28/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuovi scontri e un disarmo abbozzato. Il futuro del Paese resta incerto
“Almeno le altre volte gli accordi di pace qualche settimana duravano… L’ultimo ha retto solo due giorni!”. Nel commento di Kandia Guédé, giovane attivista politica di Abidjan, è racchiusa tutta l’amarezza di chi alla pace non crede più. La scadenza elettorale del 31 ottobre si avvicina, ma le violenze rimangono all’ordine del giorno.
 
Una manifestazione dei Jeunes PatriotesI fatti. E’ stata una settimana di passione, quella appena trascorsa nel sud della Costa d’Avorio. “Colpa” del processo di identificazione dei cittadini, deciso il 5 luglio scorso a conclusione del summit di Yamoussoukro, a cui partecipò anche il segretario generale dell’Onu Kofi Annan per tentare di ravvivare un processo di pace boccheggiante. L’identificazione di milioni di Ivoriani, privi di documenti di identità, servirà per procedere poi alla registrazione dei votanti che si recheranno alle urne il prossimo 31 ottobre, ma i sostenitori del presidente Laurent Gbagbo temono che l’opposizione possa “infiltrare” nelle liste milioni di immigrati, provenienti principalmente da Mali e Burkina Faso, per rafforzare i propri ranghi. Così, Gbagbo ha sconfessato le misure decise a Yamoussoukro dopo appena due giorni, facendo appello ai Jeunes Patriotes perché impedissero in qualsiasi modo che la registrazione andasse avanti.
 
Scontri in Costa d'AvorioViolenze. L’appello è stato colto al volo dai Jp, che hanno prima bloccato le strade di Abidjan per quattro giorni, per poi scontrarsi con i sostenitori dell’opposizione nelle città di Divo e Grand-Bassam. Il bilancio parla di almeno 5 morti e decine di feriti, che non sono però serviti per bloccare il processo di identificazione, che proseguirà come annunciato dal premier Charles Konan Banny. “L’unica buona notizia della settimana”, continua Kandia, “ma nonostante la buona volontà del Primo Ministro, sarà difficile organizzare tutto in tempo per il 31 ottobre”.
 
Militari dell'Onuci in azioneDisarmo. Giovedì, intanto, è cominciato il programma di smobilitazione delle milizie filo-governative vicine al presidente Gbagbo, e impegnate durante la guerra civile nella zona sud-occidentale del Paese. Per la prima volta, alcuni miliziani hanno consegnato circa 250 tra fucili e cannoni al personale dell’Onuci (la missione Onu in Costa d’Avorio). La speranza è che il disarmo dei miliziani possa aprire la strada a quello dei ribelli delle Forces Nouvelles, che controllano il nord del Paese, e quindi alle elezioni. Maurice Amouin, iscritto al Parti Democratique de la Cote d’Ivoire, è più ottimista di Kandia. “Ci sono dei segnali contrastanti, è vero, ma bisogna avere fiducia. Il disarmo dei miliziani è un passo importante, anche se bisognerà vedere se sarà portato a termine”. Un’incognita non da poco, vista la scarsa attendibilità dei soggetti politici ivoriani.
 
Il presidente ivoriano Laurent GbagboTutti per Drogba. Morale della favola, per la Costa d’Avorio si preannuncia un’altra estate calda. In cui il Paese dovrà cavarsela da solo, visto che la recente crisi mediorientale non darà la possibilità alla comunità internazionale di impegnarsi molto a fianco del Paese del cacao. “E’ anche vero che di accordi per la Costa d’Avorio ne sono stati firmati tanti”, rettifica Maurice. “Il sostegno dell’Onu è importante, ma ora tocca a noi uscire da questa crisi, basta cerca scuse all’estero”. Servirebbe un grande senso di responsabilità nazionale da parte delle forze politiche e dei ribelli. “E’ vero”, conclude sarcastico il nostro interlocutore, “peccato che per metterci d’accordo ci sarebbe solo una soluzione: fare presidente il nostro calciatore idolo, Didier Drogba!” 

Matteo Fagotto

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