Secondo il codice morale dell'esercito israeliano può essere giustificato per colpire i terroristi
di Nathaniel Rosen*
L’uomo
che scrisse il codice etico dell’Idf (Israel Defence Forces, le forze di difesa
israeliane), il professor Asa Kasher, sostiene che, con le opportune
precauzioni, nella presente situazione nel sud del Libano, bombardare a tappeto
aree con un’alta concentrazione di terroristi può essere moralmente
giustificabile, anche se questo dovesse causare vittime civili.

"Non
conosco la verità degli
avvenimenti” sottolinea Kasher “ma, dato che abbiamo avvisato i civili
e
abbiamo dato loro un tempo sufficiente per andarsene, quelli che sono
rimasti, in definitiva, di non andare. Pertanto, non c’è motivo di
mettere a repentaglio le vite dei nostri soldati”.
Le
dichiarazioni di Kasher, in un’intervista rilasciata al
Jerusalem Post, seguono la morte di nove soldati israeliani, otto dei
quali caduti in un’imboscata a Bint Jbail. Israele era stato riluttante a
usare l’artiglieria in quantità sufficiente per radere al suolo la capitale di
Hezbollah, Bint Jbail, una strategia criticata da molti, con l’accusa di essere
troppo sensibili verso il nemico e i suoi civili. Moshe Keynan, il padre di un
soldato morto in un altro conflitto, ha espresso tutta la sua rabbia contro l’Idf
per avere messo in pericolo la sicurezza dei propri soldati per proteggere i
civili di un’altra nazione: "Dobbiamo preoccuparci che i nostri figli
ritornino dai loro genitori, e dobbiamo preoccuparci delle nostre famiglie,
figli e mogli, non di come apparire sulla Bbc”.
Anche Meir Indor, direttore
generale dell’Associazione delle vittime del terrorismo, condivide
questa
visione, spingendo il governo ed i vertici militari a non esporre i
soldati a pericoli non necessari: “C’è un dibattito sulla
misura in cui si
possono mettere in pericolo i soldati per salvare i civili. Io penso
il mondo abbia già deciso che non si devono sacrificare i propri
soldati,
per salvare civili nemici”. L’Idf ha negato che le sue misure per
prevenire
vittime civili siano fonte di rischi non necessari per i propri
soldati:
“Stiamo prendendo le precauzioni necessarie per proteggere i civili, ma
non lo
faremo a spese dei nostri soldati e dei nostri civili”, ha dichiarato una fonte
militare.

All’interno
del dibattito, il
New York Post ha riportato le dichiarazioni del
ministro israeliano per la Sicurezza interna, Avi Dichter, che ha affermato che
Israele non
vuole bombardare senza preavviso né invadere in massa via terra perché
“vengono uccise molte più persone innocenti e si subiscono molte più perdite”.
Kasher
ammette che la decisione di bombardare una casa o una città è sempre
abbastanza
complicata, specialmente se ci sono cittadini che volevano scappare ma
ai quali i miliziani di Hezbollah hanno impedito di farlo. "Dobbiamo
tenere in
considerazione che alcuni civili vogliono lasciare i villaggi, ma viene
loro
proibito: questo cambia la situazione, anche se non su grande scala. In
quei
casi si possono giustificare attacchi di fanteria, ma solo se questi
non
aumentano drammaticamente la minaccia per le nostre truppe.
Qualche piccolo rischio in più è accettabile, ma non
lo è più se diventa drasticamente più alto". Kasher dichiarò al Post che
l’Idf
agisce in base a due tipi di considerazioni morali. Il primo è il
proprio
codice etico, 'lo spirito dell’Idf' che è stato scritto dallo stesso
Kasher con
un comitato di generali nei primi anni novanta. Le linee guida
enumerano valori
come la sacralità della vita umana, la dignità umana, e il valore delle
armi. Inoltre, l’Idf prende in considerazione il diritto
internazionale,
sebbene Kasher noti che il diritto internazionale sia diretto più a due
stati
che combattono tra di loro che, come nel caso di Israele, a uno stato
che
combatte contro una guerriglia o gruppi di terroristi. "C’è un
ingrediente
nel diritto internazionale che è ben sviluppato, per quanto riguarda le
guerre
classiche, ed è la distinzione tra combattenti. Ma contro il terrorismo
o la
guerriglia è semplicemente inapplicabile, perché le persone che
combattono
dall’altra parte non sono combattenti di una organizzazione militare.
L’intera
idea della distinzione evapora”, conclude Kasher.