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“Siamo qui oggi per onorare la festa dell'Indipendenza e questa non sarà mai
realmente compiuta fino a quando le forze armate della Siria resteranno sul territorio
del Libano. Questa manifestazione vuole ricordare a tutti che il Libano non è
ancora un Paese indipendente, ma che lo diventerà presto e ci ritroveremo qui
a festeggiare”.
L'opposizione. Roland Khoury arringa la folla dal palco, sistemato accanto all'ingresso del Museo Nazionale di Beirut. Il portavoce del Free Patriotic Movement (Fpm) rivolge ai circa 5 mila manifestanti che dalle prime ore del mattino del 19 novembre 2004 sono affluiti, in un tripudio di bandiere libanesi, alla manifestazione che ha un obiettivo chiaro: chiede la fine dell'influenza politico-militare della Siria nella politica interna libanese.
Negli slogan dei protestanti c'è stato un riferimento costante alla risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il documento, senza mai citare la Siria, intima al Libano d'imporre la propria sovranità nazionale sul territorio, sia mandando via i soldati di altri paesi (sono 15 mila i militari siriani che stazionano in Siria dagli anni Sessanta) sia rendendo inoffensivi movimenti terroristici come Hezbollah , che controlla il sud del Paese al confine con Israele ed è finanziato da Damasco.
La protesta è stata organizzata dagli studenti dell'opposizione libanese, che ha due anime. Una è quella religiosa che è rappresentata dai cristiani che raggruppa i moderati come i Falangisti, che si oppongono alla Siria in chiave antislamica. Sono stati proprio gli esponenti del Partito Falangista a finanziare la manifestazione e Hikmat Deeb, deputato del Fpm , dichiara che “non è un segreto che il presidente del Libano, dalla fine della guerra civile, viene nominato a Damasco. Ultimamente però la situazione è diventata scandalosa”.
L'altra anima dell'opposizione è quella di sinistra, che si oppone al governo di Emile Lahoud per ottenere una presa di distanza dalla Siria in politica internazionale, ma che si oppone anche alla deriva integralista dello scontro politico in Libano. La politica di riforme socio-economiche, in un Paese ancora soffocato dal costo della ricostruzione post-bellica, sono per loro prioritarie e Khaled Imaad, parlamentare del Partito dei Socialisti Progressisti (Psp), ha sottolineato che “il Psp vuole un'indipendenza vera e la fine dell'egemonia siriana, ma per costruire un Libano pacificato e libero che sappia costruirsi un futuro privo di fondamentalismi”.
“La sinistra aggrega la società civile”, aggiunge Afamia, un'economista libanese
che lavora per un'agenzia internazionale, “sfilano assieme l'operaio e il militare.
La vera preoccupazione è la disoccupazione e la presenza militare della Siria,
mentre la destra ha un obiettivo confessionale. I Falangisti pagano per far manifestare
quei militanti, gli altri sono più a contatto con la popolazione”.
La divisione tra gli organizzatori del corteo si è riprodotta anche nel corteo: il serpentone dei manifestanti si è infatti diviso in tronconi, con i cristiani a sfilare nei pressi del Museo e la sinistra libanese a sfilare sotto i balconi della presidenza della Repubblica. Solo sul diritto di manifestare i due cortei si sono intesi. “La vera vittoria è quella di manifestare oggi”, spiega George Nakhla del Fpm, “le autorità volevano impedircelo con la forza. Ma non ci sono riusciti e la Costituzione è salva”.
Il governo. Suleiman Franjieh, ministro degli Interni libanese, aveva promesso d'impedire con la forza la manifestazione. Ritornato sucessivamente sull'argomento aveva poi mitigato le sue minaccie, spiegando che “verranno solo applicate tutte le misure necessarie al corretto svolgimento del corteo e non verranno tollerrati atti di forza o episodi di violenza”.
Beirut si presentava blindata: posti di blocco agli ingressi nord, sud ed est della capitale libanese, migliaia di agenti in tenuta anti-sommossa che presidiavano la piazza del Museo Nazionale e gli ingressi delle residenze degli studenti e degli edifici universitari, blindati con i cannoni ad acqua e tolleranza zero. La manifestazione si è svolta in modo pacifico e non ci sono stati incidenti.
Il governo di Emile Lahoud sa di non poter tirare troppo la corda, visto e considerato
che il governo del primo ministro Omar Karami, il 6 novembre scorso, ha ottenuto
la fiducia con il minimo storico di voti favorevoli della storia libanese dal
1990 ad oggi. Alle pressioni internazionali per lo sdoganamento di Beirut dalla
Siria e da Hezbollah si aggiunge la modifica costituzionale che ad Agosto del
2004 ha allugato il mandato presidenziale di Lahoud per altri tre anni. Il premier
dell'epoca Hariri (filo-occidentale e su posizioni anti-siriane) si è dimesso
e il governo ha passato un autunno di fuoco.
“L'alleanza con la Siria rimane la pietra angolare della politica internazionale del Libano”, ha dichiarato Lahoud rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano della manifestazione, “perchè non si tradiscono le alleanze e perchè questo serve all'equilibrio della regione”. Ma per sottolineare il concetto, il 30 novembre 2004, un corteo di decine di migliaia di persone ha sfilato per le vie della capitale in sostegno della politica filo-siriana del governo.
Christian Elia