Un tassista libanese perde le gambe in un bombardamento dopo aver perso un braccio nella guerra civile 32 anni fa
di Fernando Fernández*
Per Ahmed Khalil Ali, un tassista libanese di 58 anni,
Israele è come un’ombra scura sulla sua vita ormai già da tempo. Nel 1974, un
attacco israeliano uccise due suoi amici e lo
mutilò di un braccio. Ora, un missile israeliano lo ha lasciato senza gambe.
Una vita distrutta.
In questi giorni si trova in un ospedale di Beirut: è un
uomo distrutto che si rifiuta di parlare con chiunque. Sua moglie con i
cinque
figli, tutti feriti nell’attacco aereo, sono in stanza con lui. La
figlia maggiore,
Mira di 16 anni, fa da portavoce della
famiglia e parla in un inglese impeccabile da una sedia a rotelle con
le bende
che le ricoprono un piede e la testa. “Papà sta male e si sente
colpevole perché
non può più
proteggere la sua famiglia e non sa come badare a noi”, spiega. Alì era
in vacanza
con la famiglia nel suo villaggio natale
di Blida, vicino al confine israeliano, quando è scoppiato il conflitto
in Libano. Proprio lì, 32 anni fa, perse l’uso del braccio destro.
Stava seduto con un paio d’amici quando un aereo da guerra israeliano
sganciò
una bomba. Entrambi i suoi amici morirono mentre Alì riportò gravi
ferite al
braccio destro.
Ma Mira ci ha detto che quest’anno la vacanza stava
procedendo bene prima dello scoppio delle violenze che li ha travolti.
“I primi giorni erano molto tranquilli e solo una notte ci siamo
spaventati
perché sentivamo dei bombardamenti in lontananza”. Durante la notte i
bombardamenti si avvicinavano sempre di
più. Finché uno arrivò proprio dove eravamo noi.
Il terrore dal cielo.
“Sembrava un terremoto. All’improvviso tutto diventò bianco e riuscivo
solo a sentire mia mamma che urlava e che ci chiamava”, ha
detto
Mira. “Mi ha tirata fuori dalle macerie della casa perché avevo
una gamba spezzata e solo allora ci siamo resi conto che papà era
rimasto senza
gambe e ci chiedeva di aiutarlo per cercare di tamponare il sangue”.
Rivolge lo sguardo verso suo padre immobile, si scusa e dice
che gli chiederà se ha voglia di raccontarci di quella notte orribile.
La
risposta è no, come sempre.
Da quando venne ferito nel 1974, Ahmed vive nella parte sud
di Beirut, a maggioranza sciita e roccaforte di Hezbollah. Mira dice che la sua
famiglia è sciita ma che non fa parte
di Hezbollah e ritiene che la milizia sia responsabile della tragedia della sua
famiglia insieme ad Israele. “Perché ci hanno attaccati? Siamo soltanto civili
e stiamo
pagando con le nostre vite, col nostro futuro”, ci dice con amarezza.
Tutta la sua famiglia sarà evacuata in Grecia e
successivamente in Australia dove Alì sarà sottoposto a cure mediche e a
rieducazione fisica. Ma Mira, nonostante il destino crudele che ha segnato lei
e
suo padre, non vuole andare in esilio. “Non voglio andarmene dal Libano”, dice
con gli occhi lucidi e la voce
che trema.
traduzione a cura di Federica Caporali