26/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
La periferia di Kabul si sta allargando, perlopiù povere case di fango che sorgono in spazi vuoti o sulle macerie di abitazioni precedenti. Un anello di miseria privo di acqua, elettricità e sistema fognario. E’ lì, a pochi metri da piccoli appezzamenti di terra coltivata, al bordo della strada principale che si vedono 4 o 5 figure accucciate, rese un po’ grottesche dal casco con la visiera abbassata e dai pesanti giubbotti protettivi.
 
Sono gli sminatori della Halo Trust che, per un salario di circa 80 dollari mensili, tentano di individuare e rendere inoffensive alcune unità dei milioni di mine in agguato sotto il suolo dell’Afganistan (stime approssimative parlano di 10 milioni). Molte sono ancora collocate anche all’interno della stessa città di Kabul. Mine come stratificazioni geologiche di guerre passate e recenti.

Lasciata Kabul appaiono presto, a coprire l’orizzonte della vasta piana di Shomali (del vento), le sagome imponenti delle montagne rocciose che circondano, isolandola e proteggendola la valle del Panjshir. Vi si accede solamente  attraversando la stretta gola che il fiume Panjshir ha scavato nei millenni. Una strada stretta, schiacciata tra le pareti di roccia ed il letto del fiume che scorre in basso, a tratti vorticoso, con le sue acque verdi come gli occhi dei tagichi che popolano la valle.

Molte delle centinaia di carcasse di carrarmati sovietici distrutti che facevano mostra di sé lungo il tragitto sono state rimosse, alcune fatte precipitare nel Panjshir, altre però sono ancora lì ad arrugginire e si fondono ormai come parte di questo paesaggio aspro e bellissimo. Il Panjshir è la terra del leggendario comandante Massud, che qui è sepolto, misteriosamente ucciso due giorni prima dell’attacco alle Twin Towers. E’ la terra dei “vincitori”, da dove partì la travolgente avanzata che portò i mujaheddin dell’alleanza del nord a strappare Kabul ai talebani.
Ma è difficile scorgere i segni dei benefici della “vittoria” tra i villaggi di fango e paglia abbarbicati alla montagna.

Acqua potabile e elettricità, non hanno mai raggiunto il Panjshir e continuano a non raggiungerlo, condannando la popolazione ad una arretratezza secolare, antica e micidiale. Si contato a centinaia ogni anno le donne, gli uomini e i bambini ustionati dalle rudimentali lampade e stufe a petrolio, riempite con una miscela prodotta in Pakistan che costa poco ma è insicura e pericolosa.
 
E’ sera, dal villaggio di Zamankhour arrivano frotte di bambini alla riva del fiume. Ognuno ha una o due tanichette per raccogliere l’acqua da un canale. Si accalcano per riempire i recipienti spingendosi e giocando sotto l’argine di pietroni sovrapposti. Uno mette un piede male, un sasso si sposta e in un attimo l’argine crolla in una frana di pietre. I bambini fanno appena in tempo a scansarsi, qualche tanica è rimasta seppellita dai pietroni. Ridono. Stavolta è andata bene. Stavolta.
 
Non ci sono più le sterminate tendopoli dei profughi fuggiti dalla piana di Shomali attraversata un tempo dalla linea del fronte tra mujaheddin e talebani.
I profughi morivano come mosche, per malattie, stenti e per il feroce gelo invernale, la loro presenza aveva aggiunto miseria alla miseria della popolazione del Panjshir. Certo, ora si trovano tratti di strada asfaltati, altri se ne asfaltano e si allargano, anche distruggendo, dove è necessario, parti o interi villaggi senza molti riguardi per gli abitanti. Ogni tanto, assurda in questo paesaggio, una villa sfarzosa sino al pacchiano, la nuova abitazione di qualche generale della alleanza del nord che si è arricchito con la corruzione che contraddistingue il governo di Karzai.
 
Il vecchio capo del villaggio di Zamankhour che incontriamo, con altri anziani dei due villaggi vicini, all’ombra di una macchia di alberi sul greto del fiume, esprime tutta la sua delusione: “Non abbiamo elettricità né acqua, dove sono gli aiuti che gli stranieri dovevano portarci?”.
Qui l’ostilità palpabile nei confronti degli occidentali che si avverte a Kabul e tanto più nel sud, è meno percepibile, ma semplicemente per il fatto che poco percepibile è anche la loro presenza, non si vedono soldati o convogli di blindati. Nonostante questo il vecchio sembra avere le idee chiare: “Se gli aiuti non arriveranno presto la situazione qui si farà molto pericolosa. Non vogliamo stranieri armati nel Panjshir. Se il comandante Massud fosse stato vivo non avrebbe nemmeno consentito loro di arrivare. Abbiamo combattuto contro i talebani, possiamo combattere anche contro altre forze straniere”.
Due giorni fa c’è stato un tentativo di attentato all’aeroporto militare USA di Bagram, quattro giovani sono stati arrestati dagli americani, qui dicono che siano tagichi del Panjshir.
 
Ad Anaba la corrente c’è, Emergency ha costruito anni fa una piccola centrale idroelettrica sufficiente, dopo il tramonto, ad illuminare il buio nel quale si immerge la valle, con la luce di qualche lampadina che balugina nella notte dalle finestre delle case del villaggio.
Sempre ad Anaba, nell’ospedale di Emergency, è stato inaugurato due anni fa l’unico centro di maternità efficiente, gratuito e sicuro di tutto l’Afghanistan. Nel reparto delle puerpere, molte donne stanno accovacciate, nella loro posizione tradizionale sui letti puliti, accudendo i loro neonati. Hanno il volto scoperto, alcune se lo nascondono con il velo vedendoci, un gesto antico divenuto un riflesso. I burqa onnipresenti nel Panjshir, come a Kabul, come nel sud talebano le attendono quando usciranno, piegati e riposti in una stanza vicino all’ingresso dell’ospedale, perché all’interno non sono ammessi. Per queste donne un’esperienza diversa dalla miseria e dalla soggezione, una esperienza di rispetto della dignità umana che, forse sotto il burqa, si porteranno fuori dalle mura dell’ospedale fino nei loro villaggi remoti e dalla quale, come dai loro ventri, nascerà una speranza.
 
Sono in media 100 al mese i bambini nati nel centro di maternità. Ci piace pensare che saranno loro a decidere il futuro dell’Afghanistan e non qualche militare agli ordini di presidenti lontani.
 
Vauro 
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Afghanistan
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