La storia di un soldato Usa claustrofobico che tra speranze e paure aspetta la chiamata per l'Iraq
Scritto per noi da
Ben Sainsbury*
Aspettando la chiamata per l'Iraq, mi sento come le formiche che intrappolavo
da bambino: diretto alla tortura come un prigioniero di guerra

Quando ero piccolo, ognuno aveva un eroe. Il mio era il famoso artista delle
evasioni Harry Houdini. Volevo essere – avevo bisogno di essere – qualcuno che
potesse sempre trovare il modo di uscire da ogni situazione. Ogni giovedì pomeriggio
esco presto dal lavoro per evitare il traffico di Los Angeles. Sulla strada verso
casa controllo la mia posta da Mailboxes Etc. perché, con le truppe americane
ridotte al minimo, il Pentagono cerca soldati i cui contratti non siano ancora
scaduti per inviarli in Iraq. Sono canadese, ma sono anche un membro delle riserve
inattive pronte a partire in caso di emergenza. Quindi queste mie visite alle
poste settimanali mi mettono molto a disagio. Canticchio canzoni militari per
distrarmi dal pensiero di come sarebbe la vita se mi capitasse di ricevere la
"chiamata alle armi". Di tutte le cose più disastrose che mi potrebbero accadere
oltremare, niente mi terrorizza più del mio incubo di essere un prigioniero di
guerra americano intrappolato in una prigione come Abu Ghraib. Non sono neanche
lontanamente altrettanto spaventato dal pensiero di guidare sopra una mina, di
essere colpito con un’arma da fuoco o da una granata.
Sfuggire alla claustrofobia. Quando ho raggiunto l’esercito, mi è stato dato un tesserino della Convenzione
di Ginevra. Nel caso mi catturino, devo mostrare il tesserino che tutela i miei
diritti umani fondamentali. Ma avendo visto i video amatoriali dei prigionieri,
ripresi dai soldati americani, è chiaro che nessuno segue le regole e il tesserino
non ha alcun significato. Come vi stavo dicendo, ero mortalmente claustrofobico.
L'idea di essere imprigionato o bendato mi paralizzava. Da bambino tentavo ogni
rimedio casalingo per liberarmi di questa fobia di soffocamento. Mi infilavo strisciando
al contrario nel mio sacco a pelo, sotto la mia trapunta, sotto il letto per vedere
quanto tempo avrei impiegato ad uscire. Mentre tutti gli altri bambini giocavano
con le loro Hot Wheels nei mucchi di sabbia, io creavo elaborati labirinti pieni
di trappole mortali per le formiche. Prendevo le più grandi formiche Camponotus
che riuscivo a trovare e le gettavo nei miei labirinti per vedere quanto ci avrebbero
messo a fuggire. Se capitava una svolta sbagliata, finivano bruciate da una lente
da ingrandimento, o alla deriva su un pezzo di legno sul lago, o depositate in
una buca dove le facevo combattere contro altre formiche afferrandole per la testa
e facendo intrecciare le loro antenne. In inverno scavavo tombe nella neve e vi
gettavo dentro cani e bambini in tuta da sci e….penso che basti. Capite il punto.
Ora realizzo che questi sadici giochi d’infanzia erano un patetico tentativo di
vincere il terrore e l’impotenza che sentivo.
Il maestro delle illusioni. Ecco perché conosco ciò che ha spinto le giovani guardie americane a giocare
quel terribile gioco ad Abu Ghraib, in cui essi credevano che si dovesse essere
o vittima o carnefice, l'uno o l'altro, niente o tutto, io o le formiche. Quando
lessi la biografia di Houdini all’età di 10 anni, pensai di aver trovato il personaggio
perfetto. La sua abilità di liberarsi da tutto mi dava potere. Non dovevo più
giocare a fare Dio con le formiche per vincere il mio senso di impotenza. Le tecniche
di Houdini erano solo trucchi, ma pensavo che se ne avessi imparato alcuni avrei
potuto sfuggire al panico della mia fobia e guarire. Nel mio seminterrato, chiesi
a mio fratello ed al suo amico Tommy di usare una sedia, un sacco a pelo, una
canna per innaffiare ed una corda, per chiudermi dentro qualcosa da cui non avrei
potuto uscire. Mi fecero sedere sulla sedia, mi legarono le mani dietro la schiena,
infilarono il sacco a pelo sopra la mia testa e vi avvolsero intorno la canna
dell’acqua. Tommy calciò via la sedia, poi spensero la luce e se ne andarono.
Ero intrappolato! Vivevamo a quel tempo a PortoRico e avevamo da poco fatto isolare
il seminterrato contro gli uragani, quindi nessuno poteva sentire le mie grida.
Un’ora più tardi, mio padre venne nel seminterrato a cercare la sua cassetta portautensili
e mi liberò. Un altro fallimento. Il mio terrore mi perseguitò per tutta la scuola
superiore e dopo – cioè fino a quando entrai nell’Esercito.
"Quando torna il mio papà?". Alcuni mesi fa, la moglie e i bambini di un amico dell’Esercito che attualmente
si trova in Iraq sono venuti a stare da me per qualche settimana. La sua missione veniva
continuamente prolungata: all’inizio doveva tornare a casa per Natale, poi Pasqua,
poi forse per il compleanno di suo figlio Tyler. Non è ancora tornato a casa.
La moglie del mio amico, Sue, si è stufata di aspettare e ha portato i ragazzi
a Disneyland, ma è stato subito chiaro che la sua decisione di visitare Los Angeles
era stata presa principalmente perché i suoi maschietti potessero trascorrere
del tempo con un uomo, con qualcuno che potessero associare al loro padre. Alla
sera Sue mi chiedeva di rimboccare le coperte ai bambini. Si trattava di una missione
difficile. Una settimana prima che arrivassero avevo cancellato dal mio hard disk
un mucchio di foto che il loro papà mi aveva inviato. Sapevo che i bambini volevano
giocare con il mio computer e – Dio Santo! – non volevo che vedessero quello che
il loro papà faceva davvero in Iraq (mi aveva inviato via mail una sua foto in
cui fumava un sigaro cubano – avevano trovato la riserva privata di Saddam – con
un gran ghigno sulla faccia, la mitragliatrice in mano, in piedi vicino ad un
prigioniero iracheno incappucciato). Scesi le scale per raggiungere i suoi figli,
cercando di venir fuori con qualche idea per dare un tono positivo al mondo del
loro papà assente. I ragazzi, uno di sette ed uno di quindici anni, studiavano
ogni mia singola mossa. “Perché mio padre è là e tu no?” “Quando torna il mio
papà?” “Morirà?” Prima uscivo con la reginetta della scuola superiore. Ora esco
con
la mia M-16.