“I bambini di Qana all'una di notte dormivano come angeli e sono stati uccisi
nel modo più brutale. E si parla ancora di autodifesa? Cosa aspetta ancora il
mondo?”. Michelle ha 26 anni, è sconvolta mentre manifesta davanti alla sede delle
Nazioni unite. E’ successo di nuovo. Di nuovo a Cana, come nel 1996. All'una di
notte, il fuoco dell'aviazione israeliana colpisce la base dell’Onu, dove avevano
trovato rifugio centinaia di civili libanesi. Il bilancio è pesantissimo: almeno
60 morti, tra cui 37 bambini.

La notizia arriva a Beirut e nelle altre città libanesi. La gente esce in strada,
non ha paura di altri attacchi, ha solo voglia di urlare e di manifestare. Si
ritrovano presso la sede Onu al centro della bella Down Town di Beirut, dove bandiere
delle Nazioni unite vengono calpestate e i cassonetti incendiati. Gli edifici
dell'Onu vengono attaccati e daneggiati, ma non si riportano feriti. I manifestanti
portano cartelli e striscioni: 'Da parte dei nostri bambini morti, grazie America
per le tue bombe intelligenti', si legge su uno dei cartelli.
Hassan, 21 anni, è lì con altri suoi amici. “La gente è stanca. Non crede più
a nessuno... Dico grazie agli Usa e a Israele per le 'eleganti bombe'”, racconta.
Ziad, 26 anni, così commenta: "Forse i bambini libanesi sono dei sostenitori
di Hezbollah e devono morire per la nuova democrazia nel Medio Oriente che Bush
ha promesso al mondo”.

Ibrahim, 26 anni, viene da Nabatiyye: “Io faccio parte del servizio civile. Dopo
il bombardamento per un po' di tempo non siamo riusciti a vedere niente, era tutto
distrutto. Quello che ricordo sono le madri con in braccio i bambini morti. Avevano
fatto nascondere in bambini lì perché lo consideravano un posto sicuro, ma come
nel 1996 non è stato cosi”. Il
18 aprile 1996, a Cana, gli edifici della Forza ad interim delle Nazioni unite in Libano (Unifil),
dove avevano cercato rifugio almeno 800 civili libanesi, furono colpiti dall'artiglieria
israeliana. Nell'attacco furono uccisi almeno 106 civili, in maggioranza donne,
bambini e anziani. Il governo di Tel Aviv disse che si trattava di un errore.
Il rapporto delle Nazioni unite sulla tragedia, invece, concluse che era “improbabile
che si sia trattato di un errore tecnico o procedurale”.

Mona, 23 anni, risponde alle accuse del governo di Tel Aviv: “Hezbollah non usa
i civili come scudi. Questo è quello che Israele dice per poter difendersi dai
suoi crimini. Hanno anche detto che non sapevano che nella base c’erano civili.
Gli rispondo: Wallahi? Veramente?”
Un uomo regge un foglio di carta a forma di bomba, sopra c'è scritto “Grazie,
il messaggio è arrivato”. Si riferisce alle foto, che hanno fatto il giro del
mondo, delle bambine israeliane che scrivono e disegnano sulle bombe. Un altro
striscione, in inglese e arabo, recita “I soldi delle tasse americane ci stanno
uccidendo”.
Anche Maher ha 23 anni: “Siamo stanchi di soffrire. Siamo un’estensione della
sofferenza dei palestinesi. La gente dice che non siamo uniti. Non è vero. Il
Sayyed Nasrallah non è stato mai amato come in questo momento. Grazie Hassan perché
ti preoccupi di noi”.
Mohamad ha 24 anni. Anche lui è venuto a Beirut a manifestare contro la strage
di Qana. “Il democratico stato di Israele sta bruciando bambini libanesi. Già
dieci anni fa era successo e Israele è rimasto impunito. Quello che abbiamo imparato
è che Israele può uccidere a suo piacimento e i suoi atti sono sempre non intenzionali”.
Joseph, 21 anni: “La gente in Libano è disperata. Ci domandiamo cosa voglia ancora
Israele. Crede di lottare contro gli Hezbollah in questo modo? Non esistono piu
cristiani e musulmani, siamo tutti uniti. E i nostri cuori pieni di rabbia e odio”.