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Lottare con la memoria. Il tank è ancora là. I militari israeliani hanno
provato a spostare quel fastidioso ricordo, ma non ci sono riusciti e si sono
accontentati di distruggere tutte le bandiere di Hezbollah che erano state
poste sul veicolo. Hanno distrutto invece un altro simbolo della piazza
principale di Bint Jbeil: il pugno chiuso di cemento bianco che, circondato di
fiori, ricordava la lotta del passato. Bint Jbeil, o la ‘figlia della piccola
montagna’, come la chiamano i suoi circa 3mila abitanti, è a 122 chilometri da
Beirut, poco prima del confine con Israele. Adesso è stata trasformata in un
campo di battaglia tra Hezbollah e Tsahal, l’esercito israeliano. La stampa
d’Israele, nelle ore che precedevano l’attacco, la presentava come ‘la capitale
di Hezbollah’, conquista strategica e simbolica determinante della guerra in
Libano. In realtà non è così, ma ogni guerra ha bisogno della sua propaganda e
il comando militare israeliano, dopo 900 vittime (delle quali solo 80 erano
combattenti) ed episodi come la strage di Cana, ha bisogno di sbandierare dei
successi che non arrivano. Anzi il bilancio dell’attacco dell’esercito
israeliano, fino a questo punto, è deficitario. Dopo più di 20 giorni di
guerra, Hezbollah è riuscita a mantenere inalterata la pressione del lancio di
missili su Israele, dimostrando un’organizzazione e una capacità di resistenza
che forse i militari d’Israele non si aspettavano. La pressione internazionale
cresce, e allora bisogna mostrare all’opinione pubblica interna che le stragi
non sono inutili, ma che al contrario l’esercito israeliano sta ottenendo dei
grossi risultati. Ecco allora il mito di Bint Jbeil.
Una mossa per la tv. La
realtà è diversa. Bint Jbeil è un luogo importante per i libanesi che
appoggiano Hezbollah. Le sue strade sono piene di bandiere e manifesti dei
leader e dei martiri della milizia sciita, ma ha più un valore simbolico che
strategico. La chiamano anche ‘la capitale della resistenza e della
liberazione’, ma per il motivo che a Bint Jbeil si sono sempre vantati di
essere la città del sud che ha aiutato di più, e volontariamente, la lotta
degli Hezbollah. Una lotta che prima di tutto era contro un esercito invasore
e non per motivi ideologici o
religiosi. Differenza che non ha cambiato la situazione delle circa 400
famiglie che sono rimaste intrappolate nella cittadina quando l’esercito
israeliano ha attaccato in forze. “Gli aeroplani hanno cominciato a passare
sopra le nostre teste”, racconta su un blog un ragazzo di Bint Jbeil, “la gente
era terrorizzata, poi è stato l’inferno. Quasi tutte le case sono semidistrutte
e combattevano strada per strada”. Prima dell’azione di forza gli israeliani
avevano invitato la popolazione civile ad abbandonare l’area, ma “le vie di fuga
non sono meno pericolose del restare in città e poi molti non sapevano dove
andare. Sono tante le persone che, avendo già conosciuto l’esperienza della
guerra e dell’occupazione, hanno deciso di restare, ma nessuno si aspettava una
pioggia di fuoco di queste dimensioni”. L’esercito israeliano, dopo aver
espugnato la cittadina, si è ritirato il 29 luglio scorso e questa mossa
contrasta con la teoria della conquista strategica indispensabile. Il 31 un
convoglio della Croce Rossa Internazionale è riuscito a entrare in città,
denunciando l’allarmante situazione umanitaria. Il 1 agosto sembrava che i tank
di Tel Aviv stessero per rioccupare la posizione, ma poi hanno volto il loro
interesse a un’altra località. I ragazzi di Bint Jbeil hanno organizzato
un sito che parla della cittadina e dove stanno raccogliendo le mail di
solidarietà da tutto il mondo, forse stupiti loro stessi della popolarità
guadagnata dalla loro piccola cittadina. Evidentemente ignorano che le guerre
moderne si combattono anche sui giornali e sui telegiornali.Christian Elia