16/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Israele continua a costruire il muro. La storia di Ibrahim Atmawi.

ruspe israeliane nei Territori Occupati“Ja Allah..” (Dio mio)”. Ha balbettato solo queste parole Ibrahim Atmawi, un contadino palestinese di sessantacinque anni, originario di Azzun Atma, 12 km a sud di Qalqiliya, il cui uliveto è stato distrutto per oltre il 90 per cento dei suoi cento ettari da bulldozer dell’Esercito israeliano. Al posto delle piante centenarie, adesso sorge un tratto del muro
dell’apartheid. E alla tragedia si è aggiunta un’altra tragedia: nel preciso momento dello
sradicamento, i suoi occhi – già indeboliti dall’età – non hanno retto un tale orrore.
Colpito da un attacco diabetico da choc, quest’uomo ha perso il 95 per cento della vista. Ora intravede solo delle ombre in movimento e non può più lavorare.

 
Ecco, dunque, la storia di Ibrahim e del suo campo, dal quale dipendeva la sopravvivenza stessa di altri tredici membri della sua famiglia. Vivono ancora tutti assieme, stipati nella stessa casa. È lì che, una mattina di settembre del 2002, per posta è arrivato un ordine di confisca della terra. Allegata, c’era una cartina che mostrava la sezione del muro da costruire in quell’area. Secondo quel disegno, il muro avrebbe isolato un boschetto di cipressi di trenta ettari, ai quali andavano ad aggiungersi gli oltre cento ettaridell’uliveto di Ibrahim.

Come lui, anche gli altri abitanti di Azzun Atma avevano ricevuto la lettera. E hanno reagito. Ci sono state manifestazioni sotto i cipressi, alle quali ha partecipato anche
l’anziano contadino. Mentre a piedi s’avvicinava al boschetto, pregava, pensando al giorno in cui non avrebbe più potuto lavorare il suo campo.

 
ruspe israeliane nei Territori OccupatiNel maggio del 2003 sono arrivati i bulldozer e hanno iniziato a ripulire la terra a nord est di Azzun Atma, compresi gli ulivi di Ibrahim situati nella parte più meridionale della sua proprietà, vicino all’insediamento ebraico di Sha’are Tiqva. A quel punto, però, i coloni hanno preteso una modifica del tracciato:  doveva spostarsi verso nord, in modo da inglobare una quantità maggiore di terra e consentire la costruzione di altri edifici. La deviazione è stata concessa. Per Ibrahim, ciò significava la confisca di oltre il 90 per cento della sua terra.
 
E cioè la fine. Ma lo è stata anche per gli altri abitanti di Azzun Atma, oggi un  villaggio-prigione completamente isolato dal resto del West Bank. Esso aveva anche delle terre in comune con i vicini villaggi di Beit Amin e Sanniriya, ai quali oggi, proprio a causa del muro, da Azzun Atma non è più possibile accedere. Tutte e tre le comunità hanno perso terreno, assorbito dall’insediamento di Sha’are Tiqva, che dista soli 750 metri da Sanniriya e confina sia con Azzun Atma sia con Beit Amin.
 
Il “muro dell’apartheid” ora circonda il villaggio di Azzun Atma su tutti i fronti e non c’è un’entrata o un’uscita, a parte un singolo check-point. I militari israeliani sono
rigidissimi nei controlli: non si passa, se non dimostrando – carta d’identità alla mano – di risiedere qui ad un indirizzo preciso. E come nella peggiore delle prigioni, le visite non sono previste.

                                                              Alessandra Garusi

 
                                                       

Categoria: Muri
Luogo: Israele - Palestina