Arginare la rete per
motivi di sicurezza: censura o misura necessaria per evitare illeciti, violenze
o addirittura tensioni religiose? Il quesito si pone in India, dove 17 blog
sono stati oscurati per motivi generici, due giorni dopo i gravi attentati di
Mumbai (ex
Bombay), che hanno causato 207 morti e oltre 800 feriti.
La rabbia dei blogger. Il blocco dei siti, che appartengono al
servizio internazionale Blogspot di Google, il più importante motore di ricerca
al mondo, ha scatenato la reazione dei loro internauti che parlano già di “attacco
alla libertà di espressione”. “Se l’accesso ai siti oscurati non verrà
ristabilito in uno o due giorni, ci sarà di sicuro una reazione attiva nella
blogosfera occidentale”, ha detto un blogger indiano alla Bbc. E molti altri la
pensano più o meno allo stesso modo: “Sono davvero teso e arrabbiato - ha
aggiunto un giovane di 23 anni – noi scriviamo per essere letti. Il bando ci
isola dalla gente”.
Rischio di tensioni comunitarie. Il governo non ha giustificato il blocco per
ogni blog, ma ha detto in generale che la misura è stata resa necessaria
nell’interesse “della sovranità o dell’integrità dell’India, della sicurezza
dello Stato, delle relazioni amichevoli con gli stati stranieri e dell’ordine
pubblico” e, infine, “per prevenire l’incitamento a commettere ogni tipo di
delitto”.
Il problema,
infatti, si pone sui contenuti dei blog, alcuni dei quali sono frequentati dai
nazionalisti indù. Dopo le accuse agli estremisti musulmani di aver compiuto
gli attacchi di Bombay, le autorità temono un acuirsi delle relazioni fra la
comunità indù e quella islamica, che a Bombay, cuore commerciale dell’India, è
composta da 4 milioni di persone. Nella città, del resto, la tensione sarebbe
palpabile, dopo che centinaia di musulmani sono stati portati nelle stazioni di
polizia per essere interrogati in merito agli attentati. Sabato scorso i
residenti preoccupati del quartiere sud di Bombay hanno persino organizzato una
manifestazione per mantenere la calma nella zona.
Piste di indagine.
Il governo indiano, intanto, sta indagando
su più fronti, chiamando anche in causa i Paesi vicini. Ha innanzitutto
sospetti sul gruppo kashmiro, Lashkar e Toiba, che secondo lui ha base
in Pakistan,
e ritiene che l’esplosivo usato nei sette attacchi alla rete
ferroviaria di
Bombay provenga dal Bangladesh, dove sono attivi altri gruppi
estremisti
islamici. Entrambi i Paesi, però, hanno negato ogni responsabilità e
condannato
la strage. Si segue poi una pista interna all’area di Bombay, dove
agirebbe lo
Students Islamic Mouvement of India (SIMI) divenuto gruppo terrorista
dopo i
pogrom nello stato del Gujarat del 2002. Allora, dopo la demolizione di
una
moschea da parte dei nazionalisti indù, un treno di pellegrini indù fu
dato
alle fiamme causando la morte di 59 persone. Ne seguirono violenti
scontri con
2mila vittime, per lo più musulmani, anche se le statistiche ufficiali
riportano di 253 morti fra indù e di 793 fra gli islamici. Tra
ieri e oggi tre membri del SIMI sono stati i primi a essere
arrestati in connessione con gli attentati di Mumbai.