Alcune voci dei palestinesi rimasti bloccati tra il confine libanese e quello siriano
Scritto per noi da
Ilaria Addeo e Claudia Lo Forte*
Le bombe israeliane continuano a ferire il Libano da ormai
più di 10 giorni. Molti scappano dai propri villaggi e dalle proprie case per
trovare rifugio in Siria. Arrivano con macchine, taxi, camion e autobus di
linea libanesi attraverso strade secondarie che collegano Beirut a Damasco. Le
vie principali sono state bombardate ripetutamente questa settimana. Due
autobus pieni di profughi sono stati colpiti.
Siamo al confine, a meno di un’ora di autobus da Damasco: molti
libanesi riescono a passare senza problemi, ma ci sono più di un migliaio di
persone bloccate nella “zona di nessuno”, il tratto di strada tra il confine
libanese e quello siriano. Per la maggior parte Palestinesi residenti in Libano
con lo stato di rifugiati, ma anche lavoratori sudanesi, etiopi e somali.
La situazione al confine. Da circa dieci giorni, gruppi
di volontari della Mezzaluna
rossa siriana partono da Damasco per andare a prestare servizio di
prima
accoglienza in questa zona. I ristoranti situati al confine
distribuiscono cibo
e gente comune arriva con mezzi propri carichi di generi alimentari,
materassi,
coperte e vestiti. Oggi il flusso di profughi è lento ma costante: a
bordo dei veicoli intere famiglie di sei, sette o più
persone, bambini e donne, ma anche tanti ragazzi. Hanno gli occhi
spaventati,
alcuni arrivano piangendo e si risollevano ad un nostro semplice
sorriso. In un primo momento la situazione sembra comunque sotto
controllo. Improvvisamente un gruppo di donne comincia a lamentarsi:
“non ci
fanno entrare!”. Ci rendiamo conto che sono già più di 500 persone,
destinate a
diventare il doppio in poche ore. Sono Palestinesi. Hanno la carta
d’identità
libanese con lo stato di rifugiati, ma non il passaporto. Sono lì già
da una
settimana e non possono tornare indietro perché le strade sono insicure
e le
loro case sono state distrutte dai bombardamenti. Per la maggior parte
provengono dalla valle della Bekaa e precisamente dai campi profughi
palestinesi di Baalbek, ma anche da Beirut.
Una storia che si ripete. Felaq, 35 anni, viene dal campo profughi palestinese di
Wavell vicino Baalbek. È bloccata al confine dalla sera precedente. Qualche
giorno prima aveva raggiunto, con i tre figli, la sorella che vive a Damasco,
mentre il marito era rimasto indietro a racimolare le ultime cose. Preoccupata
dalle notizie dei bombardamenti è tornata per raggiungere il marito, che però
fuggendo
non è riuscito a recuperare il passaporto. Arrivati quindi alla frontiera le
autorità siriane li hanno bloccati. “Sono preoccupata per i miei figli. Fino a
ieri li abbracciavo per proteggerli dal rumore delle bombe. Voglio solo tornare
da loro” dice piangendo. “Noi Palestinesi siamo trattati peggio degli animali.
Siamo colpevoli perché siamo Palestinesi. Non abbiamo niente, non abbiamo una
terra. Io sono nata in Palestina, ma sono dovuta andar via dopo la guerra del
’73.”
Sigarette. Un ragazzo palestinese di 30 anni, lavorava a Beirut. Da
qualche giorno era ospite presso una famiglia in un villaggio della Bekaa dove
si sarebbe celebrato un matrimonio. “Questa mattina, prima di tornare a Beirut,
sono uscito a comprare le sigarette. All’improvviso sono cominciati i
bombardamenti. Sono tornato indietro alla casa della famiglia che mi ospitava
e
ho trovato solo un mucchio di macerie. La strada è stata bombardata e non posso
tornare neppure a Beirut.”
Il governo libanese e le Nazioni Unite ieri hanno dichiarato
che c’è il rischio di una grave crisi umanitaria, ma a questo punto della
situazione neppure un immediato “cessate il fuoco” potrà restituire questa
gente, strappata dalle proprie case, dai propri figli, dal proprio lavoro alla
normalità di un’esistenza che già ora appare un sordo rimpianto.