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Il mestiere della guerra. A parlare, in un’intervista
al quotidiano serbo Blic, è Gabrijel. Non è il suo vero nome, ma quello
di battaglia. Il suo nome da mercenario. Questo è il mestiere di Gabrijel, ex
militare dei corpi speciali jugoslavi nato a Sarajevo. Negli ultimi 4 anni
della sua vita ha lavorato in Iraq, come contractor per alcune delle tante
imprese che hanno ottenuto appalti nel martoriato paese arabo dopo la caduta
del regime di Saddam Hussein. Un anno fa a Obrenovac, assieme a un altro serbo
che ha condiviso con lui il periodo tra il Tigri e l’Eufrate, ha aperto un
campo di addestramento per mercenari, o per contractor, o per vigilanti
privati, come si fanno chiamare loro, quasi tutti veterani del conflitto nei
Balcani degli anni Novanta. La Serbia non ha una legislazione precisa in
materia, e questo permette all’impresa di Gabrijel di fare affari d’oro. “Il
guadagno mensile in un paese come l’Iraq è di circa 4mila dollari Usa per chi
fa la scorta ai convogli”, racconta Gabrijel, “ma arriva anche a 30mila dollari
mensili per quelli che fanno le guardie del corpo ai dirigenti dell’azienda.
Per arrivare in Iraq esistono vie legali e illegali. Una volta sono arrivato a
Baghdad con una lettera d’accredito dell’azienda per la quale lavoravo che mi
garantiva un visto d’ingresso valido un mese, ma la volta dopo sono entrato
illegalmente dalla frontiera turca, sapendo che dovevo solo fare in modo di
arrivare a Baghdad e poi là avrei trovato un lavoro. E così è stato. La cosa
più importante, se si vuole andare a lavorare in Iraq, è quella di avere
motivazioni più forti del denaro”. Gabrijel racconta di aver incontrato “molte
persone provenienti dall’ex Jugoslavia: kosovari, bosniaci, serbi, macedoni. La
maggior parte di loro lavorava per la Halliburton, perché siamo conosciuti come
ottimi meccanici. Ma il vero business nella logistica lo fanno filippini,
cingalesi e indiani. Noi, alla fine, preferiamo la sicurezza”.
Il business della guerra. Un buon affare dunque, la
guerra in Iraq. Sia per chi ci va come Gabrijel per provare
il ‘piacere’ che gli da il suo lavoro, sia per chi magari ci va solo perché
trovare un posto di lavoro in Serbia è una chimera. Stesso discorso vale per i
contractor provenienti da tutto il mondo. Ma quanti sono i contractor in Iraq?
Al tempo del rapimento dei 4 italiani si era parlato molto di questa nuova
figura del combattente privato, per il quale viene usata la stessa definizione
che viene utilizzata anche per gli impiegati civili al seguito delle truppe. I
combattenti veri e propri, quelli che si occupano della sicurezza, quanti sono
in Iraq? Una stima precisa è impossibile, trattandosi di contrattazioni
private, ma nel 2002 la professoressa Gabriella Pagliani nel suo saggio Il mestiere della guerra, calcolava che
il valore degli appalti riguardanti società di contractor privati con
stabili rapporti con l'amministrazione Usa avesse raggiunto i 170 milioni di
dollari, pari a un terzo del prodotto interno lordo dell'intero continente africano.
Circa un anno
fa è scoppiato un contenzioso tra la Custer
Battles, una delle principali aziende
della sicurezza privata - suo l’appalto per l’aeroporto di Baghdad - e
l’amministrazione Usa. I suoi dipendenti e i militari regolari si sono sparati
addosso l’un l’altro. E l’episodio non è stato neanche isolato, ma sono stati
molti i faccia a faccia tra militari e mercenari: secondo i militari, i privati
finiscono per complicargli la vita. Secondo i mercenari, i militari sono
invidiosi delle loro paghe. Quale che sia il motivo, la guerra in Iraq sarà
ricordata anche per i contractor, per aver portato tra gli iracheni persone
come Gabrijel, in cerca del piacere che gli dà il suo lavoro. Christian Elia