La solidarietà tra i libanesi ha cancellato la linea verde tra Beirut Est e Ovest
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
Hassan e Joseph, due ragazzi libanesi di 20 anni, vivono in due diversi quartieri
di Beirut
Joseph Nawfal. “Abito a Dikewna, un quartiere a Nord di Beirut. Da quando è
scoppiata la guerra, quel mercoledì nero, tutti dicono che questa zona, essendo
abitata da cristiani, è abbastanza tranquilla. Forse questo è vero visto che i
bombardamenti israeliani sono stati, soprattutto, concentrati nel sud del
paese. Dopo il 12 luglio 2006 le nostre vite sono cambiate, e non esagero se
dico per sempre. Le nostre giornate adesso si somigliano tutte, stiamo lì, in
casa ad aspettare, senza sapere cosa. Un’altra bomba o un’altra promessa di
tregua non mantenuta? Nel mio quartiere ci sono molti rifugiati. Appena
arrivano, tutti hanno il cuore pieno di paura: paura di restare vittime di un
bombardamento durante il tragitto, e la paura di non essere accolti dalle
famiglie cristiane, dopo tanti anni di guerra civile. Ora sono qui e dormono
nelle scuole, nei giardini pubblici, nelle fabbriche e nelle università. Provo
una gioia immensa nel vedere che la gente del sud è stata accolta a braccia
aperte dai loro fratelli cristiani. Ogni giorno cerchiamo di fare il possibile
per aiutarli e farli sentire come a casa loro. Questa guerra è atroce, non
risparmia nessuno. Mi sveglio la mattina e mia mamma è già in cucina a
preparare cibi libanesi per le famiglie rifugiate nella scuola vicino alla
nostra casa. Ero piccolo durante la guerra civile, ma alcune immagini e
sentimenti li ricordo perfettamente. È la prima volta che veramente sento che
il popolo è unito, e che c’è una solidarietà che prima non esisteva. Da quando
è scoppiata la guerra trascorro i miei giorni in questa scuola tra gente
innocente che è dovuta fuggire. Gioco coi bambini e racconto favole. Ho
messo da parte i miei studi e i miei esami universitari. Adesso non c’è tempo
per quello, è più importante fare qualcosa per gli altri".
Hassan Fadel. “Durante la prima notte di guerra
stavamo dormendo. All'improvviso io e la mia famiglia ci siamo svegliati col
rumore dell'attacco israeliano sui quartieri alla periferia sud di Beirut:
Haret Hreik, Goubeiry, Mcharafiyye. In tutti questi quartieri quasi ogni giorno
ci sono attacchi. Io abito a Tayyoune. Il rumore degli aerei israeliani è molto
forte, così io e la mia famiglia ci rifugiamo in una sola stanza perché abbiamo
paura e vogliamo stare insieme. Mia sorella piccola piange tutto il giorno e
diventa molto nervosa, nemmeno le carezze di mia madre riescono a calmarla. Le
bombe continuano a cadere sul mio Paese e molta gente si nasconde nei rifugi.
Altri invece si sono spostati nei quartieri cristiani o sulle montagne. Nel mio
quartiere non ci sono più negozi aperti ormai e non ci sono più automobili per
le strade. Cibo e acqua scarseggiano. Il direttore della mia scuola ci ha
accolti ad Asharafiyye e ci ha distribuito del cibo, così come i movimenti
sociali e le associazioni di beneficenza cristiane. Ci sono dei volontari che
raggruppano i bambini, gli portano dolci e li fanno giocare. Nelle scuole ci
sono molti malati ma le medicine non ci sono. Ora da alcuni giorni non c’é
elettricità e la sera accendiamo le candele. Sono felice perché sia i cristiani
che i musulmani sono uniti e non approvano quel che sta facendo Israele. Nello
stesso tempo sono triste perché Israele continua a bombardare. Io qui sono più
al sicuro rispetto alla gente al sud, ma non ne posso più di sentire ogni
giorno il rumore delle bombe. Nell'ultimo massacro, domenica a Qana, sono morti
molti bambini. Spero che il mondo non resti a guardare come ha fatto finora, e
non aspetti che sia Washington a dire ‘basta’ a Israele, perché questo non accadrà".