24/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto di una vita in Israele, divisa con la guerra
scritto per noi da
Dan Rabà
 
Vi racconterò di una vicenda molto personale, autobiografica, per spiegare la guerra in Israele secondo me. Io sono nato in Israele nel 1956, da genitori giovanissimi, ebrei italiani che avevano vissuto la Seconda Guerra mondiale come ebrei bambini. Mio padre nascosto con la famiglia sui monti toscani, mia madre rifugiata in Svizzera.
 
giovani al lavoro in un kibbutzUna casa sicura. Decisero di venire in Israele, sionisti, per trovare la patria perduta e potersi difendere come popolo. Data la loro formazione socialista, si inserirono in un kibbutz (comune agricola socialista). Io sono nato quando mio padre era in guerra, la Guerra del Sinai, e mia madre aveva 20 anni e molta paura, la paura di essere madre di un orfano. Scrisse a mio padre un telegramma, che conservo ancora: “Ci è nato un figlio”. E poi solo la firma. Mio padre ricevette il telegramma, durante una lunghissima marcia, lo mise in tasca e lo aprì solo durante una pausa, morto di fatica. Si trovava al sud del paese, io e mia madre all’estremo nord. Venne in permesso speciale facendo tutto il paese in autostop. E poi tornò in guerra. Durante la mia vita, mio padre mi ha raccontato alcuni aneddoti, ma molto poco della guerra. Un tempo usava così, prima che la televisione cominciasse a trasformare tutto in un grande reality. Quando avevo tre anni mia madre volle tornare in Italia: la vita in Israele era troppo dura e pericolosa. Mio padre tornò a malincuore, in Israele si sentiva libero.
 
effetti dei bombardamenti israeliani in libanoRitorno al passato. Così sono vissuto italiano in Italia, ma mio padre mi raccontava sempre del kibbutz, della comune, regole di vita, discussioni. Ho ricevuto una educazione socialista e comunitaria, vivendo una vita molto solitaria. Sono sempre stato un bambino chiuso, pauroso e timido, con eleganza si può dire problematico. Tornai in Israele a 28 anni, avevo bisogno di una pausa e fui invitato in kibbutz, da vecchi amici di scuola. La Scuola Ebraica di Milano. Mi trovai bene e rimasi là per 12 anni. Mentre ero in vacanza in Italia nel 1991, l’Iraq cominciò a minacciare e poi a lanciare missili su Israele. Era il periodo che mi sentivo più inserito e solidale col kibbutz e con Israele. Mentre molti scappavano da Israele io tornai ingenuamente. Non sapevo nulla di guerra ne di missili, volevo tornare dai miei amici. Nonostante i pericoli e gli ordini alla popolazione i miei amici vennero a prendermi, non c’era nessuno per le strade, dalla loro paura cominciai a capire che la cosa era seria. Mi fu data una maschera antigas e tutte le disposizioni. Dopo cena ci si riuniva in un bar, a bere il caffè e a guardare insieme la TV, leggere i giornali e giocare a carte o a scacchi. Un luogo simpatico per parlare, incontrarsi. Ero seduto con i miei amici quando suonò la sirena d’allarme. Non l’avevo mai sentita, non capii subito cosa fosse. Vidi gente cominciare a correre, altri uscire con maggior dignità. Agli ultimi rimasti chiesi cos’era. I missili iracheni, l’allarme.
 
battaglia per le stradeUna nuova famiglia. Ero “single”, senza bambini, senza genitori da accudire. Non avevo paura, ero fatalista. Non ho mai messo la maschera antigas, non sono mai andato in un rifugio. Solo tenevo la televisione accesa, giorno e notte per sapere se succedeva qualche cosa. Da allora quello che mi fa dormire meglio è la televisione. Se sono preoccupato e non riesco a dormire, accendo la televisione e mi addormento subito. Passa il tempo, mi sono sposato e ho una bambina piccola di pochi mesi. Comincia al confine con il Libano una Operazione cruenta, per cui cominciano a tirare razzi katiuscia. Un giorno mentre lavoravo nel frutteto, vidi un missile arrivare. Sembrava come un aereo di cartapesta senza ali, grande, lungo 3 metri che volava lentamente, verso la nostra collina. Non mi faceva paura, mi incuriosiva. Cadde sui nostri alberi di mele giovani. Ne rovinò un certo numero, ma non esplose. Una sera, a casa con mia moglie e la bambina, sentimmo un botto forte, vicino alla finestra. Qualche cosa era caduto a 200 metri dalla nostra casa. Suonò la sirena e gli uomini della sicurezza giravano dicendo di entrare nei rifugi. Cos’è un rifugio? Uno sgabuzzino sporco con troppi letti. Arrivano persone spaventate ed eccitate che fanno confusione, l’ultimo posto dove riuscire a stare tranquilli e a calmare una bambina di pochi mesi. Prendemmo la macchina e portai mia moglie dai suoi genitori in un posto lontano dai combattimenti.
 
donne libanesi in fugaUna nuova guerra. Il mio kibbutz Sasa e quello in cui sono nato Bar Am in questa ultima guerra (senza nome) sono stati colpiti. Io ora vivo al centro del Paese, mentre lì si vive nel pericolo qui ancora si vive normalmente. Ho voluto raccontare questi tre episodi, di me bambino, che ricordo mediato dai racconti dei miei genitori, di me adulto ma senza vincoli, che si può permettere di non avere paura, e infine me parte di una famiglia con una bambina piccola e con tutti i sentimenti di protezione e di dovere che questo comporta. Anche il luogo in cui ti trovi modifica il modo di vedere le cose. Mio padre dall’Italia mi telefona per chiedermi: “Cosa facciamo ai libanesi?”, come se io avessi rapporti coi libanesi o con il mio governo. I libanesi sono le vittime di questa guerra, i responsabili stanno in Iran vicino al loro reattore nucleare. Non ho una soluzione, non ho una posizione. So che la guerra mi è passata vicina molte volte e mi ha lasciato dei segni che forse non conosco. Ora ho due figli e so cosa sia il sentimento di tenerezza che ti porta a tenerli lontani da simili ferite. Tutti i giorni incontro persone con tante cicatrici dolorose. Cerchiamo la pace possibile. 
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Israele - Palestina