Meno di tre settimane fa
PeaceReporter
ha
intervistato
direttori e presidenti delle Ong italiane che operano o hanno operato in
Afghanistan: Intersos, Alisei, Aispo, Cesvi, Coopi, Msf e Terres des Hommes. Ne
emergevano posizioni di dura critica alla missione militare Isaf in
Afghanistan, che in certi casi comprendevano la richiesta di ritiro delle
nostre truppe.
Ma negli ultimi giorni, molte di quelle stesse Ong –
riunitesi nel frattempo in un coordinamento chiamato “Cooperazione in contesti
di guerra” e comprendente Intersos, Coopi, Cesvi, Alisei, Aispo, Cosv e Gvc –
hanno
concordato e pubblicamente espresso una posizione comune ufficiale nettamente
favorevole
alla prosecuzione della partecipazione italiana alla missione Isaf.
Perché quelle Ong
sostengono la missione. Giulio Marcon, autore di “Le ambiguità degli aiuti umanitari” e presidente del
Consorzio
Italiano di Solidarietà (Ics), ha dato a PeaceReporter
la sua interpretazione di questo repentino cambiamento.
“Ci sono quattro ragioni che possono ben spiegare la
posizione di certe Ong. La principale è economica: un atteggiamento troppo
critico nei confronti delle scelte del governo è sconsigliabile se poi si vuole
avere accesso ai fondi pubblici di Cooperazione Italiana. La seconda è
politica: la necessità di non mettere in pericolo i rapporti con partiti e
gruppi politici. La terza è pratica: la necessità di non compromettere i
rapporti con i militari costruiti sul campo. La quarta è l’opportunità di offrire
la propria consulenza all’organismo parlamentare che dovrebbe monitorare la
missione”.
Intersos risponde:
“Accuse false e vergognose”. “Falsità vergognose”, ha commentato quello che
è un po’ il capofila delle sette Ong “Cooperazione in contesti di guerra”,
ovvero Nino Sergi, segretario generale di Intersos. Il quale nei giorni scorsi,
riprendendo le posizioni espresse in un
comunicato stampa del
coordinamento, ha scritto a nome “delle
altre organizzazioni dell'Associazione Ong Italiane attive in Afghanistan” una
lettera
aperta ai nove senatori “dissidenti” in cui definisce “necessaria” la presenza
militare straniera in Afghanistan e invita i senatori a chiedere non il ritiro
delle truppe, bensì la garanzia che la missione Isaf “rimanga nel solco del mandato
ricevuto” e non si trasformi in una
missione di guerra.
“Le affermazioni di
Marcon sono umilianti per lui che le fa”, ha detto Sergi a PeaceReporter,
che poi ha spiegato che “le Ong non hanno cambiato idea: noi rimaniamo contrari
alla guerra per principio ma pensiamo che la missione Isaf sia necessaria e debba
continuare nel rispetto, però, della sua natura di missione di pace. Ma questo
lo valuteremo tra sei mesi, dopo la verifica prevista dalla mozione
parlamentare”.
Altri sei mesi per
capire quello che è già chiaro. Ma
non pensa – abbiamo chiesto a Sergi – che sia inutile aspettare sei mesi per certificare
quello che è già chiaro oggi, ovvero che la missione Isaf è definitivamente
cambiata diventando una missione di guerra? Sono mesi ormai che migliaia di
truppe Isaf britanniche e canadesi combattono a fianco delle forze Usa
di Enduring Freedom bombardando i villaggi del sud dell’Afghanistan. Agli occhi
degli afgani, ogni distinzione tra Isaf e Enduring Freedom, se mai c’è stata,
risulta
ormai impossibile. E il fatto che le nostre truppe non partecipino direttamente
alle operazioni di guerra non cambia la realtà: l’Italia partecipa a una
missione bellica, anche se sta in panchina a guardare.
“Questo è vero, ma
non possiamo essere noi a decidere, a giudicare. E’ il Governo, il Parlamento
che deve decidere. E la mozione che accompagna il decreto di rifinanziamento
prevede gli strumenti perché le istituzioni sappiano valutare e decidere.
Strumenti che, tanto per rispondere alle accuse di Marcon, non prevedono assolutamente
la partecipazione di noi Ong”.
Terres des Hommes: “Quelle Ong puntano solo
ai soldi”. “Sergi deve
smetterla di parlare a nome delle Ong italiane. Né lui né il coordinamento
delle sette Ong che si è appena creato rappresentano la posizione delle Ong
italiane”, dichiara a PeaceReporter
Raffaele Salinari, presidente di
Terres des Hommes. “Noi, come altre Ong italiane, non siamo entrati in quel
coordinamento perché giudichiamo gravissimo che delle organizzazioni umanitarie
che si dicono pacifiste sostengano una missione militare solo per tornaconto
economico. Chiaro: se dipendi dai finanziamenti del governo non puoi metterti
contro di esso. Quelle Ong diventano tutte filo-governative se sentono l’odore
dei soldi. A farglieli avere ci penserà Sergio Marelli, della
Margherita: presidente dell’Associazione Ong Italiane e portavoce del coordinamento
delle sette Ong “Cooperazione in
contesti di guerra”. Noi non cambiamo idea: continuiamo a pensare che gli interventi
militari non sono mai la
soluzione dei problemi, ma sempre solo la loro causa. I problemi che vive oggi
l’Afghanistan sono iniziati con l’invasione e l’occupazione militare straniera.
Per questo continuiamo a chiedere il ritiro delle nostre truppe dalla guerra in
Afghanistan, non subito se questo significa far cadere il governo Prodi, ma
assolutamente entro sei mesi: entro dicembre il governo deve presentare una
exit strategy dall’Afghanistan così come ha fatto con l’Iraq”.
Msf Italia: “Non
siamo né a favore né contro la missione”. L’altra Ong che, come Terres des
Hommes, non è entrata nel coordinamento pro-missione, ovvero Medici Senza
Frontiere, spiega a PeaceReporter di
non aver cambiato idea. “Noi siamo rimasti fuori dal coordinamento perché siamo
coerenti con la nostra posizione – dichiara Stefano Savi, direttore generale di
Msf Italia – di non intervento nel dibattito politico. Non vogliamo schierarci
né con chi chiede il ritiro delle truppe, né con chi sostiene apertamente la
missione. Noi ci limitiamo a denunciare le conseguenze negative di certe scelte
politiche sul nostro lavoro umanitario, gravemente compromesso dalla presenza
di forze militari che operano con un mandato poco chiaro”.