25/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Alcune voci dei palestinesi rimasti bloccati tra il confine libanese e quello siriano
Scritto per noi da
Ilaria Addeo e Claudia Lo Forte*
 
Le bombe israeliane continuano a ferire il Libano da ormai più di 10 giorni. Molti scappano dai propri villaggi e dalle proprie case per trovare rifugio in Siria. Arrivano con macchine, taxi, camion e autobus di linea libanesi attraverso strade secondarie che collegano Beirut a Damasco. Le vie principali sono state bombardate ripetutamente questa settimana. Due autobus pieni di profughi sono stati colpiti.
Siamo al confine, a meno di un’ora di autobus da Damasco: molti libanesi riescono a passare senza problemi, ma ci sono più di un migliaio di persone bloccate nella “zona di nessuno”, il tratto di strada tra il confine libanese e quello siriano. Per la maggior parte Palestinesi residenti in Libano con lo stato di rifugiati, ma anche lavoratori sudanesi, etiopi e somali.
 
Accoglienza al campo della Mezzaluna Rossa. Foto di Ilaria AddeoLa situazione al confine. Da circa dieci giorni, gruppi di volontari della Mezzaluna rossa siriana partono da Damasco per andare a prestare servizio di prima accoglienza in questa zona. I ristoranti situati al confine distribuiscono cibo e gente comune arriva con mezzi propri carichi di generi alimentari, materassi, coperte e vestiti. Oggi il flusso di profughi è lento ma costante: a bordo dei  veicoli intere famiglie di sei, sette o più persone, bambini e donne, ma anche tanti ragazzi. Hanno gli occhi spaventati, alcuni arrivano piangendo e si risollevano ad un nostro semplice sorriso. In un primo momento la situazione sembra comunque sotto controllo. Improvvisamente un gruppo di donne comincia a lamentarsi: “non ci fanno entrare!”. Ci rendiamo conto che sono già più di 500 persone, destinate a diventare il doppio in poche ore. Sono Palestinesi. Hanno la carta d’identità libanese con lo stato di rifugiati, ma non il passaporto. Sono lì già da una settimana e non possono tornare indietro perché le strade sono insicure e le loro case sono state distrutte dai bombardamenti. Per la maggior parte provengono dalla valle della Bekaa e precisamente dai campi profughi palestinesi di Baalbek, ma anche da Beirut.
 
Felaq, rifugiata palestineseUna storia che si ripete. Felaq, 35 anni, viene dal campo profughi palestinese di Wavell vicino Baalbek. È bloccata al confine dalla sera precedente. Qualche giorno prima aveva raggiunto, con i tre figli, la sorella che vive a Damasco, mentre il marito era rimasto indietro a racimolare le ultime cose. Preoccupata dalle notizie dei bombardamenti è tornata per raggiungere il marito, che però fuggendo non è riuscito a recuperare il passaporto. Arrivati quindi alla frontiera le autorità siriane li hanno bloccati. “Sono preoccupata per i miei figli. Fino a ieri li abbracciavo per proteggerli dal rumore delle bombe. Voglio solo tornare da loro” dice piangendo. “Noi Palestinesi siamo trattati peggio degli animali. Siamo colpevoli perché siamo Palestinesi. Non abbiamo niente, non abbiamo una terra. Io sono nata in Palestina, ma sono dovuta andar via dopo la guerra del ’73.”
 
Sigarette. Un ragazzo palestinese di 30 anni, lavorava a Beirut. Da qualche giorno era ospite presso una famiglia in un villaggio della Bekaa dove si sarebbe celebrato un matrimonio. “Questa mattina, prima di tornare a Beirut, sono uscito a comprare le sigarette. All’improvviso sono cominciati i bombardamenti. Sono tornato indietro alla casa della famiglia che mi ospitava e ho trovato solo un mucchio di macerie. La strada è stata bombardata e non posso tornare neppure a Beirut.”
 
Il governo libanese e le Nazioni Unite ieri hanno dichiarato che c’è il rischio di una grave crisi umanitaria, ma a questo punto della situazione neppure un immediato “cessate il fuoco” potrà restituire questa gente, strappata dalle proprie case, dai propri figli, dal proprio lavoro alla normalità di un’esistenza che già ora appare un sordo rimpianto.
 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Libano
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