09/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Uno sguardo sulla vita nelle baraccopoli e delle discariche alla periferia di Nairobi
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Scritto per noi da
Francesco Lorenzetti
 
Il Kenya suggerisce immagini di spiagge che si affacciano sull’Oceano Indiano o delle immense distese della savana. Ma appena fuori dalla capitale Nairobi, oltre le ville blindate circondate da parchi e piscine, ci si affaccia su un altro mondo: quello dei ”poveri”.
Secondo le ultime statistiche le baraccopoli attorno a Nairobi sono 199, con 2 milioni e mezzo di abitanti. Quella di Korogocho, si estende su un area lunga un chilometro per un chilometro e mezzo; ci vivono  circa 120 mila persone e a sentirne le storie è forse una delle baraccopoli più violente. L’altra, Kibera, appare come un enorme serpentone senza una fine che si appiccica alla città. È la baraccopoli più popolosa e una delle più grandi al mondo: raggiungerebbe il milione di abitanti.
 
Confusione
Dopo ben 25 anni passati sotto il regime dell’ex presidente Daniel Arap Moi, il nuovo governo insediatosi nel 2003 ha disatteso ancora una volta le speranze di chi aspettava un pezzo di terra dove vivere. Ha portato invece l’innalzamento delle tariffe dei matatu, gli autobus utilizzati dai più poveri, e le demolizioni. Grosse croci rosse, a Korogocho come altrove, sono disseminate un po’ dappertutto. Stanno a significare l’imminente evacuazione. Secondo i burocrati molte baracche sarebbero pericolose perché situate sotto i cavi dell’alta tensione. Altre, come a Kibera, perché si trovano ai margini della ferrovia; altre ancora perché di ostacolo ad una futura tangenziale. Un uomo coltiva quella striscia di terra dove un giorno arriverà il cemento. 500 mila persone dovranno andarsene… ma dove?
A Korogocho, che in lingua kiswahili significa “confusione”, tutti hanno dei problemi, così tanti che è impossibile riordinarli nella testa e darsene una ragione, è una realtà estremamente difficile da assorbire. Storie come quelle dei bambini della St John’s Primary School sono all’ordine del giorno. Per la maggior parte orfani, sono i fratelli più grandi o i parenti più vicini a prendersi cura di loro, ma spesso non ci sono i soldi per mangiare, i vestiti o le medicine. Come nel caso di Sophia 12 anni, che dice: “La mia vita è un incubo, ho perso entrambi i genitori, mia nonna è malata ma riesce a prendersi cura di me e i miei fratelli, non mi posso permettere di perderla, senza di lei non ho futuro.” Ogni sera, padre Daniele Moschetti, da tre anni a Korogocho, celebra regolarmente la messa del malato nelle baracche.
 
Insicurezza
Il senso di insicurezza è totale, come cala la notte viene dichiarato il coprifuoco. Le strade, fino a poco prima animate e chiassose, diventano deserte e buie, solo il chiarore del cielo e qualche lampione fioco le illumina.
Problemi come alcolismo, droga, Aids, violenza, prostituzione e corruzione fanno parte della vita di questa gente e serpeggiano tra le baracche e le fogne a cielo aperto. Camminarci, significa imbattersi nei bambini che sniffano colla per non sentire la fame, o con gli ubriachi che bevono il chang’aa, un liquore prodotto illegalmente, ma con il consenso dei poliziotti. Lo bevono prima di entrare in discarica o alla sera per dimenticare una giornata passata in mezzo ai rifiuti. Qui la vita non ha molto valore, il povero ruba al povero, si ruba o si ammazza per sopravvivere, e guai se si viene presi, la legge dello ”slum” in questi casi è spietata.
Oggi è padre Daniele Moschetti, coadiuvato dai volontari laici, a raccogliere l’eredità di padre Alex Zanotelli, il primo a scendere fin quaggiù e a restarvi per 12 anni. Ricostruire la dignità umana è la sua sfida; dare speranza, un’occasione di riscatto per la vita.
 
Speranze
Moses dipinge murales su lamiera, con il suo estro fa apparire meno grigio l’immenso agglomerato di Korogocho. Un grosso dipinto all’ingresso dello slum mostra la Nairobi che tutti vorrebbero. Il colore è nell’anima di ognuno ed è il frutto del recupero di persone che attraverso l’arte, il lavoro e lo sport ce la possono fare. Ci sono piccole strutture come il centro di riciclaggio Mukuru, dove la carta viene trasformata in combustibile, il Bega Bega per la lavorazione dei prodotti artigianali e il Boma Rescu il centro di assistenza per i bambini di strada. Ultima novità è l’organizzazione di attività sportive: boxe, pesistica, atletica, karate e calcio.  La chiesa di St John assieme alla scuola è un punto di riferimento per la comunità cattolica di Korogocho.
Ha il merito di non essersi isolata, ma di aver instaurato un buon rapporto di vicinato con altri ordini religiosi, musulmani, religione di Maria, protestanti, avventisti del Settimo Giorno. La domenica mattina si percepisce una grande confusione: i bimbi, confezionati a festa con vestiti dai colori pastello, si confondono ad eccentrici personaggi usciti chissà da dove. Gli abitanti usano dire che ci sono più chiese che toilettes. La scuola è l’unica speranza di cambiamento, i bambini lo sanno e lo scrivono a chiare note. La possibilità di frequentarla permette loro di sognare un futuro diverso, ma soprattutto è la strada per educare persone capaci di costruire una società civile migliore. Peccato che a differenza di tante altre scuole, qui il panorama sia ancora quello della più grande discarica di Nairobi.
 
 
Categoria: Bambini, Profughi
Luogo: Kenya
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