Massimo Moratti racconta i perché dell'appello sul Medio Oriente lanciato dall'Inter

“Se l’Inter è contro la guerra? Mah, dicono tutti di essere
contro la guerra e poi questi sono i risultati. Se, invece, esserlo significa
considerare la guerra uno strumento inutile, da abolire, allora sì, l’Inter è
contro la guerra”. Sospira forte Massimo Moratti mentre ci spiega i perché
dell’appello alla non-indifferenza lanciato dall’Inter sul dramma
mediorientale: “Le notizie che arrivano, ogni giorno, ogni attimo, dal Medio
Oriente ci feriscono come i colpi di una guerra che entra nelle nostre vite cancellando
la distanza che ci separa da Israele, dalla Palestina e dal Libano – dichiara
la società sportiva nerazzurra - In quelle terre, come in altre zone del mondo,
la violenza cerca ancora una volta di annullare la vita. Tutta l’Inter, con
grande umiltà e con estremo rispetto per chi si sta attivamente adoperando per
una necessaria e immediata tregua, si augura che, al più presto, il dialogo e
la
pace possano tornare definitivamente a vincere e lancia un appello affinché
tutte le società, sportive e non, possano condividere e sottoscrivere un
umanissimo segnale di non indifferenza”. Ma Moratti va più a fondo, spiegando
i
rapporti fra sport, guerra, drammi umanitari, emergenze sociali e con chiarezza
ribadisce il suo sì alla pace.
Perché l’Inter ha deciso di parlare proprio ora?
“Sinceramente è forse anche troppo tardi. La tensione è
tanta, troppa, da giorni, ma si sperava tutti che ci fosse una tregua, un
cessate il fuoco. Invece il risultato è un rilancio della guerra. E in un luogo
talmente vicino a noi. Al di là del calcolo, del ragionamento, è stata comunque
una cosa che si è sentita, che ci è venuta da dentro. È una situazione così
drammatica che ti porta umanamente a viverla. Arriva un momento in cui la tua
posizione comoda di spettatore seduto alla tv o in poltrona a leggere il
giornale non la sopporti più. E ti senti di dover partecipare in qualche
maniera. Da qui arriva questo appello, che è in linea con quanto l’Inter ha
fatto in passato, in altri modi, ma sempre seguendo la filosofia della pace. In
questo caso qui, vorrei sottolineare la necessità di non rimanere indifferenti,
di raccoglierci e ragionare su questa cosa. Il nostro appello è un invito fatto
a noi e tutti quelli che la pensano così, che sentano questa necessità di non
rimanere in silenzio a guardare.
Che c’entra il calcio con le guerre? Qual è la relazione,
quale il ruolo?
“Il ruolo dello sport, e del calcio in particolare, deriva
dalla popolarità, ne è direttamente proporzionale. Il calcio è di tutti, di chi
combatte e di chi è in pace, dei giovani e dei meno giovani. Ha incisività.
Tutti lo seguono. Quindi ogni parola detta ha un enorme peso e una grande
responsabilità. Arriva direttamente alla gente, perché a dirla è qualcuno che
fa parte della loro realtà, della loro quotidianità. Il calcio è una potenza
comunicatrice. E poi, è talmente poca la fatica che costa il cercare di
incidere, rispetto al risultato anche il più minimo che si riesce a ottenere,
che vale sempre la pena far sì che il calcio non abbia solo una strada
determinata e un obiettivo unico, ma si proponga di perseguire mete dal valore
maggiore. È quello che stiamo cercando di fare. E con noi altre squadre come la
Juve, il Grosseto, il Napoli e il Torino, almeno per ora. Un movimento senza
capi o ruoli, dove ogni società ha sentito la gravità della cosa e la
possibilità di essere minimamente utili”.
E i tifosi come reagiscono di fronte a queste prese di
posizione su temi che esulano dallo sport e che toccano la sfera umana, sociale?
“Ogni volta che abbiamo preso posizioni forti nei confronti
di emergenze sociali, umane, i nostri tifosi ci hanno seguito. E lo stesso è
accaduto per le altre squadre. Per questo è importante farsi sentire, esprimere
la propria posizione, far capire che esisti e come la pensi. E questo vale sempre.
Non far sì che le decisioni, i fatti, ti passino sulla testa senza che tu sia
in grado di alzare un dito, è la prima cosa. Imporre il proprio pensiero per
cercare di cambiare le cose o anche solo per dire un “no”, un “basta”, o “se
potessi le cambierei” è un dovere”.