18/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto dell'evacuazione, e il timore che il Libano abbia perso un pezzo di futuro
 “Abbiamo lasciato il libano il giorno 14, all’alba. La situazione era già brutta e si aveva la sensazione che le operazioni militari, già in corso, avessero l’obiettivo di chiudere il paese, isolarlo e creare all’interno un clima di terrore che spingesse gli Hezbollah a interrompere i lanci di razzi verso Israele. Il problema è che per fare questo si è messo in ginocchio un paese di tre milioni di persone. Siamo in contatto telefonico con i nostri colleghi rimasti in Libano, ci dicono di essere terrorizzati, non si può uscire per strada per il rischio di capitare in zone sotto bombardamento”. Chi parla è Emilio Maiandi, un cooperante italiano per l’Avsi, evacuato dal Libano pochi giorni fa.
 
Donna con bambino durante l'evacuazioneQuando avete deciso di lasciare il Paese?
“Abbiamo deciso di partire giovedì notte, dopo un bombardamento molto intenso su Beirut, cui ho assistito dalla finestra di casa mia. Abito nella cittadina di Juniye, a 20 km della capitale, sulla costa. Si vedevano i caccia israeliani, i bombardamenti e le luci della contraerea libanese. Abbiamo aspettato che il sole sorgesse perché ritenevamo che all’alba i bombardamenti fossero meno probabili, poi siamo partiti. Per lasciare il paese abbiamo dovuto seguire un percorso un po’ tortuoso. Mi sono mosso solo dopo aver telefonato a diversi conoscenti lungo la strada, che ci hanno permesso di sapere quali vie fossero percorribili. Abbiamo preso la strada per Beirut, poi ci siamo diretti verso Zahle, nella valle della Bekaa, e di lì verso la Siria. La via principale verso Damasco era interrotta, ma diverse altre stradine erano integre. Nei giorni seguenti la valle della Bekaa è stata pesantemente colpita”.
 
Perché proprio la valle della Bekaa?
“Perché in quelle zone c’è un’alta concentrazione di Hezbollah, ma non solo, dalla Bekaa partono tutte le strade di collegamento con la Siria. È una zona piena di stradine, molte delle quali sono note ai soli contrabbandieri. Se Israele intende chiudere davvero tutte le vie di accesso alla Siria, ha ancora molto lavoro da fare. Lo scopo comunque, lo ripeto, mi pare sia quello di isolare il paese e metterlo in ginocchio. I bombardamenti non mirano a fare vittime civili, anche se ce ne sono state molte.”
 
Il presidente libanese Emile Lahoud sul luogo di un bombardamento a BeirutQual è il maggior problema per chi resta?
“Il problema è soprattutto in prospettiva. È che questa escalation improvvisa rischia di distruggere quello che si è costruito a fatica in tanti anni. Parlo del nostro lavoro come Avsi, ma anche di quanto fatto dagli altri cooperanti. La distruzione non riguarda solo cose materiali, ma prima di tutto la fiducia delle persone. Dopo quindici anni senza guerra, la gente iniziava a credere nella possibilità di avere una vita normale. Le cose materiali si possono ricostruire, ma le persone non è possibile. Per esempio la vena di imprenditorialità che si iniziava a registrare nei giovani potrebbe essere perduta.”
 
Questo conflitto viene sentito come qualcosa di accaduto dall’esterno?
“Sì, come sempre. È l’ennesima dimostrazione che il Libano è teatro di guerre decise e finanziate da altri, ma che, guarda caso, vengono combattute lì. Questa cosa i libanesi la soffrono, perché nessuno vuole la guerra”.
 
Area in periferia di Beirut, incendiata dopo i bombardamentiMa si può parlare di un sentire del popolo libanese o bisogna distinguere tra i vari gruppi e le confessioni che lo compongono?
Il quadro è molto variegato, ci sono diciassette confessioni diverse, che hanno anche differenti concezioni dello stato, questa è da un lato una ricchezza, ma è una debolezza se, per esempio, significa non avere potere sul sud del paese, dove ci sono un governo e un esercito a parte. Ma anche gli abitanti del sud, anche quelli che hanno votato per Hezbollah, vogliono la pace. La gente in libano iniziava ad abituarsi all’idea che le cose si potessero risolvere in maniera normale, diplomatica. La guerra distrugge questo tipo di spirito”.
 
E terminati i bombardamenti che cosa ti aspetti?
“Che tutti quelli che possono, lascino il Paese. Sarà dura convincerli nuovamente che in Libano si può vivere e costruire normalmente, quando sono bastati tre giorni per distruggere tutto. Hanno colpito ponti, strade e alcune piccole centrali elettriche. Ma non le principali. La gente a Beirut racconta che adesso c’è elettricità dodici ore al giorno. Ma il blocco navale impedisce di arrivare i rifornimenti di gasolio, dunque la situazione potrebbe aggravarsi se l’assedio continuasse”. 

Naoki Tomasini

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