Le Nazioni unite stimano che, dopo 19 giorni di guerra,
siano 800mila i libanesi che hanno abbandonato la propria abitazione in fuga
dai bombardamenti. Secondo altre fonti in Libano, sarebbero già 1 milione. Il
dato è ancora più impressionante se si tiene conto che si tratta di una
popolazione di poco superiore ai 4 milioni di persone.
La grande fuga. I flussi sono prevalentemente dal sud
verso Beirut o verso il confine con la Siria, ma anche molti abitanti di Beirut
stanno cercando scampo al nord del Paese.
Molti profughi si sono
rifugiati in edifici pubblici abbandonati o meno, con seri rischi per la
propria incolumità. C’è infatti il pericolo di rifugiarsi in un palazzo che
risulta obiettivo dei bombardamenti israeliani, con conseguenze drammatiche. Ma
restare al sud significa essere tagliati fuori dagli aiuti umanitari e quindi
senza possibilità di soccorso. Il corridoio umanitario, che doveva partire dal
porto di Tiro, è diventato un motivo di lotta politica e, al di là delle
dichiarazioni ufficiali, non funziona perché l’esercito israeliano non offre le
garanzie necessarie alle organizzazioni internazionali che tentano di
soccorrere la popolazione. “Centinaia di migliaia di sfollati hanno crescente
difficoltà a procurarsi il cibo e altri generi essenziali con l’aggravarsi
della crisi in Libano. I danni ai ponti e alle strade hanno interrotto quasi
completamente la catena di rifornimento alimentare con gravi conseguenze per un
gran numero di sfollati”, ha dichiarato Amer Daoudi del Programma Alimentare
Mondiale. Contestualmente alla mancanza di cibo e medicine, è forte il rischio
di epidemie per la mancanza di acqua potabile, sovraffollamento e mancanza di
servizi.
In Siria si sono rifugiati circa 200mila profughi. Centinaia
di famiglie siriane, al confine, danno il loro numero di telefono alla Croce
Rossa Internazionale mettendosi a disposizione per accogliere i profughi.
Questi ultimi dormono nelle scuole, nei luoghi di culto e negli studentati
vuoti per le vacanze estive. La popolazione si adopera per aiutarli, fornendo
cibo e vestiti, e donando il sangue per i feriti.
Un quadro complesso. Un’emergenza drammatica quindi,
ma non nuova per la gente di questa terra.
Sembra di rivivere il copione
del 1948 e di tutte le guerre che hanno insanguinato il Medio Oriente.
All’epoca, dalla Palestina, furono circa 750mila le persone che abbandonarono
la propria casa, o perché scacciati dagli israeliani o perché preferirono la
fuga alla guerra. Quel problema è ancora irrisolto. Si calcola che nei campi
palestinesi, nella stessa Palestina o in Giordania, Siria e Libano, vivano
circa 4 milioni di profughi. Da anni sono diventati uno strumento di lotta
politica, con l’accusa di voler rimanere profughi nonostante, in tanti altri
teatri di guerra, alla fine gli sfollati hanno accettato la loro condizione
ricominciando una nuova vita. Ma come si può fare una colpa a un popolo di
rifiutare una condizione vissuta come ingiusta? In particolare quando la
condizione di profugo finisce per essere l’unico elemento identitario, che
permette a generazioni cresciute lontano dalla loro terra di sentirsi parte di
una nazione?
Questo problema ha finito per destabilizzare tutto il Medio Oriente. La
Giordania, la Siria e il Libano, in tempi diversi e con modalità differenti,
hanno finito tutti per vivere la tensione della presenza all’interno dei propri
confini della massa critica dei profughi, che aumenta per altro di anno in anno
a causa dell’elevato tasso di natalità. Le varie agenzie dell’Onu, da anni,
riversano fiumi di denaro in progetti che alla fine non funzionano. Questo
conflitto sta creando un’emergenza drammatica. Non a caso tutte le agenzie,
Unrwa, Unicef, Pam e così via, stanno implorando l’apertura di un corridoio
umanitario, perché l’esperienza sul campo ha insegnato loro che una nuova massa
di sfollati in Medio Oriente finirebbe per destabilizzare ancora di più la
regione.
L’elemento che però ha caratterizzato questi 19 giorni di guerra, e che forse
ha sorpreso anche i vertici militari israeliani, è stata la compattezza del
popolo libanese. Il Libano,
dopo l’omicidio Hariri, era in crisi politica e le
divisioni della guerra civile sembravano tornare alla ribalta. Di fronte a
quella che la popolazione civile vive come un’aggressione gratuita e
generalizzata, il fronte interno si è compattato. Sciiti aiutano sunniti,
cristiani aiutano musulmani, laici aiutano Hezbollah.
Questo elemento inatteso è la vera sorpresa di questa guerra, mentre
meno lo è la popolarità della quale gode Hezbollah tra la popolazione del Libano
meridionale. Quando Hamas ha vinto le elezioni in Palestina, molti osservatori
internazionali si sono chiesti cosa fosse accaduto, come fosse possibile che un
movimento islamista vincesse le elezioni. Lo stesso si chiedono oggi per il
partito Hezbollah, che ha due ministri nel governo libanese e al quale la
popolazione non sta voltando le spalle. Ma basta vedere le scuole, gli
ospedali, le mense e gli alloggi che costruisce Hezbollah nel Libano
meridionale per capire come possa risultare più utile e quindi attraente di un
sistema democratico che mette in fuga, sotto le bombe, un milione di persone.