Gentili signori, gentili signore,
vorrei
iniziare a descrivere la situazione di Beirut. La guerra è dappertutto e la
distruzione è diventata il nostro pane quotidiano. La situazione peggiore si
verifica nel campo di Borj Al Barajneh, che si trova in mezzo al fuoco e ai
bombardamenti ed è isolato dalle aree circostanti. I residenti del campo devono
sottostare ad una continua tensione provocata dalla guerra e dalle necessità
vitali.
Una situazione drammatica. Mentre la maggior parte degli abitanti di Beirut ha potuto lasciare le
proprie abitazioni, gli abitanti del campo non hanno alternative e devono
restare. Il campo Al Bourj è situato nel sobborgo meridionale di Beirut ed è
circondato dai territori Hezbollah, pesantemente bombardati durante il giorno
e
la notte. Ha tre entrate dalla strada dell’areoporto dalla parte di Haret Horek
e un’altra dall’area di Borj: tutto intorno ci sono bombardamenti. Quindi, la
via
migliore per raggiungere il campo è dalla strada dell’areoporto che è diventata
molto pericolosa ed è bombardata giorno e notte senza preavviso. Anche per
questo le nostre vite sono in pericolo. Sono il direttore del campo del
Women’s Humanitarian
Organization. Appena la guerra è iniziata, la gente è accorsa ai supermercati
per procurarsi del cibo, che si è esaurito dopo poche ore. Ho pensato subito a
come poter aiutare la mia gente nel campo e a come fornirgli aiuto immediato poiché
le condizioni dei palestinesi durante la guerra erano terribili: l’80 percento
di loro
era disoccupato o aveva lavori part-time e a volte lavori stagionali; si
guadagnavano da vivere giorno per giorno. Il problema più importante da
affrontare è dunque come essi possano superare questa difficile situazione. Il
15 luglio 2006 ho visitato il campo in cerca di risposte alla mia domanda. Ho
scoperto che la gente ha deciso di rimanere nel campo perché non ha un altro
posto dove andare a causa della mancanza di denaro e di case. Infatti, lasciare
il campo gli costerebbe molto: dovrebbero affittare una macchina e trovare una
casa perché non vogliono essere rifugiati per la seconda volta. Mi hanno detto:
“Siamo già rifugiati, dobbiamo essere rifugiati ancora?”
Appesi a un filo. Oggi sono tornato al campo e, per l’amor di Dio, non posso descrivere quel
viaggio terribile. La mia macchina era l’unico veicolo in movimento, tutto era
silente e distrutto. Solo quattro chilometri separano la mia casa dal campo: la
prima parte del percorso era percorribile, ma mentre entravo ho avuto
l’impressione che il campo fosse abitato da spettri. Nessuno può entrare nella
zona perché è estremamente pericoloso: è stretta tra l’areoporto bombardato da
un lato e i sobborghi sciiti, completamente distrutti. Era una scena di
devastazione totale: tutti gli edifici e le strade erano completamente rasi al
suolo: il puzzo della morte e della distruzione era ovunque.
Nel momento
in cui sono entrato nel campo, mi è sembrato di essere su un’isola separata dal
resto del mondo. Mi sono unito alle altre ong e ho organizzato un incontro
d’emergenza per loro con un piano a lungo termine per aiutare il campo. Non
sapevamo da dove iniziare: le necessità erano enormi e al di là delle nostre
previsioni. E’ vero che abbiamo avuto una lunga esperienza durante la guerra
passata ma la situazione ora è differente, perché ora non abbiamo praticamente
più alcuna struttura gerarchica nel campo. Nel passato l’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina aveva in mano la
situazione e forniva alla gente tutta l’assistenza, ma ora la questione è chi
potrà essere incaricato di questo compito insieme a noi ong? Anche le ong non
hanno molti fondi. Nessuno dei rifugi nel campo può essere usato per
proteggersi: sono in disuso dal 1987; inoltre non ci sono abbastanza risorse
mediche. Le donne, i bambini e gli anziani sono terrorizzati e intrappolati
dopo giorni di bombardamenti brutali nell’intera area circostante il campo.
Manca tutto. Non
c’è elettricità, carburante per i generatori, non c’è equipaggiamento medico e
abbiamo urgentemente bisogno di cibo e medicine per i bambini e gli anziani.
Alla fine del meeting, tutte le ong e gli attivisti hanno concordato sui
seguenti bisogni primari:
•
Migliorare
la consapevolezza medica e sanitaria: nel caso fossero usate armi chimiche, la
gente dovrà sapere come comportarsi;
•
Cibo
per bambini, latte e pannolini;
•
Medicine
d’emergenza: Ventoline per l’asma,
pastiglie per il diabete, medicine per la pressione alta. Bende, medicine
cardiache, antipiretici, antibiotici e medicine per la diarrea;
•
Candele
e fiammiferi;
•
Acqua
potabile: il campo non possiede acqua potabile e gli abitanti la devono
comprare;
•
Detergenti
ed insetticidi;
•
Personale
di pronto soccorso (corsi di formazione);
•
Benzina
per i generatori elettrici dell’ospedale;
•
Estintori;
•
Equipaggiamento
per il pronto soccorso e barelle;
•
Generatori
elettrici per facilitare la vita e per il lavoro delle ong.
Le nostre
statistiche recenti mostrano che ci sono:
•
200
famiglie rifugiate nel campo dall’area circostante (coloro i quali hanno
vissuto a lungo fuori dal campo nell’area Hezbollah) e non hanno un altro posto
dove andare a Beirut;
•
1500
bambini sotto i sei anni;
•
450
anziani con malattie croniche;
•
20’000
persone nel campo.
Alla fine
dell’incontro ci siamo divisi e abbiamo assunto responsabilità per i differenti
compiti: sistemare i rifugi e mobilitarci nel caso di emergenze, nella speranza
di ricevere il supporto e i finanziamenti in tempo per fornire alla nostra
gente ciò che è urgente e necessario. Ho lasciato il campo pregando Dio di
proteggere questa strada così che io possa tornare alla nostra gente con gli
aiuti. Stiamo affrontando una crisi umanitaria senza precedenti e chiediamo
alla comunità internazionale di fermare la distruzione totale che Israele sta
portando al Libano e l’uccisione di civili innocenti. Abbiamo un bisogno
urgente di assitenza sanitaria e chiediamo a tutta la gente di buon cuore nel
mondo di aiutarci: anche un piccolo aiuto potrà fare la differenza. Un raggio
di luce può darci speranza nonostante l’oscurità.
Il
direttore di Women’s Humanitarian Organization
Olfat
Mahmoud*