01/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La drammatica situazione dei profughi libanesi
Le Nazioni unite stimano che, dopo 19 giorni di guerra, siano 800mila i libanesi che hanno abbandonato la propria abitazione in fuga dai bombardamenti. Secondo altre fonti in Libano, sarebbero già 1 milione. Il dato è ancora più impressionante se si tiene conto che si tratta di una popolazione di poco superiore ai 4 milioni di persone.
 
un'anziana libanese in fuga dai bombardamentiLa grande fuga. I flussi sono prevalentemente dal sud verso Beirut o verso il confine con la Siria, ma anche molti abitanti di Beirut stanno cercando scampo al nord del Paese. Molti profughi si sono rifugiati in edifici pubblici abbandonati o meno, con seri rischi per la propria incolumità. C’è infatti il pericolo di rifugiarsi in un palazzo che risulta obiettivo dei bombardamenti israeliani, con conseguenze drammatiche. Ma restare al sud significa essere tagliati fuori dagli aiuti umanitari e quindi senza possibilità di soccorso. Il corridoio umanitario, che doveva partire dal porto di Tiro, è diventato un motivo di lotta politica e, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non funziona perché l’esercito israeliano non offre le garanzie necessarie alle organizzazioni internazionali che tentano di soccorrere la popolazione. “Centinaia di migliaia di sfollati hanno crescente difficoltà a procurarsi il cibo e altri generi essenziali con l’aggravarsi della crisi in Libano. I danni ai ponti e alle strade hanno interrotto quasi completamente la catena di rifornimento alimentare con gravi conseguenze per un gran numero di sfollati”, ha dichiarato Amer Daoudi del Programma Alimentare Mondiale. Contestualmente alla mancanza di cibo e medicine, è forte il rischio di epidemie per la mancanza di acqua potabile, sovraffollamento e mancanza di servizi.
In Siria si sono rifugiati circa 200mila profughi. Centinaia di famiglie siriane, al confine, danno il loro numero di telefono alla Croce Rossa Internazionale mettendosi a disposizione per accogliere i profughi. Questi ultimi dormono nelle scuole, nei luoghi di culto e negli studentati vuoti per le vacanze estive. La popolazione si adopera per aiutarli, fornendo cibo e vestiti, e donando il sangue per i feriti.
 
un centro d'accoglienza per profughi libanesiUn quadro complesso. Un’emergenza drammatica quindi, ma non nuova per la gente di questa terra. Sembra di rivivere il copione del 1948 e di tutte le guerre che hanno insanguinato il Medio Oriente. All’epoca, dalla Palestina, furono circa 750mila le persone che abbandonarono la propria casa, o perché scacciati dagli israeliani o perché preferirono la fuga alla guerra. Quel problema è ancora irrisolto. Si calcola che nei campi palestinesi, nella stessa Palestina o in Giordania, Siria e Libano, vivano circa 4 milioni di profughi. Da anni sono diventati uno strumento di lotta politica, con l’accusa di voler rimanere profughi nonostante, in tanti altri teatri di guerra, alla fine gli sfollati hanno accettato la loro condizione ricominciando una nuova vita. Ma come si può fare una colpa a un popolo di rifiutare una condizione vissuta come ingiusta? In particolare quando la condizione di profugo finisce per essere l’unico elemento identitario, che permette a generazioni cresciute lontano dalla loro terra di sentirsi parte di una nazione?
Questo problema ha finito per destabilizzare tutto il Medio Oriente. La Giordania, la Siria e il Libano, in tempi diversi e con modalità differenti, hanno finito tutti per vivere la tensione della presenza all’interno dei propri confini della massa critica dei profughi, che aumenta per altro di anno in anno a causa dell’elevato tasso di natalità. Le varie agenzie dell’Onu, da anni, riversano fiumi di denaro in progetti che alla fine non funzionano. Questo conflitto sta creando un’emergenza drammatica. Non a caso tutte le agenzie, Unrwa, Unicef, Pam e così via, stanno implorando l’apertura di un corridoio umanitario, perché l’esperienza sul campo ha insegnato loro che una nuova massa di sfollati in Medio Oriente finirebbe per destabilizzare ancora di più la regione.
L’elemento che però ha caratterizzato questi 19 giorni di guerra, e che forse ha sorpreso anche i vertici militari israeliani, è stata la compattezza del popolo libanese. Il Libano, dopo l’omicidio Hariri, era in crisi politica e le divisioni della guerra civile sembravano tornare alla ribalta. Di fronte a quella che la popolazione civile vive come un’aggressione gratuita e generalizzata, il fronte interno si è compattato. Sciiti aiutano sunniti, cristiani aiutano musulmani, laici aiutano Hezbollah.
Questo elemento inatteso è la vera sorpresa di questa guerra, mentre meno lo è la popolarità della quale gode Hezbollah tra la popolazione del Libano meridionale. Quando Hamas ha vinto le elezioni in Palestina, molti osservatori internazionali si sono chiesti cosa fosse accaduto, come fosse possibile che un movimento islamista vincesse le elezioni. Lo stesso si chiedono oggi per il partito Hezbollah, che ha due ministri nel governo libanese e al quale la popolazione non sta voltando le spalle. Ma basta vedere le scuole, gli ospedali, le mense e gli alloggi che costruisce Hezbollah nel Libano meridionale per capire come possa risultare più utile e quindi attraente di un sistema democratico che mette in fuga, sotto le bombe, un milione di persone. 

Christian Elia

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