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Il caso. “Vamos a Cuba” (o “A visit to Cuba” in inglese) illustra la vita quotidiana
di bambini sorridenti, in alcuni casi vestiti con uniformi comuniste, in una Cuba
dove manca qualsiasi riferimento alla dittatura. Quando Juan Amador Rodriguez
ha dato un’occhiata al libricino che stava nello zaino del figlio, ha presentato
il problema al provveditorato della contea. Per lui, un esule cubano che è stato
rinchiuso tre anni nelle carceri del lìder maximo dopo aver tentato di scappare dall’isola, quel libro era menzognero: “Ritrae
una Cuba senza problemi, sembra più una guida turistica che una formativa”, ha
detto. Lo School Board, il provveditorato, ha accolto la sua richiesta, ritirando
dalle scuole di Miami-Dade “Vamos a Cuba” e tutti gli altri 23 libri della collana,
dedicati ad altri Paesi. Finita qui? No, perché l’American Civil Liberties Union (Aclu), la più importante organizzazione statunitense per la difesa dei diritti
civili, ha contestato la decisione del Board, protestando per la violazione della
libertà di espressione. Dalla sua parte si è schierata anche l’unione studentesca
di Miami-Dade. Venerdì scorso le due parti si sono scontrate in tribunale.
Le polemiche. Il caso ha scatenato una ridda di reazioni. Frank Bolanos, un membro del Board
e probabile candidato al Senato della Florida, non contesta il diritto dell’autrice
Alta Schreier di scrivere il libro, né quello dell’editore di pubblicarlo o quello
dei cittadini di comprarlo. “Ma non possiamo e non dobbiamo usare i dollari dei
contribuenti per comprare propaganda comunista”, ha detto. “Questo non è il primo
libro con errori od omissioni, ma in questo Paese non rimuoviamo i libri dagli
scaffali per il loro contenuto o perché qualcuno non è d’accordo con le loro idee”,
ha risposto Ron Bilbao, che guida l’associazione studentesca della contea. Non
tutti gli esuli cubani appoggiano la messa all’indice del volume. “Questa è l’America.
Rispettiamo la libertà di pensiero e il diritto di chiunque di esercitarla liberamente.
Ed è quello che vogliamo per il futuro di Cuba”, ha chiosato Alfredo Mesa, direttore
della Cuban American National Foundation.
Le conseguenze. La vicenda, intanto, ha innescato altri casi simili. La scorsa settimana, un
altro genitore si è formalmente lamentato di “Cuban kids”, un libricino per le
scuole con dei bambini che cantano in onore di Che Guevara. A Miami vivono circa
650.000 persone di origine cubana, molte delle quali hanno perso tutti i loro
beni durante la rivoluzione, e già in passato la comunità si era scagliata contro
rappresentazioni del regime non gradite. Nel 1999, l’aeroporto della città mise
al bando un numero della rivista Cigar Aficionado che conteneva una storia considerata
troppo benevola con Fidel Castro. Anche quella volta il caso finì davanti a un
giudice, e alla fine il divieto di vendita fu revocato. Stavolta, in attesa del
verdetto, una certezza c’è già: se il provveditorato perderà la contesa, le spese
legali di circa 300.000 dollari le pagheranno i contribuenti della Florida. “Trecento
sacchi per fare la battaglia a un libro per bambini. E in tutta probabilità perdere.
Sapete scrivere ‘idiozia’, bambini?”, ha scritto un editorialista del Miami Herald. “Se frequentate una scuola pubblica di Miami, probabilmente no. Eppure il Board
ha 300.000 dollari da buttare via”. Alessandro Ursic