Sergiy Taran, analista politico di Porà, commenta la controrivoluzione in corso a Kiev
Sessantacinque
milioni di dollari buttati via. Tanto era costata al governo degli
Stati Uniti la “rivoluzione arancione” di Kiev che alla fine del 2004
ha strappato l’Ucraina dall’orbita d’influenza di Mosca. Oggi, solo un
anno e mezzo dopo, quella rivoluzione appare già fallita a causa degli
scontri di potere che hanno spaccato e indebolito la leadership
“rivoluzionaria”. E così, adesso, gli sconfitti di allora, ovvero i
partiti filo-russi eredi del regime di Leonid Kuchma, si apprestano a
tornare al potere, forti del consenso di un popolo fortemente deluso
dall’esperimento arancione.
La lunga crisi politica ucraina seguita alle elezioni dello scorso 26
marzo, dovuta all’incapacità dei tre leader della maggioranza (Viktor
Yushenko, Yulia Timoshenko e Oleksandr Moroz) di trovare un accordo
sulla formazione del nuovo governo, si è risolta con un vero e proprio
colpo di teatro. Il 7 luglio, il leader dell’opposizione filo-russa
Viktor Yanukovych – che finora era stato fermo a guardare come il ragno
che aspetta la preda nella sua tela – ha dato vita a una “coalizione
anti-crisi” che ha la maggioranza alla Rada, il Parlamento ucraino. Una
svolta resa possibile dal clamoroso cambio di campo di Moroz, leader
del Partito Socialista Ucraino, che dopo essersi visto negato dal
presidente della repubblica Yushenko il posto di presidente della Rada,
è uscito dalla coalizione arancione (formata da Nostra Ucraina di
Yushenko e dal Blocco Yulia Timoshenko) passando armi e bagagli, e 33
parlamentari, nella coalizione filo-russa (formata dal Partito delle
Regioni di Yanukovych e dal Partito Comunista Ucraino) che così è
diventata da minoritaria a maggioritaria, con 239 su 450 parlamentari.
Sarà quindi Yanukovych, novello candidato premier, a guidare e formare
il nuovo governo ucraino dopo aver ottenuto (forse già oggi, 1° agosto)
l’incarico dal presidente arancione
Yushenko, disposto a conferirglielo
a patto che il nuovo governo filo-russo non si discosti dalla politica
filo-occidentale portata avanti dal governo arancione. Una soluzione
che appare davvero improbabile, ma che Washington vuole a tutti i costi
per non veder mandati all’aria tutti gli obiettivi per cui la
rivoluzione arancione era stata orchestrata. Non parliamo ovviamente
della democratizzazione del Ucraina, bensì della sua integrazione nella
Nato, nell’Ue e nel Wto, e soprattutto nella rete di gasdotti
occidentali che parte dal Mar Caspio tramite la pipeline-bretella
Odessa-Brody: una manovra che metterebbe fine alla dipendenza
dell’Europa dalle forniture di gas russe.
Intanto, i duri e puri della rivoluzione arancione, la bionda
“pasionaria” Yulia Timsohenko, fervente occidentalista, e il movimento
giovanile Porà, sponsorizzato dal miliardario americano George Soros,
gridano al tradimento degli ideali arancioni, al colpo di Stato e
tornano in piazza con striscioni e tende per chiedere a Yushenko di non
dare l’incarico a Yanukovych e di sciogliere la Rada indicendo nuove
elezioni. Un’eventualità assai rischiosa stando ai recenti sondaggi,
che mostrano un ulteriore calo di consensi per i due partiti arancioni
e un ulteriore aumento per i filo-russi, che ora avrebbero anche i voti
dei socialisti di Moroz.
Abbiamo intervistato Sergiy Taran, direttore del Dipartimento di Analisi Politica
del movimento arancione Porà.
La rivoluzione
arancione è finita?
No, non è giusto dire questo. Perché oggi l’Ucraina non è
più un regime di polizia, com’era sotto Kuchma, ma una democrazia, uno Stato di
diritto in cui c’è libertà di espressione e di manifestazione. Certo, non siamo
ancora una democrazia matura: abbiamo ancora molta strada da fare, ma indietro
non si torna. Le conquiste della rivoluzione democratica arancione sono un dato
di fatto incontestabile ed evidente. Dire che è fallita significa negare questa
realtà.
Però non si può
nemmeno negare che ci sia molta delusione verso la leadership arancione…
Certo! Un anno e mezzo fa la gente si era sentita fare molte
promesse che non sono state mantenute. Soprattutto quelle riguardanti al lotta
contro al corruzione e il taglio netto con le vecchie abitudini e i vecchi
personaggi del regime di Kuchma. E questo non è stato fatto. Una delle maggiori
delusioni è stata l’immaturità politica dei nuovi leader, ancora troppo
attaccati a un concetto di politica come lotta per il potere personale invece
che come lavoro per l’attuazione di un programma.
Qual è la posizione di
Porà in questa delicata fase politica? Se Yanukovych torna al potere tornerete
in piazza?
Yanukovych deve andare in galera, non al governo. E’ stato
lui, assieme a Kuchma, a truccare le elezioni del 2004. E di questo dovrebbe
rispondere davanti a un tribunale. Dovrebbe essere espulso dalla politica di
questo paese. Altro che diventare premier! Quello sì che sarebbe la confitta
della rivoluzione arancione! Non lo possiamo permettere e, certamente,
torneremo in piazza per impedirlo. Lo scenario di una Grande Coalizione
blu-arancione (il blu è il colore del
partito filo-russo di Yanukovych, n.d.r.) con Yanukovych primo ministro e
Yushenko presidente sarebbe una sciagura per il paese, perché la conflittualità
tra le due parti immobilizzerebbe la vita politica del paese.
Quindi preferite che
si torni alle urne? Non temete una sconfitta definitiva della coalizione
arancione?
Noi non crediamo nei sondaggi che danno il 37 per cento al Partito
delle Regioni: è tutta propaganda russa. Solo quattro mesi fa aveva il 32 per
cento, contro il 36 dei due partiti arancioni. La situazione non può essere
cambiata così tanto. L’unico problema vero è rappresentato dai traditori
socialisti di Moroz, che si sono venduti ai nemici della democrazia passando con
Yanukovych e i comunisti e portando
loro in dote un 5-6 per cento di voti che potrebbero fare la differenza, l’ago
della bilancia.
Quali sono secondo
Porà, oggi, le urgenze che un nuovo governo dovrebbe affrontare?
La prima è la trasparenza politica, senza la quale nessun
serio avanzamento democratico è possibile.
La seconda è il rafforzamento della libertà di stampa,
essenziale per la maturazione della coscienza democratica della nostra società.
E la terza è l’ingresso dell’Ucraina in Europa e nella Nato,
indispensabili per lo sviluppo e la sicurezza del nostro paese, come ha
dimostrato la guerra del gas dello scorso inverno.
Risolti questi tre problemi, tutti gli altri andranno a
posto di conseguenza.
Ma ora bisogna lasciar perdere per un momento il futuro e concentrarci
sul presente per evitare di non tornare nel passato.