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Un milione di volti. Invece, l'incontro si è trascinato fino all'ultimo giorno senza alcun accordo,
e al documento, inizialmente sostenuto da 116 Paesi, si sono opposti strenuamente,
e già dalle prime battute dei lavori, una manciata di governi, tra i quali Usa,
Russia, Cuba, India, Iran e Pakistan. Amnesty International, Oxfam International
e Iansa (Rete contro le armi di piccolo calibro), promotori della campagna 'ControlArmlas',
non hanno nascosto il loro sconcerto per l'esito della Conferenza, accusando alcuni
Stati di "tenere in ostaggio tutti gli altri e far deragliare qualsiasi piano
teso a portare un miglioramento in questa crisi globale", come ha riferito Rebecca
Peters dell'Iansa. La campagna, corroborata dalla foto-petizione 'Un milione di
volti', aveva già conseguito il sostegno della maggioranza dei governi ancor prima
di essere presentata nelle mani di Kofi Annan all'apertura della Conferenza. Il
latore della petizione, Julius Arile, milionesimo firmatario, aveva detto queste
parole, nel consegnare la petizione al Segretario Generale delle Nazioni Unite:
"Vengo dal Kenya del nord, e a causa della violenza armata ho perso mio fratello
e molti amici. Sono amareggiato perché il mondo non fa nulla per aiutare me e
milioni di persone come me". In tutta risposta, la 'National Rifle Association',
lobby Usa che 'difende' i diritti dei portatori d'arma da fuoco, aveva inondato
le Nazioni Unite con una contro-petizione di 100 mila lettere, nella quale chiedeva
la sospensione della stessa Conferenza.
Fatturato miliardario. Mille persone muoiono ogni giorno a causa di 640 milioni di armi portatili,
una ogni 10 abitanti. Le armi leggere variano dalla pistola, al fucile, alla granata,
al mortaio e ai razzi antimissile portatili. Otto milioni di armi leggere vengono
prodotte annualmente, per un valore di 4 miliardi di dollari, dei quali più di
un miliardo è illegale. L'Italia è il secondo produttore mondiale di armi leggere,
dopo gli Stati Uniti. Secondo un rapporto dell'Istituto internazionale 'Archivio
Disarmo', il nostro Paese ha aumentato del 22.6% il fatturato 2004-2005 rispetto
al biennio precedente. I trasferimenti hanno raggiunto la cifra di 410 milioni
di euro. Un quinto delle esportazioni ha raggiunto teatri di guerra, Paesi accusati
da Onu e Ue di violazione dei diritti umani o Paesi sottoposti a embargo. In Colombia
sono 'piovuti' dal 2001 al 2005 quasi 1 milione e 600 mila euro di armi da fuoco
e munizioni. Nello stesso periodo, il Congo Brazzaville ne ha ricevuti 6 milioni
e 500 mila euro. In Colombia migliaia di persone muoiono a causa di un ventennale
conflitto tra paramilitari e forze di sicurezza da un lato e milizie 'rivoluzionarie'
dall'altro. Il piccolo stato del Congo Brazzaville si trova invece in un crocevia
di conflitti nella regione dei Grandi Laghi, e vi è il fondato dubbio che da lì
le armi possano transitare verso altre destinazioni, come l'Angola, la Repubblica
Democratica del Congo o la Repubblica Centrafricana.
Sanzioni inapplicabili. Spesso, infatti, il commercio si avvale di Paesi terzi come intermediari, e
la transazione ha luogo in un territorio dove le armi non entreranno mai. Parte
di questa situazione è imputabile alle carenze della normativa italiana. La legge
185/1990 fissa precisi criteri e divieti per l'esportazione di armi militari.
Le armi leggere a uso civile – pistole, revolver, fucili, carabine e munizioni
– ricadono invece sotto la Legge 110 del 1975, che è a sua volta un aggiornamento
del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931. Per garantire la riservatezza
commerciale delle imprese si preferisce ignorare che spesso i terminali delle
transazioni sono dittatori, Paesi sottoposti a embargo o afflitti da guerre e
povertà. In assenza di un Trattato con principi condivisi, anche nella legislazione
italiana sui trasferimenti d'armi si aprono lacune enormi, che rendono difficile,
e talvolta impossibile, punire i mediatori e i trafficanti internazionali.