06/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il conflitta da Nevé Shalom–Wahat al Salam, dove arabi ed ebrei convivono in pace
C’è un posto in terra Santa che, come per un potere indefinito, è riuscito a restare un oasi di serenità in una delle regioni più calde del pianeta. Si chiama Nevé Shalom–Wahat al Salam ed è a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv su una collina della valle di Ayalon. Ma la paura adesso arriva anche là.

il villaggio di neve-shalomUna speranza reale. I due nomi, uno ebraico e uno arabo, significano entrambi ‘oasi di pace’ e derivano da una citazione biblica. Il villaggio venne fondato, nel 1973, da padre Bruno Hassar per dimostrare che possono convivere pacificamente persone che credono in religioni differenti, ognuna rispettando l’altra. Esperimento riuscito e che ha resistito, con alti e bassi, fino a oggi e 25 famiglie arabe vivono fianco a fianco con 25 famiglie israeliane. “Noi siamo nel centro del paese, al riparo dal tiro dei razzi di Nasrallah, in un’area sicura. Ci siamo organizzati molto bene e non mancano cibo e acqua per tutti”. Shai Schwartz, uomo di teatro, attore e regista, che ora svolge l'attività di ‘cantastorie’ di pace all'esterno della comunità di Neve Shalom, risponde al telefono con calma serafica, nonostante la situazione drammatica generata dalla guerra. Il villaggio è al centro d’Israele, dove tante famiglie in fuga dal nord esposto al lancio dei razzi katiuscia trova riparo. Il leader di Hezbollah Nasrallah ha però dichiarato che, se non si arresta l’offensiva, Hezbollah comincerà a sparare su Tel Aviv, a due passi dalla comunità. “Purtroppo io credo che possa farlo davvero. Con l’aiuto di Teheran può accadere”, risponde il regista, “la gente ha paura, vive questo conflitto con timore per il grande pericolo che corre la popolazione. Quello che si teme di più è un coinvolgimento diretto di Teheran e dell’Islam fondamentalista”.
 
bambini di neve shalomPaura del futuro. Come si vive una guerra da un posto particolare come Neve Shalom - Wahat al Salam, dove la pace è molto più di una speranza?
Gli israeliani ritengono che questa sia una guerra per la sopravvivenza. Percepiscono un grande pericolo, in particolare rispetto all’Iran, e hanno paura”, racconta Schwartz, “le persone che abitano qui invece ritengono che la guerra sia una follia e vogliono che si fermi subito. Perché le armi non risolvono i problemi e creano solo sofferenza”. Facile, si potrebbe dire, vederla così per un gruppo di persone che hanno fatto della pace una scelta di vita, ma il modello di Neve Shalom è ripetibile? O è destinata a restare una grande, bella utopia? “Quello che abbiamo costruito qui, lo si può fare ovunque – risponde il regista israeliano- abbiamo appena terminato, proprio in questi giorni di guerra, una delle nostre tante iniziative per la diffusione della cultura di pace, un workshop sul dialogo come strumento per la risoluzione dei conflitti. Il progetto si chiama Peace Child, ed è un percorso con i bambini, arabi ed ebrei. Ecco dove bisogna cominciare”. L’ottimismo di Shai Schwartz ha, forse, un origine nella sua storia personale. L’intellettuale è arrivato in Israele dal Sudafrica e, nel suo paese di provenienza, ha vissuto e visto finire la violenza, nell’opera della Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Accadrà mai per la Palestina e per Israele? “Lo spero davvero”, conclude Schwartz, “ma non potrà mai accadere fino a quando non riusciremo a isolare gli estremisti, che sono tanto i fondamentalisti ebrei quanto quelli musulmani”.

Christian Elia

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