James Longley è l’autore di un documentario sull'Iraq in guerra, non sulla guerra in Iraq
Iraq in Fragments è un documentario che racconta le
vite dei civili iracheni che si trovano alle prese con la guerra. I loro
pensieri, desideri, credenze e preoccupazioni sono lo specchio dell’Iraq di
oggi: un paese spinto in direzioni divergenti da differenze etniche e
religiose. Una nazione il cui futuro è incerto e che potrebbe cessare di
esistere come un intero. Il titolo, Iraq in frammenti, evidenzia come il film
sia una domanda aperta: “un giorno - scrive il regista – gli Stati Uniti
lasceranno l’Iraq, ma gli iracheni rimarranno. Il mio film è su di loro”. Iraq
in fragments è diviso in tre parti, che corrispondono alla comune
percezione della divisione del paese in sciiti, sunniti e curdi. La prima parte
racconta la storia di Mohammed, un ragazzo orfano di 11 anni che vive a Baghdad
e lavora come aiuto meccanico. La seconda è stata girata all’interno del
movimento politico e religioso del leader sciita Moqtada al Sadr, tra
Nassiriyah e Najaf, la terza a sud di Erbil, in una fabbrica di mattoni gestita
da curdi.
Che stile o registro hai scelto di usare nel film?
La mia scelta è quella di filmare in ‘verité style’, ma
nella produzione faccio uso di alcuni elementi che non sono tipici di quello
stile, come la colonna sonora musicale o le voci fuori campo. Però cerco di non
fare convergere la musica e il registro delle scene, e anche le voci fuori
campo sono tutte tratte da interviste con personaggi del film, il che fa
pensare che siano proprio loro a raccontare la propria storia al posto mio.
Ho letto che il tuo obiettivo non era quello di fare un
documentario di guerra, ma un film sull’Iraq come Paese e sulla sua gente.
Qual è la differenza?
È una differenza di approccio. Penso che se avessi voluto
realizzare un documentario di guerra avrei dovuto considerare il conflitto come
il punto di partenza e tutto sarebbe venuto come conseguenza della guerra e
dell’occupazione del Paese. Io invece ho scelto di seguire alcune persone
indicative della società irachena e la storia è venuta da loro. L’occupazione
entra nel film nel momento in cui entra nelle loro vite.
Sei stato tre volte in Iraq per le riprese, qual è stata la
peggiore? Come hai fatto a lavorare senza correre troppi rischi?
La situazione in Iraq è andata peggiorando col tempo. Io mi
regolavo osservando la situazione, quando mi pareva che i rischi stessero
diventando troppi per lavorare mi limitavo a spostarmi in un’altra zona del
Paese. Ad esempio, alla fine del 2004, ho lasciato Baghdad per spostarmi nel
nord, a Erbil, dove la situazione era molto meno tesa. Ogni film-maker e ogni
giornalista deve fare questo tipo di valutazioni, sia sul livello del pericolo,
sia sulla reale possibilità di lavorare.
Che rapporti hai avuto con gli eserciti della coalizione
internazionale?
Ho cercato di aver meno contatti possibile con i soldati.
Non ho mai visto i britannici perché stavano a Bassora, mentre io filmavo un
poco più a nord. Una volta ho intervistato il comandante della base Usa di
Kufa, ma non fu un incontro interessante e non ne feci nulla. Quanto ai soldati
statunitensi, credo che nella gran parte dei casi non si accorgessero nemmeno
che sono americano, almeno finché non aprivo bocca. Cosa che non ho fatto quasi
mai. Io mi muovo sempre come non-embedded (embedded sono i giornalisti al
seguito delle truppe, ndr.).