Il racconto dell'evacuazione, e il timore che il Libano abbia perso un pezzo di futuro
“Abbiamo lasciato il
libano il giorno 14, all’alba. La situazione era già brutta e si aveva
la
sensazione che le operazioni militari, già in corso, avessero
l’obiettivo di
chiudere il paese, isolarlo e creare all’interno un clima di terrore
che
spingesse gli Hezbollah a interrompere i lanci di razzi verso Israele.
Il
problema è che per fare questo si è messo in ginocchio un paese di tre
milioni
di persone. Siamo in contatto telefonico con i nostri colleghi rimasti
in Libano, ci dicono di essere terrorizzati, non si può uscire per
strada per il
rischio di capitare in zone sotto bombardamento”. Chi parla è Emilio
Maiandi,
un cooperante italiano per l’
Avsi, evacuato dal Libano pochi giorni fa.
Quando avete deciso di lasciare il Paese?
“Abbiamo deciso di partire giovedì notte, dopo un
bombardamento molto intenso su Beirut, cui ho assistito dalla finestra di casa
mia. Abito nella cittadina di Juniye, a 20 km della capitale, sulla costa. Si
vedevano i caccia israeliani, i bombardamenti e le luci della contraerea
libanese. Abbiamo aspettato che il sole sorgesse perché ritenevamo che all’alba
i bombardamenti fossero meno probabili, poi siamo partiti. Per lasciare il
paese abbiamo dovuto seguire un percorso un po’ tortuoso. Mi sono mosso solo
dopo aver telefonato a diversi conoscenti lungo la strada, che ci hanno
permesso di sapere quali vie fossero percorribili. Abbiamo preso la strada per
Beirut, poi ci siamo diretti verso Zahle, nella valle della Bekaa, e di lì
verso la Siria. La via principale verso Damasco era interrotta, ma diverse
altre stradine erano integre. Nei giorni seguenti la valle della Bekaa è stata
pesantemente colpita”.
Perché proprio la valle della Bekaa?
“Perché in quelle zone c’è un’alta concentrazione di
Hezbollah, ma non solo, dalla Bekaa partono tutte le strade di collegamento con
la Siria. È una zona piena di stradine, molte delle quali sono note ai soli
contrabbandieri. Se Israele intende chiudere davvero tutte le vie di accesso
alla Siria, ha ancora molto lavoro da fare. Lo scopo comunque, lo ripeto, mi
pare sia quello di isolare il paese e metterlo in ginocchio. I bombardamenti
non mirano a fare vittime civili, anche se ce ne sono state molte.”
Qual è il maggior problema per chi resta?
“Il problema è soprattutto in prospettiva. È che questa
escalation improvvisa rischia di distruggere quello che si è costruito a fatica
in tanti anni. Parlo del nostro lavoro come Avsi, ma anche di quanto fatto
dagli altri cooperanti. La distruzione non riguarda solo cose materiali, ma
prima di tutto la fiducia delle persone. Dopo quindici anni senza guerra, la
gente iniziava a credere nella possibilità di avere una vita normale. Le cose
materiali si possono ricostruire, ma le persone non è possibile. Per esempio la
vena di imprenditorialità che si iniziava a registrare nei giovani potrebbe
essere perduta.”
Questo conflitto viene sentito come qualcosa di accaduto
dall’esterno?
“Sì, come sempre. È l’ennesima dimostrazione che il Libano è
teatro di guerre decise e finanziate da altri, ma che, guarda caso, vengono
combattute lì. Questa cosa i libanesi la soffrono, perché nessuno vuole la
guerra”.
Ma si può parlare di un sentire del popolo libanese o
bisogna distinguere tra i vari gruppi e le confessioni che lo compongono?
Il quadro è molto variegato, ci sono diciassette confessioni
diverse, che hanno anche differenti concezioni dello stato, questa è da un lato
una ricchezza, ma è una debolezza se, per esempio, significa non avere potere
sul sud del paese, dove ci sono un governo e un esercito a parte. Ma anche gli
abitanti del sud, anche quelli che hanno votato per Hezbollah, vogliono la
pace. La gente in libano iniziava ad abituarsi all’idea che le cose si
potessero risolvere in maniera normale, diplomatica. La guerra distrugge questo
tipo di spirito”.
E terminati i bombardamenti che cosa ti aspetti?
“Che tutti quelli che possono, lascino il Paese. Sarà dura convincerli
nuovamente che in Libano si può vivere e costruire normalmente, quando sono
bastati tre giorni per distruggere tutto. Hanno colpito ponti, strade e alcune
piccole centrali elettriche. Ma non le principali. La gente a Beirut racconta
che adesso c’è elettricità dodici ore al giorno. Ma il blocco navale impedisce
di
arrivare i rifornimenti di gasolio, dunque la situazione potrebbe aggravarsi se
l’assedio continuasse”.