
Mohammed è un ragazzo iracheno di poco più di venti anni che vive a Baghdad.
Come molti della sua età si sposa giovane e aspetta il suo primo figlio quando
la guerra arriva a devastargli per sempre la vita. Nel suo caso è un attacco statunitense
a cambiare il corso delle cose, come capita a tanti iracheni. Mohammed vede morire
la moglie e il bimbo che lei portava in grembo durante l’attacco e perde entrambe
le gambe all’altezza delle ginocchia.
La sua storia è parte di una storia più grande. Quella di quasi tutti gli iracheni
che, ininterrottamente dal 1980, anno della guerra tra l’Iran e l’Iraq, hanno
avuto l’esistenza segnata dalla violenza e dalla morte. Dopo l’Iran è stata la
volta dell’invasione del Kuwait e dell’attacco della coalizione guidata dagli
Stati Uniti nel 1991. Poi dieci anni di embargo soffocante, fino al secondo attacco,
nel marzo del 2003, da parte degli Usa e dei loro alleati.
Mohammed quindi non rappresenta certo un caso raro in un Paese come l’Iraq, ma
un giorno di agosto del 2004, la sua vita cambia ancora. Questa volta in meglio.
Tutto accade grazie all’amore per gli altri di un uomo venuto da lontano, venuto
dall’Italia rischiando la vita per raccontare a quelli che la guerra la vedono
solo in televisione la storia di tutti i Mohammed dell’Iraq.
Quell’uomo è Enzo Baldoni. Un pubblicitario di successo, un uomo che poteva godersi
la vita lontano da chi sopravvive a fatica. Ma Enzo non era così. Il suo tempo
libero amava spenderlo a raccontare le storie delle persone che vivono quotidianamente
la tragedia della violenza. Colombia e Birmania, Chiapas e Timor Est, sempre dietro
a tutti i Mohammed del mondo, sempre con la passione di scrivere per raccontarne
le storie, magari in un
blog su internet.
Così, il 6 agosto del 2004, Enzo parte per l’Iraq. Con un volo per organizzazioni
non governative arriva a Baghdad da Amman, in Giordania. Alloggia all’hotel Palestine.
Poi conosce Ghareeb, un giordano-palestinese di cui si fida e con cui decide di
girare il Paese in fiamme. Il 9 agosto del 2004 parte a bordo della jeep Nissan
di Ghareeb alla volta di Falluja, la città dove secondo le forze della coalizione
si nascondono gli irriducibili della guerriglia, gli uomini di quel Abu al-Zarqawi
che sarebbe l’uomo di Osama bin Laden in Iraq. Enzo e Ghareeb, durante il viaggio,
fanno una sosta per ristorarsi a casa di alcuni amici del giordano. Qui Enzo conosce
Mohammed.
"Lo so, di lettere così ne ricevi a dozzine, ma Mohammed, che vive in campagna,
stava accompagnando la moglie a partorire giusto mentre gli americani stavano
entrando a Baghdad.
Un Bradley (carro armato leggero, ndr) ha cannoneggiato l'ambulanza. Mohammed
è stato sbalzato fuori senza più le gambe e ha visto la moglie morire bruciata
con
il bambino che stava nascendo. Una qualche associazione benefica gli ha dato due
piedi spaiati, un 37 e un 38, e gli manca una rotula. Si può fare qualcosa per
questo ragazzo di Baghdad che mi sono preso a cuore? Si è appena risposato. Lui
ha un sorriso che riempie il cuore d'allegria, ma la nuova moglie si vergogna
di presentarlo ai genitori senza gambe. Ti abbraccio”, firmato Enzo Baldoni.
Il destinatario della mail è Teresa Sarti, presidente della ong italiana Emergency,
che si occupa da sempre delle vittime civili dei conflitti ed è presente da nove
anni in Iraq. L’associazione si mobilita e promette ad Enzo che Mohammed avrà
le sue protesi. Mette in contatto il reporter italiano con il centro di riabilitazione
che Emergency gestisce a Sulaymania, nel nord dell’Iraq. Lì potranno prendersi
cura di Mohammed, e lui potrà camminare, e con due piedi della stessa misura.
