Mentre i fondi pensione dei dipendenti pubblici statunitensi scelgono
di disinvestire dalle imprese in affari col Sudan per protesta contro
il genocidio nel Darfur o da quelle coinvolte nella proliferazione
nucleare in Iran, il database del commercio estero delle Nazioni Unite
rivela che, tra il 2001 e il 2004, Iran, Sudan, Libia, Siria e il
Libano, in quel periodo controllato da Damasco, hanno ricevuto armi,
munizioni e sistemi di puntamento dall'estero, inclusi paesi
occidentali, per oltre 327 milioni di dollari.
Un business miliardario. L'Iran, inoltre, ha
importato nello stesso periodo materiale per reattori nucleari per 286
milioni di dollari. In testa ai fornitori dei sistemi d'arma, e anche
del nucleare, la Russia con 86 milioni di dollari di materiali, in gran
parte destinati a Teheran, ma anche alla Siria, al Libano e alla Libia.
Al secondo posto la Cina con 73,8 milioni, divisi tra Iran e Sudan. Al
terzo posto c'è l' Italia con 34,1 milioni di dollari.
Il nostro paese, secondo quanto Microfinanza ha trovato nei dati Onu,
ha rifornito la Siria per oltre 20 milioni di dollari e il Libano per
13,8 milioni. Una piccola fornitura da 42 mila dollari di 7 tonnellate
di «armi non militari» è arrivata anche in Iran nel 2004. Tra i
venditori - soprattutto all'Iran che da solo ha concentrato 196,4
milioni di importazioni complessive - ci sono anche Francia (12,8
milioni), Svizzera (11,6 milioni), Cipro (7,5 milioni), che però
riesporta materiale proveniente da altri paesi, Turchia (4,5 milioni),
Slovacchia (4 milioni), Stati Uniti (3,7 milioni), Germania (3,6
milioni). In particolare dagli Usa sono state esportate in Iran nel
2004 «altre armi da guerra» per 106 mila dollari sui 115 mila totali
del periodo.
Il grosso delle forniture di armi all'Iran arriva nel 2002 ed è
costituito soprattutto da carri armati e veicoli blindati (77,4
milioni) e da munizionamento (86,9 milioni). Mezzi blindati arrivano
dalla Russia (63,3 milioni), dalla Cina (4,2 milioni), dalla Slovenia
(2,8 milioni), dalla Germania (2 milioni), dalla Bielorussia (1,5
milioni), dalla Gran Bretagna (quasi 1 milione). Nello stesso anno
Teheran vende veicoli blindati al Sudan per 5,9 milioni di dollari. Le
munizioni provengono in gran parte dalla Cina (52,6 milioni) e dalla
Siria (33,5 milioni).
A ciascuno il suo mercato. A Damasco vendono soprattutto Italia e Russia. Le
esportazioni italiane rientrano in quelle autorizzate dal governo e
sono state descritte anche nelle annuali relazioni governative. Si
tratta di commesse pluriennali da quasi 220 milioni di euro complessivi
per apparati di controllo del tiro prodotti dalla Galileo Avionica,
oggi controllata dalla Selex Sensors and Airborne Systems (Finmeccanica
75%, Bae Systems 25%), e destinati a carri armati. Nella
classificazione Onu sono «parti e accessori di mirini telescopici per
armi», ceduti per 11 milioni nel 2002, 7,6 milioni nel 2003 e 1,6
milioni nel 2004. Anche da Mosca arrivano «mirini telescopici» - del
resto i mezzi corazzati che la Siria sta ammodernando con tecnologia
occidentale sono di produzione sovietica – per un totale di 11,5
milioni di dollari.
L'Italia è inoltre la prima fornitrice di armi al Libano sotto tutela
siriana, per un totale di 13,8 milioni in quattro anni. In questo caso
le vendite riguardano armi leggere e munizioni, generalmente fuori
dalle autorizzazioni previste dalla legge 185/90 perché classificate
come «armi non militari». In Libano esportano anche Cipro, Turchia,
Russia e Stati Uniti. Ancora la Russia, ma questa volta insieme alla
Francia, sono gli unici venditori registrati di armi alla Libia. In
Sudan, invece, esportano, oltre al già citato Iran, la Svizzera, la
Cina e la Francia. Inoltre, anche se non è possibile distinguere le
forniture civili da quelle militari, come esportatori di apparati radar
ai paesi qui considerati troviamo in testa Italia (20,7 milioni di
dollari), Francia (13,3 milioni) e Cina (10,4 milioni). L'Italia tra il
2001 e il 2004 è la prima esportatrice in Siria (15 milioni) e vende
anche al Sudan (4 milioni) e all'Iran (1,6 milioni). Parigi e Pechino
in questo campo riforniscono solo Teheran.
Teheran, un buon cliente. Per quanto riguarda invece le forniture di materiale nucleare all'Iran,
sempre secondo l'Onu nel quadriennio 2001-2004 sono stati venduti
reattori nucleari e loro parti per oltre 286 milioni di dollari, quasi
solo dalla Russia (285,6 milioni), con cui l'Iran è in rapporti
d'affari dalla metà degli anni '90. Materiali sono arrivati anche
dall'Italia per 303 mila dollari, di cui 299 mila per 8,5 tonnellate di
merci nel 2001, e dalla Cina per 158 mila dollari. Cifre minori
riguardano la Gran Bretagna, la Germania e la Georgia . Ma l'Italia nel
periodo considerato ha rifornito di componenti di reattori nucleari in
primo luogo la Libia, dove sono state esportate 89 tonnellate di
materiale nel 2004 per oltre 1 milione e mezzo di dollari. Del resto il
disgelo con Tripoli ha prodotto all'inizio del 2006 una commessa libica
da 80 milioni di euro per 10 elicotteri A109 Power Agusta Westland e
l'annuncio da parte di Finmeccanica (comunicato stampa del 17 gennaio
2006) della joint venture aeronautica Libyan Italian Advanced Tecnology
Company (Liatec), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation
Industry e al 50% da Finmeccanica e dalla controllata Agusta Westland.