03/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



In un villaggio kosovaro sono partiti quasi tutti i serbi, le cui case erano state riparate dopo gli scontri del 2004
di Bukurie Bajraliu*

Avvolta, in una coperta rosa, Ljubica Vukadinovic si riposa su di una vecchia sedia, nel suo giardino. Questa 65enne serba vive sola nel villaggio di Svinjare-Frashër, 30 chilometri a nord dalla capitale kosovara Pristina. Fino al 1999, Svinjare-Frashër era abitato da appartenenti ad entrambe le principali comunità etniche del Kosovo, cioè albanesi e serbi. Ma, dopo i bombardamenti della NATO del 1999, da 90 che erano, le famiglie serbe si ridussero a venti.
 
religiose in fuga da un luogo di culto ortodosso bruciato durante gli scontri del 2004Un esodo di massa. Oggi nel villaggio ne sono rimaste solo 4. Le condizioni sono dure. Solo poche decine di metri dalla sedia di Ljubica ci sono i cavi elettrici che si erano staccati dal palo della luce; un incidente che ha lasciato l’anziana donna senza elettricità per tre giorni.
È una crisi relativamente piccola, rispetto ai problemi che Ljubica ha dovuto fronteggiare nel recente passato. La sua casa era una delle 900 tra case e luoghi di culto serbi, che andarono distrutte durante i disordini tra le comunità albanese e serba, nel marzo 2004, che si conclusero lasciando 19 morti da entrambe le fazioni. La violenza esplose dopo l’affogamento di tre bambini albanesi nella divisa città di Mitrovica. Alla situazione esplosiva si aggiunse la scintilla di indiscrezioni che additavano alla responsabilità di alcuni serbi nella morte dei tre albanesi, e fu sufficiente perché albanesi inferociti si dirigessero verso i villaggi serbi in Kosovo.
Di fronte alla condanna internazionale per quello che sembrava un pogrom, il governo del Kosovo destinò un budget di emergenza di 12 milioni di euro per ricostruire le proprietà serbe in villaggi come Svinjare-Frashër, dove vennero bruciate circa 120 case. Behxhet Brajshori, l’incaricato del progetto di ricostruzione, offrì alle famiglie un bonus di 2mila euro per la ricostruzione. Ma l’aiuto del governo non è riuscito a riportare i serbi a Svinjare-Frashër. Solo 4 famiglie serbe, delle 40 che vivevano qui dal 1999, sono rimaste dopo i disordini del marzo 2004.
 
civili in fuga durante gli scontri del 2004Sempre più soli. Ljubica Vukadinovic è una di queste. La sua casa è una di quelle poche, possedute dai serbi, che non ha il cartello “vendesi” affisso all’esterno. Viceversa, alla sua casa è affisso il logo delle Istituzioni Provvisorie per l’autogoverno del Kosovo, a indicare che queste stanno sponsorizzando la ricostruzione della sua casa. La maggior parte degli altri serbi nel villaggio hanno usato quei fondi per la ricostruzione per riparare le case e quindi venderle. Molti se ne sono andati al nord, nella parte serba di Mitrovica. Il vicino di Ljubica adesso è Zeqir Rushiti, un albanese sulla cinquantina. Ha di recente comprato la casa che apparteneva a dei serbi. Lui con cinque fratelli vendettero tutto nella parte a Mitrovica nord, per comprare con il ricavato sei case di serbi a Svinjare-Frashër.
Gli ufficiali governativi sono coscienti della larga scala che ormai ha raggiunto il processo di passaggio delle case tra serbi ed albanesi, e che questo cambierà per sempre la mappa etnica del Kosovo. Nazmi Fejza, vice-ministro per il ritorno dei rifugiati, ha dichiarato a Balkan Insight che “il ministro non ha informazioni precise, tuttavia, è vero che i serbi stanno vendendo le case che hanno ricostruito con gli aiuti governativi, e che gli albanesi le stanno comprando in massa”. Il motivo, per entrambi gli appartenenti ai gruppi etnici, è soprattutto la paura. "Siamo stati costretti a vendere le nostre case al nord perché non erano sicure”, ammette Rushiti. "Per più di sette anni non ci potevamo muovere, e nessuno ci è venuto in aiuto”. Adem Mripa, che vive nel cosiddetto quartiere bosniaco di Mitrovica, pericolosamente situato tra i due lati serbo ed albanese della città, dice di capire bene perché i proprietari vogliono vendere le loro case. “La gente è stanca di questa situazione e molti hanno dovuto affittare la loro proprietà, perché questa era nella parte ‘sbagliata’ del fiume. Molti serbi non osano andare al sud del Kosovo, mentre molti albanesi non osano andare an Mitrovica nord.” Ljubica Vukadinovic è un’eccezione. Dopo essere ritornata a casa dopo marzo 2004, non ha avuto problemi con I suoi vicini albanesi. "Le condizioni qui non sono buone, perché non abbiamo dottori, trasporto pubblico, scuole. Ma la mia vita non è in pericolo. Non ci sono stati incidenti di stampo etnico dal marzo 2004.”  Vojislav Jovic, con sua moglie, sono una delle altre quattro famiglie serbe che vivono a Svinjare-Frashër. Secondo lui, i serbi non stanno vendendo solo a causa della paura per la propria sicurezza. Per Jovic :“I serbi non stanno scappando per la propria sicurezza. Stanno vendendo le loro case perché vedono in questo una opportunità di grande profitto”.
 
