01/08/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Sergiy Taran, analista politico di Porà, commenta la controrivoluzione in corso a Kiev
Viktor Yushenko e Yulia TimoshenkoSessantacinque milioni di dollari buttati via. Tanto era costata al governo degli Stati Uniti la “rivoluzione arancione” di Kiev che alla fine del 2004 ha strappato l’Ucraina dall’orbita d’influenza di Mosca. Oggi, solo un anno e mezzo dopo, quella rivoluzione appare già fallita a causa degli scontri di potere che hanno spaccato e indebolito la leadership “rivoluzionaria”. E così, adesso, gli sconfitti di allora, ovvero i partiti filo-russi eredi del regime di Leonid Kuchma, si apprestano a tornare al potere, forti del consenso di un popolo fortemente deluso dall’esperimento arancione.
La lunga crisi politica ucraina seguita alle elezioni dello scorso 26 marzo, dovuta all’incapacità dei tre leader della maggioranza (Viktor Yushenko, Yulia Timoshenko e Oleksandr Moroz) di trovare un accordo sulla formazione del nuovo governo, si è risolta con un vero e proprio colpo di teatro. Il 7 luglio, il leader dell’opposizione filo-russa Viktor Yanukovych – che finora era stato fermo a guardare come il ragno che aspetta la preda nella sua tela – ha dato vita a una “coalizione anti-crisi” che ha la maggioranza alla Rada, il Parlamento ucraino. Una svolta resa possibile dal clamoroso cambio di campo di Moroz, leader del Partito Socialista Ucraino, che dopo essersi visto negato dal presidente della repubblica Yushenko il posto di presidente della Rada, è uscito dalla coalizione arancione (formata da Nostra Ucraina di Yushenko e dal Blocco Yulia Timoshenko) passando armi e bagagli, e 33 parlamentari, nella coalizione filo-russa (formata dal Partito delle Regioni di Yanukovych e dal Partito Comunista Ucraino) che così è diventata da minoritaria a maggioritaria, con 239 su 450 parlamentari. Sarà quindi Yanukovych, novello candidato premier, a guidare e formare il nuovo governo ucraino dopo aver ottenuto (forse già oggi, 1° agosto) l’incarico dal presidente arancione Yushenko e YanukovichYushenko, disposto a conferirglielo a patto che il nuovo governo filo-russo non si discosti dalla politica filo-occidentale portata avanti dal governo arancione. Una soluzione che appare davvero improbabile, ma che Washington vuole a tutti i costi per non veder mandati all’aria tutti gli obiettivi per cui la rivoluzione arancione era stata orchestrata. Non parliamo ovviamente della democratizzazione del Ucraina, bensì della sua integrazione nella Nato, nell’Ue e nel Wto, e soprattutto nella rete di gasdotti occidentali che parte dal Mar Caspio tramite la pipeline-bretella Odessa-Brody: una manovra che metterebbe fine alla dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas russe.  
Intanto, i duri e puri della rivoluzione arancione, la bionda “pasionaria” Yulia Timsohenko, fervente occidentalista, e il movimento giovanile Porà, sponsorizzato dal miliardario americano George Soros, gridano al tradimento degli ideali arancioni, al colpo di Stato e tornano in piazza con striscioni e tende per chiedere a Yushenko di non dare l’incarico a Yanukovych e di sciogliere la Rada indicendo nuove elezioni. Un’eventualità assai rischiosa stando ai recenti sondaggi, che mostrano un ulteriore calo di consensi per i due partiti arancioni e un ulteriore aumento per i filo-russi, che ora avrebbero anche i voti dei socialisti di Moroz.
Abbiamo intervistato Sergiy Taran, direttore del Dipartimento di Analisi Politica del movimento arancione Porà.
 
Sergiy TaranLa rivoluzione arancione è finita?
No, non è giusto dire questo. Perché oggi l’Ucraina non è più un regime di polizia, com’era sotto Kuchma, ma una democrazia, uno Stato di diritto in cui c’è libertà di espressione e di manifestazione. Certo, non siamo ancora una democrazia matura: abbiamo ancora molta strada da fare, ma indietro non si torna. Le conquiste della rivoluzione democratica arancione sono un dato di fatto incontestabile ed evidente. Dire che è fallita significa negare questa realtà.
 
Però non si può nemmeno negare che ci sia molta delusione verso la leadership arancione…
Certo! Un anno e mezzo fa la gente si era sentita fare molte promesse che non sono state mantenute. Soprattutto quelle riguardanti al lotta contro al corruzione e il taglio netto con le vecchie abitudini e i vecchi personaggi del regime di Kuchma. E questo non è stato fatto. Una delle maggiori delusioni è stata l’immaturità politica dei nuovi leader, ancora troppo attaccati a un concetto di politica come lotta per il potere personale invece che come lavoro per l’attuazione di un programma.
 
Qual è la posizione di Porà in questa delicata fase politica? Se Yanukovych torna al potere tornerete in piazza?
Yanukovych deve andare in galera, non al governo. E’ stato lui, assieme a Kuchma, a truccare le elezioni del 2004. E di questo dovrebbe rispondere davanti a un tribunale. Dovrebbe essere espulso dalla politica di questo paese. Altro che diventare premier! Quello sì che sarebbe la confitta della rivoluzione arancione! Non lo possiamo permettere e, certamente, torneremo in piazza per impedirlo. Lo scenario di una Grande Coalizione blu-arancione (il blu è il colore del partito filo-russo di Yanukovych, n.d.r.) con Yanukovych primo ministro e Yushenko presidente sarebbe una sciagura per il paese, perché la conflittualità tra le due parti immobilizzerebbe la vita politica del paese.
 
La rivoluzione di KievQuindi preferite che si torni alle urne? Non temete una sconfitta definitiva della coalizione arancione?
Noi non crediamo nei sondaggi che danno il 37 per cento al Partito delle Regioni: è tutta propaganda russa. Solo quattro mesi fa aveva il 32 per cento, contro il 36 dei due partiti arancioni. La situazione non può essere cambiata così tanto. L’unico problema vero è rappresentato dai traditori socialisti di Moroz, che si sono venduti ai nemici della democrazia passando con Yanukovych e i comunisti e portando loro in dote un 5-6 per cento di voti che potrebbero fare la differenza, l’ago della bilancia.
 
Quali sono secondo Porà, oggi, le urgenze che un nuovo governo dovrebbe affrontare?
La prima è la trasparenza politica, senza la quale nessun serio avanzamento democratico è possibile.
La seconda è il rafforzamento della libertà di stampa, essenziale per la maturazione della coscienza democratica della nostra società.
E la terza è l’ingresso dell’Ucraina in Europa e nella Nato, indispensabili per lo sviluppo e la sicurezza del nostro paese, come ha dimostrato la guerra del gas dello scorso inverno.
Risolti questi tre problemi, tutti gli altri andranno a posto di conseguenza.
Ma ora bisogna lasciar perdere per un momento il futuro e concentrarci sul presente per evitare di non tornare nel passato.

Enrico Piovesana

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