Per potersi sposare. E perché tutti devono poter camminare.
“Sei un angelo, Teresa. Provvederò personalmente a trasportare Mohammed a Sulaymania
e a procurarmi tutti i lasciapassare. (Scusami: in questo momento mi stanno venendo
i lucciconi. Stupida emotività)”, risponde Enzo, allegando una foto che arriva
dritto al cuore, una foto in cui lui e Mohammed sono seduti vicino e tengono in
mano le due protesi spaiate. Ma soprattutto sorridono, sorridono della follia
della morte e della follia della vita, dove degli stranieri ti tolgono tutto e
degli altri stranieri ti restituiscono la vita.

Nell’attesa di poter organizzare il viaggio al nord, Baldoni va a Najaf, dove
la guerra divampa e si combatte per le strade, e la gente stremata ha bisogno
d’aiuto. È il 15 agosto quando Enzo, assieme ad un convoglio umanitario, arriva
a Najaf.
Il 16 agosto Baldoni è nuovamente a Baghdad: si è lussato una spalla e teme di
dover interrompere il viaggio. Il 19 agosto un nuovo convoglio di aiuti, con a
bordo persone e materiali della Croce Rossa Italiana, che Enzo aveva fortemente
voluto e sollecitato, parte per Najaf. Enzo è con loro. Da questo momento in poi
tutto è avvolto dal mistero. Per il settimanale Diario, con il quale Enzo collaborava,
il convoglio arriva a Najaf. Per gli organizzatori della Croce Rossa Internazionale
si è fermato a Kufa (circa 15 chilometri da Najaf). Sulla via del ritorno, nei
pressi di Mahmudiya, una mina esplode sotto la macchina che apriva il convoglio.
E sulla quale viaggiavano proprio Enzo e Ghareeb.
Quello che sembra ormai certo è che il convoglio prosegue per Baghdad per motivi
di sicurezza. Ghareeb muore nell’esplosione. Enzo viene rapito e per cinque giorni
non si hanno sue notizie. La Croce Rossa e il governo italiano sanno che si tratta
di un rapimento o quanto meno che qualche cosa di drammatico è accaduto, ma per
il momento accreditano la versione dello sprovveduto che si è avventurato in Iraq
privo anche di un telefono satellitare. Il 24 agosto 2004 viene recapitato alla
televisione al-Jazeera un video che mostra Baldoni, il cui il rapimento viene
rivendicato
da un gruppo che si fa chiamare ‘Gruppo Islamico dell’Iraq’. I sequestratori chiedono
il ritiro del contingente italiano dall’Iraq entro 48 ore, altrimenti uccideranno
Enzo.
Seguono ore terribili, scandite dagli appelli di Guido e Gabriella, i figli di
Enzo, che chiedono di liberare “un uomo di pace”.
Il 26 agosto 2004 arriva
la notizia più temuta: Enzo Baldoni è stato assassinato. Prima si parla di un
video, ma poi si avrà solo una fotografia sbiadita. Nessuna notizia del cadavere
di Enzo. E’ l’ora del dolore e del cordoglio.
Intanto in Iraq un uomo di nome Hawar, un curdo che da anni lavora con Emergency,
non si dà per vinto. Ha una promessa da mantenere: trovare quel ragazzo. Fa stampare
un manifesto con
la foto di Mohammed. Migliaia di copie vengono distribuite in tutto il Paese.
Fa pubblicare annunci su quei pochi giornali che riescono a circolare nonostante
la guerra. Manda annunci alle televisioni, alle radio. Arriva una prima telefonata
al numero che viene dato per eventuali segnalazioni. “Lo conosco”, dice una persona,
“si trova ad al-Amarah”.
La persona dà anche un numero di telefono. Hawar tenta in tutti i modi di comunicare
con questo numero, ma tutto è difficile nell’Iraq della guerra. Allora chiama
un amico d’infanzia che vive a Najaf e gli chiede di andare di persona a controllare.
