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“Ja Allah..” (Dio mio)”. Ha balbettato solo queste parole Ibrahim Atmawi, un
contadino palestinese di sessantacinque anni, originario di Azzun Atma, 12 km
a sud di Qalqiliya, il cui uliveto è stato distrutto per oltre il 90 per cento
dei suoi cento ettari da bulldozer dell’Esercito israeliano. Al posto delle piante
centenarie, adesso sorge un tratto del muro
dell’apartheid. E alla tragedia si è aggiunta un’altra tragedia: nel preciso
momento dello
sradicamento, i suoi occhi – già indeboliti dall’età – non hanno retto un tale
orrore.
Colpito da un attacco diabetico da choc, quest’uomo ha perso il 95 per cento
della vista. Ora intravede solo delle ombre in movimento e non può più lavorare.
Come lui, anche gli altri abitanti di Azzun Atma avevano ricevuto la lettera.
E hanno reagito. Ci sono state manifestazioni sotto i cipressi, alle quali ha
partecipato anche
l’anziano contadino. Mentre a piedi s’avvicinava al boschetto, pregava, pensando
al giorno in cui non avrebbe più potuto lavorare il suo campo.
Nel maggio del 2003 sono arrivati i bulldozer e hanno iniziato a ripulire la
terra a nord est di Azzun Atma, compresi gli ulivi di Ibrahim situati nella parte
più meridionale della sua proprietà, vicino all’insediamento ebraico di Sha’are
Tiqva. A quel punto, però, i coloni hanno preteso una modifica del tracciato: doveva spostarsi verso nord, in modo da inglobare una quantità maggiore di terra
e consentire la costruzione di altri edifici. La deviazione è stata concessa.
Per Ibrahim, ciò significava la confisca di oltre il 90 per cento della sua terra.
E cioè la fine. Ma lo è stata anche per gli altri abitanti di Azzun Atma, oggi
un villaggio-prigione completamente isolato dal resto del West Bank. Esso aveva
anche delle terre in comune con i vicini villaggi di Beit Amin e Sanniriya, ai
quali oggi, proprio a causa del muro, da Azzun Atma non è più possibile accedere.
Tutte e tre le comunità hanno perso terreno, assorbito dall’insediamento di Sha’are
Tiqva, che dista soli 750 metri da Sanniriya e confina sia con Azzun Atma sia
con Beit Amin.
Il “muro dell’apartheid” ora circonda il villaggio di Azzun Atma su tutti i fronti
e non c’è un’entrata o un’uscita, a parte un singolo check-point. I militari israeliani
sono
rigidissimi nei controlli: non si passa, se non dimostrando – carta d’identità
alla mano – di risiedere qui ad un indirizzo preciso. E come nella peggiore delle
prigioni, le visite non sono previste.
Alessandra Garusi