24/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ancora due dissidenti condannati in Iran e uno di loro confessa davanti a una telecamera
Ramin Jahanbegloo, intellettuale dissidente iraniano, avrebbe confessato davanti a una telecamera di essere una spia del governo degli Stati Uniti. Come ai tempi di Galileo Galilei. Jahanbegloo, una laurea ad Harvard e un dottorato alla Sorbona, era stato arrestato il 3 maggio scorso per “relazioni con paesi stranieri volte a minare la sicurezza dello stato” e, come il grande scienziato il 22 giugno 1633, è stato costretto all’abiura delle sue idee.
 
ramin jahanbeglooAbiure video. Nel video-messaggio, secondo la rivista conservatrice Resalat, vicina al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, Jahanbegloo spiega di essere entrato in contatto in Canada con alcune persone che lo hanno convinto a collaborare a una rivoluzione di velluto, orchestrata dagli Usa, per rovesciare il regime dei mullah. Nel video, che per ora sarebbe stato mostrato solo in alcuni circoli culturali, Jahanbegloo spiega di aver infiltrato, presso gli ambasciatori europei a Teheran, elementi antirivoluzionari per sostenere il cambio della guardia del potere in Iran. La confessione, che non sarebbe l’unica di elementi dissidenti di spicco, ricalca fedelmente il commento di Mohseni Ejhei, il ministro per la Sicurezza iraniana che, il giorno dopo l’arresto di Jahanbegloo, aveva commentato che l’intellettuale collaborava con gli Usa che “preparano una serie di rivoluzioni di velluto in alcuni paesi scomodi, tra i quali l’Iran”. Il 10 luglio scorso, la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, in una nota, aveva stigmatizzato il comportamento dell’Iran rispetto alla tutela dei diritti umani, citando proprio le ombre sul caso di Jahanbegloo. Il messaggio quindi, almeno rispetto all’opinione pubblica interna, è arrivato al momento gusto.
 
abdolfattah soltaniL’avvocato in carcere. Tra qualche giorno potrebbe arrivare, in questo senso, anche la video confessione di Abdolfattah Soltani, uno dei più noti avvocati iraniani. Soltani ha difeso Akbar Ganji, il giornalista dissidente per la cui causa si era mobilitato il mondo dell’informazione occidentale, e tutelava la famiglia di Zahra Kazemi, la fotoreporter di origini iraniane e di passaporto canadese che, arrestata nel 2003 a Teheran, è morta il 10 luglio 2003 dopo essere entrata in coma per un’emorragia cerebrale, causata dalle percosse alla testa, ricevute durante più di tre giorni di interrogatorio. L’unico imputato al processo, svolto in Iran per accertare la dinamica della morte della Kazemi, è stato assolto per mancanza di prove. Soltani non era insomma l’avvocato preferito del governo di Teheran e, un anno fa, è stato arrestato “per sedizione e per aver diffuso informazioni riservate del governo”.
L’accusa si riferiva al fatto che Soltani, difendendo due tecnici del programma nucleare iraniano accusati di spionaggio, fosse entrato in possesso d’informazioni riservate che avrebbe poi rivenduto alle potenze occidentali. Il 18 luglio scorso Soltani è stato condannato a 5 anni di prigione.
Il noto avvocato iraniano ha sempre lavorato con Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, all’interno del Centro per la difesa dei Diritti Umani, ma il suo impegno non l’ha messo al sicuro dalle maglie della giustizia iraniana. 

Christian Elia

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