Sherazade, questo il nome dell’amico di Hawar, parte alla volta di al-Amarah,
ma al suo arrivo trova un’inaspettata sorpresa: il numero corrisponde al locale
comando dei pompieri.
In questa località Sherazade mostra la foto di Mohammed e un pompiere gli risponde
che sa dove si trova il ragazzo, anche se nessuno può dire chi ha telefonato ad
Emergency. Chiede all’amico di Hawar di tornare il giorno dopo. Il pompiere si
presenta con un altro ragazzo. Si chiama anche lui Mohammed e anche lui non ha
le gambe. E’ parte anche lui di quella storia più grande, Emergency può aiutarlo
e lo farà. Ma non è il Mohammed di Enzo.
Hawar non si rassegna e non smette di cercare e fa trasmettere un appello da
alcune televisioni locali. “Se non funziona neanche questo”, decide Hawar, “mi
rivolgerò ad al-Jazeera”.
Intanto Sherazade viene mandato a Nassirya, dove c’è il contingente italiano.
Enzo lì lo hanno conosciuto tutti, magari qualcuno sa qualcosa di Mohammed. Nessuna
informazione dai militari, nessuna informazione dalla Croce Rossa, nessuno dei
tanti autisti di taxi che vanno fuori città ha mai visto il ragazzo .

In compenso arrivano molte telefonate: tutti si presentano come Mohammed, tutti
dicono di essere amici di Enzo. Tutti hanno bisogno di gambe. Hanno ragione Enzo
e tutti quelli che la pensano come lui: in guerra ci sono tanti Mohammed da aiutare,
tanti Mohammed di cui raccontare la storia. Emergency fa quello che può per tutti
loro e non dimentica che c’è una promessa da mantenere.
Hawar decide di spostare il raggio delle ricerche nella zona di Baghdad. Coinvolge
nelle ricerche tutta la famiglia. E’ un suo parente a girare tutto il cosiddetto
triangolo sunnita, esponendosi a un grave rischio personale. Tutti gli ospedali
di Baghdad, Falluja e Ramadi, ma di Mohammed nessuna traccia.
Jamal ha un’intuizione: l’unico che può sapere qualcosa è il ‘mukhtar’. In un
Paese devastato da una guerra terribile, il mukhtar è una sorta di capo-rione,
l’unica autorità realmente riconosciuta. Magari quest’autorità è legata solo ad
un quartiere, ma è risolutiva.
Proprio il mukhtar di un sobborgo di Abu Ghraib, nei pressi di Baghdad, è l’uomo
giusto.
Ieri Hawar, che si trova a Milano, viene raggiunto dalla telefonata. “L’ho trovato!!!”,
urla trafelato al telefono, “Chi? Chi hai trovato?”, risponde basito Hawar, “Mohammed,
ho trovato Mohammed!”
Una gioia incontenibile. Subito parte la procedura per portare il ragazzo nelle
strutture di Emergency. Hawar non sta più nella pelle, ma trova la lucidità per
dire: “Devo telefonare a Giusi. Lo voglio fare io”. Giusi è la compagna di Enzo,
è giusto che sia lei la prima a sapere. Hawar la chiama dalla nostra redazione.
“Hi Giusi, I’m Hawar, Emergency. Do you remember of Mohammed? We found him”. Certo
che Giusi ricorda, ricorda quanto l’uomo della sua vita si era affezionato a Mohammed.
Teresa Sarti e tutta Emergency accolgono con emozione la notizia. Si telefona
subito a Enrico Deaglio, il direttore di Diario. Deve saperlo anche lui, che a
Enzo voleva bene.
Dopo più di un mese, ecco Mohammed. Avrà le sue protesi, potrà presentarsi alla
moglie. Del corpo di Enzo Baldoni ancora nessuna traccia, ma una promessa fatta
ad un amico è stata mantenuta.
Christian Elia