25/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nelle elementari di Miami un libro sull'isola viene messo al bando. E diventa un caso
Attenti piccolini, la vita a Cuba non è una favola. La “battaglia d’immagine” degli esuli cubani della Florida al regime di Fidel Castro si è spostata su un nuovo fronte: i bambini, dai 4 agli 8 anni. L’oggetto del contendere è un libricino per le elementari che spiega ai ragazzini la vita sull’isola. Ora, dopo la protesta di un genitore cubano-americano, il volume è stato ritirato dagli scaffali di tutte le scuole della contea di Miami-Dade. E la faccenda è finita in tribunale. Che, in attesa della sentenza, ha ordinato al provveditorato di rimetterli al loro posto.
 
La copertina del libroIl caso. “Vamos a Cuba” (o “A visit to Cuba” in inglese) illustra la vita quotidiana di bambini sorridenti, in alcuni casi vestiti con uniformi comuniste, in una Cuba dove manca qualsiasi riferimento alla dittatura. Quando Juan Amador Rodriguez ha dato un’occhiata al libricino che stava nello zaino del figlio, ha presentato il problema al provveditorato della contea. Per lui, un esule cubano che è stato rinchiuso tre anni nelle carceri del lìder maximo dopo aver tentato di scappare dall’isola, quel libro era menzognero: “Ritrae una Cuba senza problemi, sembra più una guida turistica che una formativa”, ha detto. Lo School Board, il provveditorato, ha accolto la sua richiesta, ritirando dalle scuole di Miami-Dade “Vamos a Cuba” e tutti gli altri 23 libri della collana, dedicati ad altri Paesi. Finita qui? No, perché l’American Civil Liberties Union (Aclu), la più importante organizzazione statunitense per la difesa dei diritti civili, ha contestato la decisione del Board, protestando per la violazione della libertà di espressione. Dalla sua parte si è schierata anche l’unione studentesca di Miami-Dade. Venerdì scorso le due parti si sono scontrate in tribunale.
 
Il presidente cubano, Fidel CastroLe polemiche. Il caso ha scatenato una ridda di reazioni. Frank Bolanos, un membro del Board e probabile candidato al Senato della Florida, non contesta il diritto dell’autrice Alta Schreier di scrivere il libro, né quello dell’editore di pubblicarlo o quello dei cittadini di comprarlo. “Ma non possiamo e non dobbiamo usare i dollari dei contribuenti per comprare propaganda comunista”, ha detto. “Questo non è il primo libro con errori od omissioni, ma in questo Paese non rimuoviamo i libri dagli scaffali per il loro contenuto o perché qualcuno non è d’accordo con le loro idee”, ha risposto Ron Bilbao, che guida l’associazione studentesca della contea. Non tutti gli esuli cubani appoggiano la messa all’indice del volume. “Questa è l’America. Rispettiamo la libertà di pensiero e il diritto di chiunque di esercitarla liberamente. Ed è quello che vogliamo per il futuro di Cuba”, ha chiosato Alfredo Mesa, direttore della Cuban American National Foundation.
 
Una protesta dei cubano-americani a MiamiLe conseguenze. La vicenda, intanto, ha innescato altri casi simili. La scorsa settimana, un altro genitore si è formalmente lamentato di “Cuban kids”, un libricino per le scuole con dei bambini che cantano in onore di Che Guevara. A Miami vivono circa 650.000 persone di origine cubana, molte delle quali hanno perso tutti i loro beni durante la rivoluzione, e già in passato la comunità si era scagliata contro rappresentazioni del regime non gradite. Nel 1999, l’aeroporto della città mise al bando un numero della rivista Cigar Aficionado che conteneva una storia considerata troppo benevola con Fidel Castro. Anche quella volta il caso finì davanti a un giudice, e alla fine il divieto di vendita fu revocato. Stavolta, in attesa del verdetto, una certezza c’è già: se il provveditorato perderà la contesa, le spese legali di circa 300.000 dollari le pagheranno i contribuenti della Florida. “Trecento sacchi per fare la battaglia a un libro per bambini. E in tutta probabilità perdere. Sapete scrivere ‘idiozia’, bambini?”, ha scritto un editorialista del Miami Herald. “Se frequentate una scuola pubblica di Miami, probabilmente no. Eppure il Board ha 300.000 dollari da buttare via”. 

Alessandro Ursic

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