due ragazzi albanesi si fotograno mentre offendono un luogo di culto ortodosso dato alle fiamme nel 2004Nuovi muri. Mentre alcuni integralisti albanesi e serbi vedrebbero di buon occhio la totale separazione delle due comunità, il vice-ministro Fejza sostiene che tale processo nuoce al Kosovo. "Il progetto di ricostruzione è stato pagato con i soldi dei contribuenti – ricorda – e stiamo gettando soldi che avrebbero potuti essere investiti in progetti per un ritorno sostenibile dei serbi”. Secondo Fejza, parte dello spreco è imputabile al programma di sviluppo delle Nazioni Unite, l’Undp, che gestisce i fondi per la ricostruzione. "Quando venivano firmati i contratti per rinnovare le case distrutte, non si è voluto prevedere che cosa sarebbe stato di queste case, se sarebbero state vendute o meno. Ci si concentrò sul ricostruire un certo numero di case bruciate, non su altri elementi che avrebbero dovuto attrarre i serbi a tornare dopo I disordini”.
Gli ufficiali dell’Undp rigettano le accuse. Prima che il processo di ricostruzione cominciasse, l’Undp, l’autorità Onu in Kosovo (Unmik), il governo e i cittadini coinvolti, firmarono un accordo che impegnava i beneficiari dei fondi a non vendere le proprie case per un certo periodo di tempo. Sia albanesi che serbi hanno ignorato questo accordo. Rrahman Hasani, capo di Svinjare-Frashër, passa quasi tutto il tempo a incontrare i nuovi arrivati albanesi che hanno comprato quasi tutte le 120 case ricostruite con i fondi.
"Il governo del Kosovo ha investito milioni di euro nella ricostruzione delle case, che ora sono state vendute senza controllo. I politici locali sostengono che è difficile opporsi al diritto di vivere dove si vuole, e quindi vendere o comprare la propria casa di conseguenza. Per Ulpiana Lama, portavoce del primo ministro del Kosovo, Agim Ceku, "Non possiamo fermare il commercio della proprietà, se questa è la volontà dei cittadini”. Ma Arben Gashi, un esperto locale del governo, è viceversa preoccupato: “questi diritti stanno creano enclavi etniche e nuovi confine all’interno del Kosovo stesso”. Intanto, Vukadinovic, si sveglia ogni giorno con nuovi vicini albanesi. Ogni giorno riceve molte offerte per vendere casa sua. “Ricevo molte offerte, e con buoni prezzi. Ma questo posto è importante per me e non lo venderò. Non ho motivo per vendere la mia casa. Finché vivo, posso vivere qui." 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Serbia