Il racconto del viaggio di Vauro, dall'Afghanistan dove la guerra non è mai finita
La periferia di Kabul si sta
allargando, perlopiù povere case di fango che sorgono in spazi
vuoti o sulle macerie di abitazioni precedenti. Un anello di miseria
privo di acqua, elettricità e sistema fognario. E’ lì,
a pochi metri da piccoli appezzamenti di terra coltivata, al bordo
della strada principale che si vedono 4 o 5 figure accucciate, rese
un po’ grottesche dal casco con la visiera abbassata e dai pesanti
giubbotti protettivi.
Sono gli sminatori della Halo Trust che,
per un salario di circa 80 dollari mensili, tentano di individuare e
rendere inoffensive alcune unità dei milioni di mine in
agguato sotto il suolo dell’Afganistan (stime approssimative
parlano di 10 milioni). Molte sono ancora collocate anche
all’interno della stessa città di Kabul. Mine come
stratificazioni geologiche di guerre passate e recenti.

Lasciata Kabul appaiono presto, a
coprire l’orizzonte della vasta piana di Shomali (del vento), le
sagome imponenti delle montagne rocciose che circondano, isolandola e
proteggendola la valle del Panjshir. Vi si accede solamente
attraversando la stretta gola che il fiume Panjshir ha scavato nei
millenni. Una strada stretta, schiacciata tra le pareti di roccia ed
il letto del fiume che scorre in basso, a tratti vorticoso, con le
sue acque verdi come gli occhi dei tagichi che popolano la valle.
Molte delle centinaia di carcasse di
carrarmati sovietici distrutti che facevano mostra di sé lungo
il tragitto sono state rimosse, alcune fatte precipitare nel
Panjshir, altre però sono ancora lì ad arrugginire e si
fondono ormai come parte di questo paesaggio aspro e bellissimo. Il Panjshir è
la terra del
leggendario comandante Massud, che qui è sepolto,
misteriosamente ucciso due giorni prima dell’attacco alle Twin
Towers. E’ la terra dei “vincitori”, da dove partì la
travolgente avanzata che portò i mujaheddin dell’alleanza
del nord a strappare Kabul ai talebani.
Ma è difficile scorgere i segni
dei benefici della “vittoria” tra i villaggi di fango e paglia
abbarbicati alla montagna.
Acqua potabile e elettricità,
non hanno mai raggiunto il Panjshir e continuano a non raggiungerlo,
condannando la popolazione ad una arretratezza secolare, antica e
micidiale. Si contato a centinaia ogni anno le
donne, gli uomini e i bambini ustionati dalle rudimentali lampade e
stufe a petrolio, riempite con una miscela prodotta in Pakistan che
costa poco ma è insicura e pericolosa.
E’ sera, dal villaggio di Zamankhour
arrivano frotte di bambini alla riva del fiume. Ognuno ha una o due
tanichette per raccogliere l’acqua da un canale. Si accalcano per
riempire i recipienti spingendosi e giocando sotto l’argine di
pietroni sovrapposti. Uno mette un piede male, un sasso si sposta e
in un attimo l’argine crolla in una frana di pietre. I bambini
fanno appena in tempo a scansarsi, qualche tanica è rimasta
seppellita dai pietroni. Ridono. Stavolta è andata bene.
Stavolta.
Non ci sono più le sterminate
tendopoli dei profughi fuggiti dalla piana di Shomali attraversata un
tempo dalla linea del fronte tra mujaheddin e talebani.
I profughi morivano come mosche, per
malattie, stenti e per il feroce gelo invernale, la loro presenza
aveva aggiunto miseria alla miseria della popolazione del Panjshir.
Certo, ora si trovano tratti di strada asfaltati, altri se ne
asfaltano e si allargano, anche distruggendo, dove è
necessario, parti o interi villaggi senza molti riguardi per gli
abitanti. Ogni tanto, assurda in questo paesaggio, una villa sfarzosa
sino al pacchiano, la nuova abitazione di qualche generale della
alleanza del nord che si è arricchito con la corruzione che
contraddistingue il governo di Karzai.

Il vecchio capo del villaggio di
Zamankhour che incontriamo, con altri anziani dei due villaggi vicini,
all’ombra di una macchia di alberi sul greto del fiume, esprime
tutta la sua delusione: “Non abbiamo elettricità né
acqua, dove sono gli aiuti che gli stranieri dovevano portarci?”.
Qui l’ostilità palpabile nei
confronti degli occidentali che si avverte a Kabul e tanto più
nel sud, è meno percepibile, ma semplicemente per il fatto che
poco percepibile è anche la loro presenza, non si vedono
soldati o convogli di blindati. Nonostante questo il vecchio sembra
avere le idee chiare: “Se gli aiuti non arriveranno presto la
situazione qui si farà molto pericolosa. Non vogliamo
stranieri armati nel Panjshir. Se il comandante Massud fosse stato
vivo non avrebbe nemmeno consentito loro di arrivare. Abbiamo
combattuto contro i talebani, possiamo combattere anche contro altre
forze straniere”.
Due giorni fa c’è stato un
tentativo di attentato all’aeroporto militare USA di Bagram,
quattro giovani sono stati arrestati dagli americani, qui dicono che
siano tagichi del Panjshir.
Ad Anaba la corrente c’è,
Emergency ha costruito anni fa una piccola centrale idroelettrica
sufficiente, dopo il tramonto, ad illuminare il buio nel quale si
immerge la valle, con la luce di qualche lampadina che balugina nella
notte dalle finestre delle case del villaggio.
Sempre ad Anaba, nell’ospedale di
Emergency, è stato inaugurato due anni fa l’unico centro di
maternità efficiente, gratuito e sicuro di tutto l’Afghanistan.
Nel reparto delle puerpere, molte donne stanno accovacciate, nella
loro posizione tradizionale sui letti puliti, accudendo i loro
neonati. Hanno il volto scoperto, alcune se lo nascondono con il velo
vedendoci, un gesto antico divenuto un riflesso. I burqa onnipresenti
nel Panjshir, come a Kabul, come nel sud talebano le attendono quando
usciranno, piegati e riposti in una stanza vicino all’ingresso
dell’ospedale, perché all’interno non sono ammessi. Per
queste donne un’esperienza diversa dalla miseria e dalla
soggezione, una esperienza di rispetto della dignità umana
che, forse sotto il burqa, si porteranno fuori dalle mura
dell’ospedale fino nei loro villaggi remoti e dalla quale, come dai
loro ventri, nascerà una speranza.
Sono in media 100 al mese i bambini
nati nel centro di maternità. Ci piace pensare che saranno
loro a decidere il futuro dell’Afghanistan e non qualche militare
agli ordini di presidenti lontani.
Vauro