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I fatti. E’
stata una settimana di passione, quella appena trascorsa
nel sud della Costa d’Avorio. “Colpa” del processo di identificazione
dei
cittadini, deciso il 5 luglio scorso a conclusione del summit di
Yamoussoukro,
a cui partecipò anche il segretario generale dell’Onu Kofi Annan per
tentare di
ravvivare un processo di pace boccheggiante. L’identificazione di
milioni di
Ivoriani, privi di documenti di identità, servirà per procedere poi
alla
registrazione dei votanti che si recheranno alle urne il prossimo 31
ottobre,
ma i sostenitori del presidente Laurent Gbagbo temono che l’opposizione
possa
“infiltrare” nelle liste milioni di immigrati, provenienti
principalmente da Mali e Burkina Faso, per rafforzare i propri ranghi.
Così, Gbagbo ha sconfessato le misure decise a Yamoussoukro dopo appena
due
giorni, facendo appello ai Jeunes
Patriotes perché impedissero in qualsiasi modo che la registrazione andasse
avanti.
Violenze. L’appello è stato colto al volo dai Jp, che hanno prima bloccato le strade di Abidjan per quattro
giorni, per poi scontrarsi con i sostenitori dell’opposizione nelle città di
Divo e Grand-Bassam. Il bilancio parla di almeno 5 morti e decine di feriti,
che non sono però serviti per bloccare il processo di identificazione, che
proseguirà come annunciato dal premier Charles Konan Banny. “L’unica buona
notizia della settimana”, continua Kandia, “ma nonostante la buona volontà del
Primo Ministro, sarà difficile organizzare tutto in tempo per il 31 ottobre”.
Disarmo. Giovedì, intanto, è cominciato il programma di
smobilitazione delle milizie filo-governative vicine al presidente Gbagbo, e
impegnate durante la guerra civile nella zona sud-occidentale del Paese. Per la
prima volta, alcuni miliziani hanno consegnato circa 250 tra fucili e cannoni
al personale dell’Onuci (la missione Onu in Costa d’Avorio). La speranza è che
il disarmo dei miliziani possa aprire la strada a quello dei ribelli delle Forces Nouvelles, che controllano il
nord del Paese, e quindi alle elezioni. Maurice Amouin, iscritto al Parti Democratique de la Cote d’Ivoire,
è più ottimista di Kandia. “Ci sono dei segnali contrastanti, è vero, ma
bisogna avere fiducia. Il disarmo dei miliziani è un passo importante, anche se
bisognerà vedere se sarà portato a termine”. Un’incognita non da poco, vista la
scarsa attendibilità dei soggetti politici ivoriani.
Tutti per
Drogba. Morale della favola, per la Costa d’Avorio si
preannuncia un’altra estate calda. In cui il Paese dovrà cavarsela da solo,
visto che la recente crisi mediorientale non darà la possibilità alla comunità
internazionale di impegnarsi molto a fianco del Paese del cacao. “E’ anche vero
che di accordi per la Costa d’Avorio ne sono stati firmati tanti”, rettifica Maurice.
“Il sostegno dell’Onu è importante, ma ora tocca a noi uscire da questa crisi,
basta cerca scuse all’estero”. Servirebbe un grande senso di responsabilità
nazionale da parte delle forze politiche e dei ribelli. “E’ vero”, conclude
sarcastico il nostro interlocutore, “peccato che per metterci d’accordo ci
sarebbe solo una soluzione: fare presidente il nostro calciatore idolo, Didier
Drogba!” Matteo Fagotto