Alle Svalbard chiunque può immigrare senza documenti. Ma la vita non è facile

Potrebbe essere un ‘caloroso’ benvenuto per uno straniero, se non si trattasse
del Circolo Polare Artico: l'arcipelago norvegese delle Svalbard, 1000 chilometri
dal Polo Nord, è l'unico luogo dell'Europa occidentale dove i migranti non hanno
bisogno di permesso di soggiorno, né di visto d'ingresso. In base a un Trattato
del 1920, infatti, ciascuno ha 'liberta di accesso e di soggiorno" nelle isole.
Sempre che riesca a trovare un lavoro e resistere a 30 gradi sottozero.
Approdo sicuro. Il trattato internazionale, firmato da oltre 40 Paesi, pose 86 anni fa le Svalbard
sotto sovranità norvegese, garantendo, all'interno dell'arcipelago, gli stessi
diritti che i cittadini dei Paesi firmatari godono in patria. Successivamente
tale diritto venne esteso a chiunque. Così, le isole sono diventate un approdo
sicuro per i richiedenti asilo cacciati dalla Norvegia, ma anche terra di opportunità
per numerosi stranieri. Dei 1.800 abitanti residenti nell'insediamento più grande,
Longyearbyen, 200 appartengono a 25 nazionalità diverse. La popolazione locale
è divisa in due grandi gruppi etnici, quello norvegese, 55 percento del totale,
e quello russo-ucraino, 45 percento.
Popoli agli antipodi. Tra le comunità più importanti, dopo quella russa, a sorpresa, c'è quella thailandese,
con una settantina di individui. Ci si chiede come sia possibile che dalla Thailandia
si venga a poche centinaia di chilometri dal Polo Nord per trovare lavoro. A rispondere
è il vice-governatore delle Svalbard, Rune Hansen: "Quella dei thailandesi, o
forse dovrei dire delle thailandesi, è una storia interessante. Comincia negli
anni '70, quando i minatori locali riuscirono a metter da parte abbastanza soldi
per farsi l'estate ai Tropici. In Thailandia si formarono alcune coppiette, e
al ritorno i minatori portarono le donne quassù. Poi vennero i parenti e così
si formò l'attuale comunità".
Sans papiers. E' vero - abbiamo chiesto a Hansen - che non è necessario nessun visto, nè permesso
di soggiorno, né passaporto per entrare nelle Svalbard? "Sì, è possibile entrare
senza documenti, ma una volta qui bisogna saper badare a se stessi: trovare un
posto dove vivere, che è molto costoso, poi trovare un lavoro, che è abbastanza
difficile. Vi sono diversi stranieri che raggiungono le Svalbard, ma dopo un po'
ripartono perchè le loro condizioni economiche non gli permettono di fermarsi.
Teoricamente, l'immagine che si ha di questo posto è quella di un 'paradiso' per
gli immigrati, ma in realtà non è un luogo affatto facile. Oltre al freddo - d'inverno
è sempre buio e

d'estate le temperature sono comprese tra i 2 e i 12 gradi - a rendere difficile
la vita nelle Svalbard è la mancanza di welfare per gli immigranti. L'assistenza
sociale e sanitaria non esiste per chi è senza lavoro o alloggio. Chi non fa nulla
e non ha fissa dimora viene espulso dall'arcipelago. Che tipo di lavoro cerca
chi viene qui? Molti cercano lavoro nel settore turistico, che è assai sviluppato,
poi certamente c'è chi svolge occupazioni senza avere particolari competenze,
come il cameriere, il commesso, il cuoco, l'addetto alle pulizie. Ma bisogna parlare
inglese, e possibilmente norvegese. Per fare i minatori occorre una specifica
formazione, ed è un lavoro pericoloso. Le Svalbard ospitano poi una famosa università
per gli studi artici, che accoglie 200 studenti provenienti dall'estero".
Vietato morire. E i richiedenti asilo? "Quelli provenienti dalla Norvegia hanno diritto a fermarsi
come chiunque altro. Se chi ha un decreto di espulsione là viene quassù, la polizia
non può fargli nulla. Ma sono pochi quelli che si sono fermati, meno di una decina.
Come detto, quassù bisogna saper badare a se stessi". 'Quassù', la contropartita
per un salario elevato (quasi 4 mila euro al mese) e un'unica aliquota fiscale
(16 percento), è un sistema previdenziale e sanitario insufficiente. Se si perde
il lavoro o se si rimane paralizzati a causa di un incidente, bisogna fare le
valigie e andarsene. Alle Svalbard pochi nascono e pochi muoiono: non vi sono
infatti strutture sufficienti per le donne incinte, non vi è pensione e non vi
sono cimiteri. Qui il 75 percento della popolazione ha tra i 20 e i 65 anni.
Luca Galassi