scritto per noi da
Dan Rabà
Vi racconterò di una
vicenda molto personale, autobiografica, per spiegare la guerra in Israele
secondo me. Io sono nato in Israele nel 1956, da genitori giovanissimi, ebrei
italiani che avevano
vissuto la Seconda Guerra mondiale come ebrei bambini.
Mio padre nascosto con la famiglia sui monti toscani, mia madre rifugiata in
Svizzera.
Una casa sicura. Decisero di venire in
Israele, sionisti, per trovare la patria perduta e potersi difendere come
popolo. Data la loro formazione socialista, si inserirono in un kibbutz (comune
agricola socialista). Io sono nato quando mio padre era in guerra, la Guerra
del Sinai, e mia madre aveva 20 anni e molta paura, la paura di essere madre di
un orfano. Scrisse a mio padre un telegramma, che conservo ancora: “Ci è nato
un figlio”. E poi solo la firma. Mio padre ricevette il telegramma, durante una
lunghissima marcia, lo mise in tasca e lo aprì solo durante una pausa, morto di
fatica. Si trovava al sud del paese, io e mia madre all’estremo nord. Venne in
permesso speciale facendo tutto il paese in autostop. E poi tornò in guerra.
Durante la mia vita, mio padre mi ha raccontato alcuni aneddoti, ma molto poco
della guerra. Un tempo usava così, prima che la televisione cominciasse a
trasformare tutto in un grande reality. Quando avevo tre anni mia madre volle
tornare in Italia: la vita in Israele era troppo dura e pericolosa. Mio padre
tornò a malincuore, in Israele si sentiva libero.
Ritorno al passato. Così sono vissuto
italiano in Italia, ma mio padre mi raccontava sempre del kibbutz, della
comune, regole di vita, discussioni. Ho ricevuto una educazione socialista e
comunitaria, vivendo una vita molto solitaria. Sono sempre stato un bambino
chiuso, pauroso e timido, con eleganza si può dire problematico. Tornai in
Israele a 28 anni, avevo bisogno di una pausa e fui invitato in kibbutz, da
vecchi amici di scuola. La Scuola Ebraica di Milano. Mi trovai bene e rimasi là
per 12 anni. Mentre ero in vacanza in Italia nel 1991, l’Iraq cominciò a
minacciare e poi a lanciare missili su Israele. Era il periodo che mi sentivo
più inserito e solidale col kibbutz e con Israele. Mentre molti scappavano da
Israele io tornai ingenuamente. Non sapevo nulla di guerra ne di missili,
volevo tornare dai miei amici. Nonostante i pericoli e gli ordini alla
popolazione i miei amici vennero a prendermi, non c’era nessuno per le strade,
dalla loro paura cominciai a capire che la cosa era seria. Mi fu data una
maschera antigas e tutte le disposizioni. Dopo cena ci si riuniva
in un bar, a bere il caffè e a guardare insieme la TV, leggere i giornali e
giocare a carte o a scacchi. Un luogo simpatico per parlare, incontrarsi. Ero
seduto con i miei amici quando suonò la sirena d’allarme. Non l’avevo mai
sentita, non capii subito cosa fosse. Vidi gente cominciare a correre, altri
uscire con maggior dignità. Agli ultimi rimasti chiesi cos’era. I missili
iracheni, l’allarme.
Una nuova famiglia. Ero “single”, senza
bambini, senza genitori da accudire. Non avevo paura, ero fatalista. Non ho mai
messo la
maschera antigas, non sono mai andato in un rifugio. Solo tenevo la
televisione accesa, giorno e notte per sapere se succedeva qualche cosa. Da allora
quello che mi
fa dormire meglio è la televisione. Se sono preoccupato e non riesco a dormire,
accendo la televisione e mi addormento subito. Passa il tempo, mi sono sposato
e ho una bambina piccola di pochi mesi. Comincia al confine con il Libano una
Operazione cruenta, per cui cominciano a tirare razzi katiuscia. Un giorno
mentre lavoravo nel frutteto, vidi un missile arrivare. Sembrava come un aereo
di cartapesta senza ali, grande, lungo 3 metri che volava lentamente, verso la
nostra collina. Non mi faceva paura, mi incuriosiva. Cadde sui nostri alberi di
mele giovani. Ne rovinò un certo numero, ma non esplose. Una sera, a casa con
mia moglie e la bambina, sentimmo un botto forte, vicino alla finestra. Qualche
cosa era caduto a 200 metri dalla nostra casa. Suonò la sirena e gli
uomini della sicurezza giravano dicendo di entrare nei rifugi. Cos’è un rifugio?
Uno
sgabuzzino sporco con troppi letti. Arrivano persone spaventate ed eccitate che
fanno confusione, l’ultimo posto dove riuscire a stare tranquilli e a calmare
una bambina di pochi mesi. Prendemmo la macchina e portai mia moglie dai suoi
genitori in un posto lontano dai combattimenti.
Una nuova guerra. Il mio kibbutz Sasa e
quello in cui sono nato Bar Am in questa ultima guerra (senza nome) sono stati
colpiti. Io ora vivo al centro del Paese, mentre lì si vive nel pericolo qui
ancora si vive normalmente. Ho voluto raccontare questi tre episodi, di me
bambino, che ricordo mediato dai racconti dei miei genitori, di me adulto ma
senza vincoli, che si può permettere di non avere paura, e infine me parte di
una famiglia con una bambina piccola e con tutti i sentimenti di protezione e
di dovere che questo comporta. Anche il luogo in cui ti trovi modifica il modo
di vedere le cose. Mio padre dall’Italia mi telefona per chiedermi: “Cosa
facciamo ai libanesi?”, come se io avessi rapporti coi libanesi o con il mio
governo. I libanesi sono le vittime di questa guerra, i responsabili stanno in
Iran vicino al loro reattore nucleare. Non ho una soluzione, non ho una
posizione. So che la guerra mi è passata vicina molte volte e mi ha lasciato
dei segni che forse non conosco. Ora ho due figli e so
cosa sia il sentimento di tenerezza che ti porta a tenerli lontani da simili ferite.
Tutti i
giorni incontro persone con tante cicatrici dolorose. Cerchiamo la pace possibile.