25/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



James Longley è l’autore di un documentario sull'Iraq in guerra, non sulla guerra in Iraq
Iraq in Fragments è un documentario che racconta le vite dei civili iracheni che si trovano alle prese con la guerra. I loro pensieri, desideri, credenze e preoccupazioni sono lo specchio dell’Iraq di oggi: un paese spinto in direzioni divergenti da differenze etniche e religiose. Una nazione il cui futuro è incerto e che potrebbe cessare di esistere come un intero. Il titolo, Iraq in frammenti, evidenzia come il film sia una domanda aperta: “un giorno - scrive il regista – gli Stati Uniti lasceranno l’Iraq, ma gli iracheni rimarranno. Il mio film è su di loro”. Iraq in fragments è diviso in tre parti, che corrispondono alla comune percezione della divisione del paese in sciiti, sunniti e curdi. La prima parte racconta la storia di Mohammed, un ragazzo orfano di 11 anni che vive a Baghdad e lavora come aiuto meccanico. La seconda è stata girata all’interno del movimento politico e religioso del leader sciita Moqtada al Sadr, tra Nassiriyah e Najaf, la terza a sud di Erbil, in una fabbrica di mattoni gestita da curdi.
 
Foto di James Longley Che stile o registro hai scelto di usare nel film?
La mia scelta è quella di filmare in ‘verité style’, ma nella produzione faccio uso di alcuni elementi che non sono tipici di quello stile, come la colonna sonora musicale o le voci fuori campo. Però cerco di non fare convergere la musica e il registro delle scene, e anche le voci fuori campo sono tutte tratte da interviste con personaggi del film, il che fa pensare che siano proprio loro a raccontare la propria storia al posto mio.
 
Foto di James LongleyHo letto che il tuo obiettivo non era quello di fare un documentario di guerra, ma un film sull’Iraq come Paese e sulla sua gente. Qual è la differenza?
È una differenza di approccio. Penso che se avessi voluto realizzare un documentario di guerra avrei dovuto considerare il conflitto come il punto di partenza e tutto sarebbe venuto come conseguenza della guerra e dell’occupazione del Paese. Io invece ho scelto di seguire alcune persone indicative della società irachena e la storia è venuta da loro. L’occupazione entra nel film nel momento in cui entra nelle loro vite.
 
Sei stato tre volte in Iraq per le riprese, qual è stata la peggiore? Come hai fatto a lavorare senza correre troppi rischi?
La situazione in Iraq è andata peggiorando col tempo. Io mi regolavo osservando la situazione, quando mi pareva che i rischi stessero diventando troppi per lavorare mi limitavo a spostarmi in un’altra zona del Paese. Ad esempio, alla fine del 2004, ho lasciato Baghdad per spostarmi nel nord, a Erbil, dove la situazione era molto meno tesa. Ogni film-maker e ogni giornalista deve fare questo tipo di valutazioni, sia sul livello del pericolo, sia sulla reale possibilità di lavorare.
 
Foto di James LongleyChe rapporti hai avuto con gli eserciti della coalizione internazionale?
Ho cercato di aver meno contatti possibile con i soldati. Non ho mai visto i britannici perché stavano a Bassora, mentre io filmavo un poco più a nord. Una volta ho intervistato il comandante della base Usa di Kufa, ma non fu un incontro interessante e non ne feci nulla. Quanto ai soldati statunitensi, credo che nella gran parte dei casi non si accorgessero nemmeno che sono americano, almeno finché non aprivo bocca. Cosa che non ho fatto quasi mai. Io mi muovo sempre come non-embedded (embedded sono i giornalisti al seguito delle truppe, ndr.).

 

Naoki Tomasini

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