Il mare di Tiro è bellissimo. Le spiagge sono interminabili
e sabbiose. Sullo sfondo ci sono le terme, i templi e l'ippodromo romano, uno dei più grandi al mondo, secondo
i libanesi. E' in quel ippodromo che d'estate ha luogo il festival di Tiro. La
città, conosciuta dai suoi abitanti come sur, dal termine fenicio 'roccia', ai tempi dei fenici era una
delle città che produceva più porpora.
Passato e futuro di macerie. E' una grande città, la
gente è semplice e pronta ad accoglierti. A Tiro vivono anche molti profughi
palestinesi, nei campi disseminati un po’ ovunque nella città. Il suq della
città vecchia è frequentato da sciiti e palestinesi. Non ci sono stranieri e ci
trovi cibo ma anche tanti souvenirs della Palestina. Le foto dei martiri della resistenza ti accolgono appena entri
nel centro della città. Grandi posters di Nasrallah sorridono dai muri così
come i poster dell'altro leader sciita di Amal , Nabih Berri, che promette alla
gente di lavorare per la ricostruzione
del
gianoub, il sud, di cui Tiro è la principale città. Le bandiere
gialle di Hezbollah danzano al vento assieme a quelle verdi di Amal. Di Berry
è
anche la
Rest House, uno degli hotel più lussuosi, anzi l'unico, anche
se da poco l'ex primo ministro Hariri aveva voluto gareggiare con lui costruendo
un altro
residence, ma molto più piccolo e meno vistoso. A Tiro i segni della guerra
civile degli anni Ottanta e dell'occupazione israeliana, durata fino al 2000,
sono ancora ben visibili. Le case distrutte, le strade dissestate, i campi
piene di mine, il cimitero dei martiri della resistenza, gli slogan contro chi
occupava la zona e i nomi delle strade: tutto ricorda quel periodo. I soldi
sauditi di Hariri non sono giunti a Tiro; si sono fermati a Saida, altra grande
città libanese che nel giro di 2 anni Hariri era riuscito a trasformare. Una
down
town tutta nuova e una moschea grandissima, ancora in costruzione.
Ieri, un anno fa.
"Sappiamo che qui il mare e le
spiagge sono belle, ma nessuno vuole investire su questa terra. Nè in
case nè
in hotels. La
gente ha paura. Costruisci un hotel o una casa, ci metti una vita…poi
arriva
Israele e ti butta già tutto". Questo è quello che la gente ripeteva,
quasi come un ritornello martellante, ogni volta che gli si faceva
notare la bellezza del posto. E' passato un anno da allora.
Tiro oggi, dopo l'inizio della ‘guerra di
luglio’, è una città fantasma.
Le saracinesche dei negozi sono abbassate, le strade sono piene solo di
rovine,
detriti e sangue. Molti edifici sono
crollati. La gente, almeno quella ricca e con doppio passaporto, è
scappata
all' estero o a Beirut, ma quella povera, la maggior parte,
rimane senza una automobile, senza più una
casa. La gente di Tiro vive nei garage o nelle scuole. Gli aiuti da
Beirut sono
minimi. I ponti sono stati distrutti cosi come la grande autostrada
ancora da
completare che collegava la capitale al Sud.
Ieri notte Tiro ha tremato ancora. L'aviazione israeliana. impegnata
anche a Beirut, non ha smesso di bombardarla. "Arriva la farina ma
senza
elettricità non possiamo fare il pane”, spiega Zainab.
“Il comune distribuisce olio, cereali, acqua,
zucchero e pasta”. Più a sud, il suono dei missili katiuscia su Israele.
Tiro, neanche durante la notte, ritrova il silenzio.