01/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Massimo Moratti racconta i perché dell'appello sul Medio Oriente lanciato dall'Inter
Bandiera libanese con la scritta Peace“Se l’Inter è contro la guerra? Mah, dicono tutti di essere contro la guerra e poi questi sono i risultati. Se, invece, esserlo significa considerare la guerra uno strumento inutile, da abolire, allora sì, l’Inter è contro la guerra”. Sospira forte Massimo Moratti mentre ci spiega i perché dell’appello alla non-indifferenza lanciato dall’Inter sul dramma mediorientale: “Le notizie che arrivano, ogni giorno, ogni attimo, dal Medio Oriente ci feriscono come i colpi di una guerra che entra nelle nostre vite cancellando la distanza che ci separa da Israele, dalla Palestina e dal Libano – dichiara la società sportiva nerazzurra - In quelle terre, come in altre zone del mondo, la violenza cerca ancora una volta di annullare la vita. Tutta l’Inter, con grande umiltà e con estremo rispetto per chi si sta attivamente adoperando per una necessaria e immediata tregua, si augura che, al più presto, il dialogo e la pace possano tornare definitivamente a vincere e lancia un appello affinché tutte le società, sportive e non, possano condividere e sottoscrivere un umanissimo segnale di non indifferenza”. Ma Moratti va più a fondo, spiegando i rapporti fra sport, guerra, drammi umanitari, emergenze sociali e con chiarezza ribadisce il suo sì alla pace.
 
Perché l’Inter ha deciso di parlare proprio ora?
“Sinceramente è forse anche troppo tardi. La tensione è tanta, troppa, da giorni, ma si sperava tutti che ci fosse una tregua, un cessate il fuoco. Invece il risultato è un rilancio della guerra. E in un luogo talmente vicino a noi. Al di là del calcolo, del ragionamento, è stata comunque una cosa che si è sentita, che ci è venuta da dentro. È una situazione così drammatica che ti porta umanamente a viverla. Arriva un momento in cui la tua posizione comoda di spettatore seduto alla tv o in poltrona a leggere il giornale non la sopporti più. E ti senti di dover partecipare in qualche maniera. Da qui arriva questo appello, che è in linea con quanto l’Inter ha fatto in passato, in altri modi, ma sempre seguendo la filosofia della pace. In questo caso qui, vorrei sottolineare la necessità di non rimanere indifferenti, di raccoglierci e ragionare su questa cosa. Il nostro appello è un invito fatto a noi e tutti quelli che la pensano così, che sentano questa necessità di non rimanere in silenzio a guardare.
 

Anziana donna libanese in lacrime Che c’entra il calcio con le guerre? Qual è la relazione, quale il ruolo?
“Il ruolo dello sport, e del calcio in particolare, deriva dalla popolarità, ne è direttamente proporzionale. Il calcio è di tutti, di chi combatte e di chi è in pace, dei giovani e dei meno giovani. Ha incisività. Tutti lo seguono. Quindi ogni parola detta ha un enorme peso e una grande responsabilità. Arriva direttamente alla gente, perché a dirla è qualcuno che fa parte della loro realtà, della loro quotidianità. Il calcio è una potenza comunicatrice. E poi, è talmente poca la fatica che costa il cercare di incidere, rispetto al risultato anche il più minimo che si riesce a ottenere, che vale sempre la pena far sì che il calcio non abbia solo una strada determinata e un obiettivo unico, ma si proponga di perseguire mete dal valore maggiore. È quello che stiamo cercando di fare. E con noi altre squadre come la Juve, il Grosseto, il Napoli e il Torino, almeno per ora. Un movimento senza capi o ruoli, dove ogni società ha sentito la gravità della cosa e la possibilità di essere minimamente utili”.
 

E i tifosi come reagiscono di fronte a queste prese di posizione su temi che esulano dallo sport e che toccano la sfera umana, sociale?
“Ogni volta che abbiamo preso posizioni forti nei confronti di emergenze sociali, umane, i nostri tifosi ci hanno seguito. E lo stesso è accaduto per le altre squadre. Per questo è importante farsi sentire, esprimere la propria posizione, far capire che esisti e come la pensi. E questo vale sempre. Non far sì che le decisioni, i fatti, ti passino sulla testa senza che tu sia in grado di alzare un dito, è la prima cosa. Imporre il proprio pensiero per cercare di cambiare le cose o anche solo per dire un “no”, un “basta”, o “se potessi le cambierei” è un dovere”.
 

Stella Spinelli

Articoli correlati: Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità