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Kabila. Sono 33 i
candidati alla presidenza, con un unico, grande favorito. Il presidente uscente
Joseph Kabila, già 5 anni (forse i più difficili) di governo alle spalle.
Giunto al potere quasi per caso, dopo l’assassinio, nel 2001, di suo padre
Laurent, questo personaggio schivo e riservato, poco più che 30enne, è riuscito
a conquistarsi la fiducia della popolazione, facendo terminare la guerra più
sanguinosa dal 1945 a oggi (4 milioni di morti in tutto) e traghettando, bene
o
male, il Paese lungo il periodo di transizione. Di fronte alla sua statura, e
nonostante le numerose pecche della sua presidenza, difficilmente gli altri
candidati riusciranno a spuntarla. Poche le chances
per Azarias Ruberwa e Jean-Pierre Bemba, capi degli ex-gruppi ribelli congolesi
e attuali vice-presidenti. Più che altro, Kabila sembra l’unico candidato ad
avere la possibilità di guadagnare voti in tutto il Paese, mentre gli altri
puntano sulle rispettive regioni natie.
Tensione. L’unico
oppositore di un certo spessore, il leader storico dell’opposizione Etienne
Tshisekedi, ha deciso di non presentarsi, bruciandosi forse l’ultima
possibilità di poter influenzare seriamente la politica nazionale. Il fatto che
Kabila sia il grande favorito è dimostrato anche dalla campagna elettorale che
hanno deciso di portare avanti i suoi avversari, tutti coalizzati nell’accusare
l’attuale presidente di mancanza di congolité,
a causa degli lunghi anni trascorsi in Tanzania. Uno dei tanti motivi che hanno
avvelenato la campagna elettorale: dalle accuse a Kabila per il monopolio dei
mezzi di informazione e per le presunte irregolarità nella registrazione dei
votanti, condivise anche da parte della Chiesa e non del tutto infondate, agli
scontri durante i comizi elettorali che hanno provocato almeno una decina di
morti, gli ultimi dei quali a Kinshasa, venerdì mattina.
Sicurezza.
A sorvegliare il corretto svolgimento delle
elezioni penseranno i 17 mila caschi blu della Monuc, la missione Onu nel Paese, coadiuvati dall’Eufor, la forza di reazione rapida
inviata dall’Unione Europea, che conta 800 uomini. Più di mille gli osservatori
internazionali che sorveglieranno le urne, anche se, come sempre, verranno
dislocati solo nei maggiori centri urbani. Per i seggi elettorali di campagna,
i Congolesi se la dovranno cavare da soli. Le incognite maggiori riguardano il
dopo voto, e la possibilità che qualche vecchio protagonista del conflitto
decida di riprendere le armi in caso di sconfitta. “Ma a questo si comincerà a
parlare da lunedì”, dichiara a PeaceReporter
Pierre Lumembu, giornalista congolese. “Domenica, il palcoscenico sarà nostro
dopo 45 anni, e vogliamo goderci questa giornata storica”. Come dargli torto?
Matteo Fagotto