Il conflitta da Nevé Shalom–Wahat al Salam, dove arabi ed ebrei convivono in pace
C’è un posto in terra Santa che, come per un potere
indefinito, è riuscito a restare un oasi di serenità in una delle regioni più
calde del pianeta. Si chiama Nevé Shalom–Wahat al Salam ed è a metà
strada tra Gerusalemme e Tel Aviv su una collina della valle di Ayalon. Ma
la paura adesso arriva anche là.
Una speranza reale. I due nomi, uno ebraico e uno arabo, significano
entrambi ‘oasi di pace’ e derivano da una citazione biblica. Il villaggio venne
fondato, nel 1973, da padre Bruno Hassar per dimostrare che possono convivere
pacificamente persone che credono in religioni differenti, ognuna rispettando
l’altra. Esperimento riuscito e che ha resistito, con alti e bassi, fino a oggi
e 25 famiglie arabe vivono fianco a fianco con 25 famiglie israeliane. “Noi siamo
nel centro del paese, al riparo dal tiro dei
razzi di Nasrallah, in un’area sicura. Ci siamo organizzati molto bene e non
mancano cibo e acqua per tutti”. Shai Schwartz, uomo di teatro, attore e regista,
che ora svolge l'attività di
‘cantastorie’ di pace all'esterno della comunità di Neve Shalom,
risponde al telefono con calma serafica, nonostante la situazione drammatica
generata dalla guerra. Il villaggio è al centro d’Israele, dove tante famiglie
in fuga dal nord esposto al lancio dei razzi katiuscia trova riparo. Il leader
di Hezbollah Nasrallah ha però dichiarato che, se non si arresta l’offensiva,
Hezbollah comincerà a sparare su Tel Aviv, a due passi dalla comunità.
“Purtroppo io credo che possa farlo davvero. Con l’aiuto di Teheran può
accadere”, risponde il regista, “la gente ha paura, vive questo conflitto con
timore per il grande pericolo che corre la popolazione. Quello che si teme di
più è un coinvolgimento diretto di Teheran e dell’Islam fondamentalista”.
Paura del futuro. Come si vive una guerra da un posto
particolare come Neve Shalom - Wahat al Salam
, dove
la pace è molto più di una speranza?
“Gli israeliani
ritengono che questa sia una guerra per la sopravvivenza. Percepiscono un
grande pericolo, in particolare rispetto all’Iran, e hanno paura”, racconta
Schwartz, “le persone che abitano qui invece ritengono che la guerra sia una
follia e vogliono che si fermi subito. Perché le armi non risolvono i problemi
e creano solo sofferenza”. Facile, si potrebbe dire, vederla così per un gruppo
di persone che hanno fatto della pace una scelta di vita, ma il modello di Neve
Shalom è ripetibile? O è destinata a restare una grande, bella utopia? “Quello
che abbiamo costruito qui, lo si può fare ovunque – risponde il regista
israeliano- abbiamo appena terminato, proprio in questi giorni di guerra, una
delle nostre tante iniziative per la diffusione della cultura di pace, un
workshop sul dialogo come strumento per la risoluzione dei conflitti. Il
progetto si chiama Peace Child, ed è un percorso con i bambini, arabi ed ebrei.
Ecco dove bisogna cominciare”. L’ottimismo di Shai Schwartz ha, forse, un
origine nella sua storia personale. L’intellettuale è arrivato in Israele dal
Sudafrica e, nel suo paese di provenienza, ha vissuto e visto finire la
violenza, nell’opera della Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
Accadrà mai per la Palestina e per Israele? “Lo spero davvero”, conclude Schwartz,
“ma non potrà mai
accadere fino a quando non riusciremo a isolare gli estremisti, che sono tanto
i fondamentalisti ebrei quanto quelli musulmani”.