Scritto per noi da
Paolo Lezziero
"Fiumi", il volume di Ettore Mo, grande inviato del Corriere della Sera, non
ha certo un taglio vacanziero. La spiegazione della ricerca viene dalla quarta
di copertina: "dall’India alla Cina, dall’Eufrate al Piave, dal Mississipi al
Danubio, storie di un mondo in guerra per l'acqua".

L'acqua è la vita, l’oro bianco del pianeta, e i fiumi sono le grandi strade
d'acqua, che portano cose buone, indispensabili, ma anche grandi alluvioni, alterazioni
dei sistemi incentivati quasi sempre dagli interventi dell'uomo.
Analizzati dalla scrittura agile ed essenziale del giornalista, questi giganti
vivono in tutte le loro particolarità vitali legate al territorio. Agili e dirompenti
appena nati dai loro altissimi ghiacciai, scendono alle pianure con la furia dei
neonati, per poi rallentare e impantanarsi dentro scarichi umani o carcasse animali.
Uno di questi è il Gange, il fiume sacro, che forma uno dei bacini più grandi
del mondo, un quarto del territorio dell'India, un paese talmente grande da ospitare
altri due piccoli giganti, il Brahmaputra e il Meghna, "facendo un immenso pantano
di 1.677.000 chilometri quadrati; nel quale gli abitanti di quasi 700 città e
villaggi di dimensioni diverse scaricano i rifiuti e fanno i loro bisogni".
A pelo d’acqua del Gange (che gli indiani chiamano Ganga) inoltre veleggiano
le ceneri di migliaia di Hindù che si sono fatti cremare e parte dei cadaveri
che le fiamme non sono riuscite a divorare completamente. "Non stupiscono il sospetto
e l’apprensione", aggiunge Ettore Mo, "di chi nel menù dei ristoranti si vede
offrire il pesce fresco".
E nonostante questa ricchezza di acque New Delhi, la capitale, è sempre assetata
e ha dovuto costruire un canale per portare acqua al super quartiere residenziale
di Luthien, dirottandone un po’ di meno ai quartieri più poveri e periferici,
scatenando un conflitto sociale.

Anche il fiume Giordano è messo male. Non è più quello della Bibbia e dei profeti,
lo stesso dove fu battezzato Gesù da Giovanni Battista. A furia di essere pompato
da israeliani e giordani per irrigare le loro aride terre, non è più un fiume
"ma è diventato uno scolo" dice Yousef Hasan Ayadi, numero due del ministero dell’Acqua
e irrigazione giordano. E striminzito com'è non riesce quasi più a raggiungere
il Mar Morto, "che per 10.000 anni ha potuto contare, per vivere, del suo costante
e prezioso contributo. Un autentico disastro ecologico".
In Italia invece è una grande abbondanza di acqua e di fango a creare la tragedia.
Nel 1963 una valanga, provocata dalla frana del monte Toc nel bacino artificiale
del Vajont, cancella il paese di Longarone e causa 1910 morti, il più giovane,
Claudio, di 21 mesi. Subito le grandi firme del giornalismo sottoscrivono l'estraneità
dell'uomo nella sciagura. La verità viene fuori dopo: svuotando l'invaso il monte
era crollato, il fiume di denaro arrivato dopo finisce in minima parte alle famiglie
delle vittime, con cavilli legale che favoriscono la controparte, la tragedia
diventa un gigantesco business, e quando Vincenzo Teza, rientrato dalla Germania
dove era emigrato per lavoro, si ritrova completamente solo, cerca i corpi dei
suoi cari e li ritrova tutti, straziati dalla corrente. E quando un giorno si
sente chiedere da dove venisse, e dice, di essere di Longarone, "Beati voi", gli
rispondono, "che vi siete arricchiti coi vostri morti".

E sempre in Italia il Piave, il mitico fiume che mormorava il 24 maggio del 1915
quando passavano i poveri fanti, temuto dagli austriaci perché con le sue piene
bloccava le loro salmerie, sta diventando un "rigagnolo in via di estinzione".
"E’ il fiume più sfruttato d’Europa", racconta al cronista il presidente della
Provincia, Sergio Reolon. "Due miliardi e mezzo di metri cubi l'anno viene fatta
confluire verso i consorzi per lo sviluppo agricolo della zona. Muta e si degrada
il paesaggio. I laghi alpini, quasi in secco, non attirano più turisti, e questo
aggrava il danno economico".
Sono finiti i tempi in cui si scendeva in zattera dal Cadore a Venezia, e lo
facevano già i romani e gli zattieri sono da tanti anni costituiti in Corporazione,
detta "Fraglia".
A Fossalta, Ettore Mo si inginocchia davanti alla targa che ricorda il diciottenne
Ernest Hemingway, autiere volontario, ferito in quella località.
In Cina, in Africa, gigantesche dighe cercano di sfruttare la potenza dei fiumi
per produrre energia ma spesso creano immani disastri, ambientali e immediati
pericoli per vite umane.
In America Latina, in Bolivia, uno dei paesi più poveri, Ettore Mo si sofferma
sulla località di Cochabamba, dove "A un certo punto il dilemma era inevitabile:
beviamo l’ultimo bicchiere d'acqua per non morire di sete o lo versiamo nei canali
irrigui perché non muoiano di sete i nostri campi coltivati a coca?"
A 2500 metri di altezza, al centro della città ci sono sempre folle di turisti
e lì si avverte meno il bisogno. La forzata astinenza esplode nei barrios, i termitai periferici affogati nella polvere. Sono le autobotti a portare acqua,
un bene comune che viene lesinato col contagocce; ogni famiglia piazza davanti
a casa sua un bidone di metallo da 200 litri da trattare con parsimonia, per bere,
cucinare e fare il bucato. Naturalmente, come immediata conseguenza, nella primavera
del 2000 scoppia la prima guerra dell’acqua, il 4 e il 12 aprile, con cinque morti
e centinaia di feriti.
Le belle pagine di Ettore Mo spaziano poi in Amazzonia, seguono l’epopea del
Mississipi, da St. Louis a Memphis, la devastazione dell’uragano Katrina che distrugge
buona parte della città del jazz, New Orleans.
E il lago Bajkal, il mare d’Aral, il Danubio. I fiumi descritti sono pezzi fondamentali
di vita della terra, che coinvolgono uomini coraggiosi o opportunisti, intere
comunità che si spostano e crescono o scompaiono legate all’acqua che li ha nutriti
per centinaia di anni. Sono pezzi di una storia che si rinnova continuamente.