegato, di solito, in una posizione di non-umanità.
Qualche giorno fa, gli studenti universitari iraniani
hanno votato un documento nel quale s’impegnano a raggiungere con tutti i mezzi
a disposizione Libano e Palestina per aiutare quelle popolazioni. Ritiene
quindi che il disagio mostrato da Shadi riguardi molti giovani in Medio
Oriente? E dove avvengono particolarmente queste scelte di partecipazione
diretta?
La Siria rappresenta
il fronte più caldo, il paese più vicino all’Iraq e al Libano. Per tanti
motivi: con l’Iraq condivide tradizioni beduine e tribali e dialetti, almeno
nella parte orientale. A ovest, con il Libano, c’è il legame storico dovuto al
fatto che la Siria attuale è solo il risultato della frammentazione della
politica coloniale francese nella zona, prima la Siria e il Libano erano una
cosa sola, la grande Siria, la cosiddetta Siria naturale. Il fatto che la
maggior parte dei volontari sia partita dalla Siria rendeva solo più evidente
un fenomeno che poi sarebbe stato visibile anche in altri paesi. Pochi mesi
dopo, infatti, anche gli arabi egiziani hanno iniziato a voler partire per
andare ad aiutare gli iracheni. E poi sono iniziate le manifestazioni nei paesi
maghrebini, come il Marocco. Sicuramente c’è un cuore pulsante, quello del
Mashreq (come viene chiamato il territorio che unisce Siria, Libano, Iraq ndr),
dove questo legame è più forte, più eclatante. Ma questo panarabismo è
destinato a trovare proseliti anche nelle periferie del mondo musulmano.
Anche se non si può non sottolineare che al panarabismo si è
sostituito un panislamismo. Basta pensare all’esempio dei giovani iraniani,
come se si stesse formando un fronte sciita, mentre noi nel libro raccontavamo
di un fronte prettamente sunnita nato subito dopo l’attacco statunitense in
Iraq”.
Crede che nello sciismo esista una particolare vocazione
al martirio, inteso come estremo sacrificio per una battaglia, che ha finito
per contagiare anche le altre anime dell’Islam?
Nel saggio contenuto nel libro ho tentato di ricostruire la
tradizione eroica-tribale e di martirio sunnita e forse il fatto di non
conoscere nel dettaglio la tradizione del martirio sciita mi ha fatto scoprire
una nozione di martirio sunnita che altrimenti avrei ignorato, anche perché è
pregiudizio corrente che il martirio sia solo sciita. Sicuramente lo sciismo è
caratterizzato
in questo senso, una sorta di vittimismo che risale allo stesso evento
fondatore dello sciismo, dalla lotta interna alle varie fazioni dell’Islam.
Dalla vittoria della maggioranza sunnita comincia la storia di emarginazione,
di vittimismo e di volontà di riscossa
degli sciiti. E questa voglia latente di vendetta forse rischia di
emergere nella forma della guerra civile in Iraq o nella stessa Siria. Ed è
forse uno dei temi che suscita maggiori preoccupazioni nel Medio Oriente: se si
dovesse aprire questa fitna (discordia) all’interno dell’Islam, non so
dove andremmo a finire. La storia degli ultimi anni in Medio Oriente è un po’
la storia di una lotta per l’egemonia tra gli sciiti e i sunniti”.
Lei parla di potenziale fitna tra sunniti e sciiti,
ma non crede che la cesura più profonda che si può notare adesso nel mondo
arabo e islamico sia quella tra una classe dirigente sempre più lontana dalle
reali aspirazioni delle masse? Gheddafi, Ben Alì, Mubarak e così via,
rappresentano sempre di più solo se stessi e gli interessi occidentali?

“Qui c’è lo specchio deformante dell’Occidente, che non ci
aiuta a vedere la realtà e che crea quegli effetti di distorsione di
prospettiva per i quali l’Iraq diventa un pantano per gli Stati Uniti: si
continua a voler ignorare che le maggioranze sono islamiche e sono dalla parte
dei movimenti islamici. Si finge che i partiti cosiddetti liberali e
filo-occidentali siano una maggioranza e che gli islamici, qualora accedessero
al potere, darebbero vita a regimi. Ma la maggioranza della popolazione è dalla
loro parte. Lo scollamento tra le classi al potere e le folle islamizzate è
molto più grande di quello che vogliono farci credere”.
Un aspetto del suo lavoro che si nota particolarmente è
quello che, nel dibattito che lei riporta tra le varie anime che convivono
nella stessa famiglia, ognuna con le proprie idee, manchi totalmente il
contributo femminile. Come mai?
“Sicuramente è una società segregante. Secondo molte fatwa
le donne palestinesi, per esempio, solo in mancanza di uomini possono compiere
attentati suicidi o fare parte della resistenza armata. Se gli uomini sono
invece presenti, alle donne è deputato l’altro grande compito chiaramente
politico: quello della riproduzione. Perché tenere alto l’incremento demografico
dei palestinesi oggi è fare politica tanto quanto andare a combattere. E’
proprio chiara una divisione dei compiti in senso tradizionale, e le tradizioni
sono più che vive per cui c’è ancora una certa resistenza all’entrata delle
donne in certe modalità di lotta, tanto più adesso che le società si stanno
reislamizzando. Anche se reislamizzazione in realtà poi può significare che
alle donne è concesso di prendere parte alla lotta, come alcuni ulema che cito
nel libro ritengono. I movimenti islamici che ho potuto studiare, in Marocco e
in Siria, sono quelli che garantiscono maggior parità alle donne, e lo fanno
utilizzando una lettura progressista e riformatrice del Corano. Di fatto i
movimenti islamici sono movimenti della
modernità, il contrario di quello che crediamo noi, non sono oscurantisti o
volti al ritorno alla tradizione. Gli islamisti sono coloro che ripudiano le
tradizioni tribali, ripudiano l’Islam popolare che viene ritenuto un coacervo
di superstizioni da superare e gli islamisti sono, per esempio, coloro che
sostegono un modello di riproduzione molto simile a quello occidentale. Sono
quelli che fanno meno figli e che li mandano a scuola, spingono le mogli a
lavorare, sebbene coperte dal velo.
Tutta questa sociologia della modernità è ignorata da un Occidente che
invece li vuole ritrarre come dei talibani.
Le donne non compaiono tra i protagonisti del libro più direttamente
coinvolti dalla scelta del jihad di Shadi: ci troviamo in un contesto sociale
in cui la funzione guerriera è ancora demandata agli uomini. D’altra parte non
dimentichiamo che l’ideologia eroica di Shadi è ricondotta dallo stesso Shadi
agli insegnamenti materni. Le donne non sono esterne al jihad ma lo sostengono
attraverso funzioni specifiche. Non dimentichiamo poi che nel saggio si accenna
anche alle donne che per prime compiono attentati suicidi contro i militari
occupanti.