La cooperativa “Viticoltori della Zadrima”, nella provincia
di Scutari, nel nord dell’Albania, ha presentato al pubblico alcuni giorni fa
la propria nascita e i propri prodotti (in particolare il vino tipico di queste
zone). È la prima cooperativa agricola creata in Albania negli ultimi 20 anni,
dopo il collasso del progetto comunista quarantennale (1946-1986, con l’ultima
cooperativa di Krutjes) delle cooperative agricole forzate. In considerazione
di quanto avvenuto nel recente passato, qualcuno potrebbe pensare: “Di nuovo le
cooperative?”
Il passato che torna. Questa nuova creatura, in realtà, nasce dall’unione volontaria di circa 30
agricoltori delle campagne di Scutari e Lezhe, al fine di mitigare l’aumento
dei costi delle vigne e della produzione di vino e restare nel mercato delle
vendite in un’Albania scombussolata da liberi vini e dalla concorrenza
italiana, macedone e greca. La cooperativa è intesa chiaramente come l’unione
volontaria dei suoi soci,
come unica via di uscita per la nostra agricoltura sulla base della riduzione
dei costi e dell’aumento dei profitti. Tutti gli agricoltori dei paesi vicini,
macedoni, montenegrini, per non parlare dei greci e degli italiani, hanno a
disposizione una superficie di terreno da 3 a 10 volte più vasta della media
albanese per famiglia. In questa situazione di mancanza di terra, gli
agricoltori albanesi non hanno dunque nessun’altra scelta se non quella di
unirsi nella produzione. Finora le poche cosiddette società agricole sono state
create “zoppe”. Queste
infatti sono state finora create grazie ai finanziamenti delle fondazioni
internazionali o ai programmi dei donatori, i quali elargiscono alcune limitate
risorse finanziarie agli agricoltori, in cambio della loro unione in
organizzazioni, registrate con la sigla Ojf [corrispondenti alle nostre
organizzazioni no-profit, ndt]. Una vera e propria assurdità, dal momento che
gli agricoltori di tutto il
mondo, se decidono ci cooperare (spesso prendendo il nome di cooperative sia in
America che in Europa), è perché intendono aumentare i profitti del loro
lavoro. E non è possibile che queste strutture vengano chiamate organizzazioni
senza scopo di lucro. In questo senso la legislazione albanese è zoppa e manca
di una precisa strategia, così come senza strategia sono le iniziative di milioni
di euro spesi per finanziarie decine, anzi, centinaia di progetti per
l’agricoltura albanese negli ultimi 15 anni.
Gli agricoltori albanesi non hanno bisogno dei consulenti stranieri che vengono
dalle grandi città con i loro fuoristrada, ne’ degli stessi colletti bianchi
albanesi, che fanno dei bei discorsi, che cenano piacevolmente nel pittoresco
paesaggio campestre, e che illustrano quale debba essere l’interesse degli
agricoltori locali. E quando gli stranieri (siano essi la Fao, la Cooperazione
Italiana, o la Gtz) affermano la necessità di lavorare insieme, i nostri
contadini seguono le loro indicazioni non per convinzione ma per prendere i
piccoli regali della comunità internazionale. Questo è anche il motivo per cui
la maggior parte dei progetti termina subito, e queste organizzazioni
svaniscono con la stessa rapidità con cui sono nate. Questo tipo di
cooperazione nel settore dell’agricoltura può resistere nel tempo solo se
l’iniziativa parte dai nostri agricoltori e dalle loro esigenze reali.
Un esercito di contadini. In Albania sono 400.000 (non è possibile chiamarle fattorie, dal momento che
il
concetto di fattoria implica che si posseggano almeno alunni ettari di terra)
coloro che si dedicano alla coltivazione della terra. Perciò è da ammirare il
coraggio degli agricoltori della
zadrima che hanno deciso di costituire
la loro “cooperativa”, con tutte le pesanti implicazioni che questo nome porta
con se’, retaggio inevitabile del passato comunista. Lasciamo che la loro
audacia e la loro iniziativa gettano le basi per una nuova rinascita
dell’agricoltura albanese. Nelle attività della cooperativa “Viticoltori delle
Zadrima” è coinvolto anche
il nostro ministro dell’Agricoltura. Per i settori tradizionali della
produzione agricola albanese, come quello dell’uva e del vino, delle olive,
dell’olio d’oliva, del miele, è giunto il momento che il governo albanese avvii
dei programmi di finanziamento e tutela. Perciò, questa è la prima cosa che il
governo deve fare per stimolare gli agricoltori a produrre di più. E perché non
provare fin dalla seconda metà di quest’anno (attraverso i fondi del bilancio
dello stato, dalle entrate maggiori provenienti dai dazi doganali) destinando
due milioni di euro direttamente ai nostri agricoltori. È chiaro che questi interventi
richiedono un’attenzione particolare, una
trasparenza nella gestione e un impegno sincero da parte delle strutture
statali, affinché non si lasci spazio a possibilità di abuso e di illeciti.
Altrimenti il processo rischia di essere compromesso fin dall’inizio, mettendo
seriamente a repentaglio le possibilità di sviluppo della nostra agricoltura,
così come viene richiesto da Bruxelles.
Eppure è necessario provare.
Il nostro Ministro dell’Agricoltura ha a disposizione gli specialisti necessari
alla costruzione di uno schema realista di sovvenzioni e di aiuto a sostegno
dell’agricoltura. Lo stesso premier oggi potrebbe fare molto di più affinché
questo dicastero intraprenda delle misure coraggiose ed efficaci. “Audace e
felice”, direbbe il proverbio corretto per l’occasione, che si adatta meglio
allo stato dello sviluppo moderno del paese. Con la rapida apertura
dell’Albania, attraverso l’implementazione dell’Accordo di Associazione e
Stabilizzazione con l’Unione europea, quel settore lasciato indifeso
rischierebbe di essere colpito e spazzato via dalla stessa concorrenza dei
prodotti sovvenzionati da Bruxelles, come l’agricoltura.
In questa fase, le cooperative (ovviamente nel senso attuale, e non in quello
comunista) albanesi potrebbero essere l’unica ancora di salvezza.