19/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ritorno del predicatore sciita e dei suoi uomini, in una scia di sangue
Sono 59 le vittime dell’esplosione di un’autobomba nel centro della cittadina sciita di Kufa, circa 170 chilometri a sud di Baghdad, avvenuta ieri mattina. Un'auto guidata da un attentatore suicida si è avvicinata a grande velocità a un gruppo di disoccupati che si recavano nella piazza principale della città in attesa di un ingaggio giornaliero.
 
donne sciite a un funerale a kufaEccidi contrapposti. Il kamikaze ha usato la tecnica più cinica, secondo le prime testimonianze, attirando il massimo numero di operai con allettanti proposte di lavoro e facendosi esplodere quando ha ritenuto di poter commettere una strage abbastanza grande, aiutato anche dal fatto che la piazza si trova in prossimità di una delle principali moschee sciite della città. La strage di ieri segue di un giorno quella del mercato di Mahmoudiya, 30 chilometri a sud di Baghad, dove hanno perso la vita 48 persone a causa dell’attacco coordinato di due autobomba, seguite da colpi di mortaio sulla folla in fuga dopo l’esplosione, mentre sei auto piene di uomini armati e mascherati chiudevano la folla in trappola, bloccando le vie di fuga dalla piazza e aprendo il fuoco su donne e bambini. L’obiettivo della strage sono stati i civili sciiti. Un’impennata di violenza che, pur nel quadro disastroso dell’Iraq, sembra essere una vendetta in grande stile per l’eccidio del 9 luglio scorso, quando milizie sciite hanno messo a ferro e fuoco il quartiere sunnita Jihad di Baghdad. Almeno 42 persone sono state massacrate e ha impressionato la forza organizzativa dell’attacco, con i miliziani che a volto coperto sono entrati nel quartiere compatti. Dopo aver creato dei check-point improvvisati, uccidevano tutti coloro che avevano la carta d’identità sunnita. Sono andati avanti per ore, lasciando morire le persone in mezzo alla strada.
“Il governo è rimasto con le braccia conserte, non ha mosso un dito”, ha commentato l’imam sunnita Abdel Samad al-Obeidi, “lo sanno tutti che sono stati gli uomini dell’esercito del Mahdi, gli uomini di Moqtada al-Sadr”.
 
un miliziano avanza a baghdad con il ritratto di moqtada al-sadrUn leader a due facce. Il problema è proprio questo: il controllo dei miliziani del fanatico predicatore sciita che, dopo aver messo in piedi un esercito personale e aver dato battaglia due anni fa per il controllo di Najaf, sembrava ormai inserito nel gioco politico iracheno. Ma evidentemente non è andata così e, mentre a Baghdad la lotta intestina tra sunniti e sciiti è combattuta casa per casa, l’attentato a Kufa, in pieno territorio sciita, è il segnale di una reazione dei sunniti che non fa presagire nulla di buono. La violenza quotidiana, in particolare in città miste come Baghdad, è fuori controllo anche perché i militari della Coalizione si muovono solo per intervenire in aiuto dei militari iracheni o per missioni specifiche. Il reale controllo delle strade è nelle mani delle milizie, e quella del Mahdi è la più sanguinaria. Il piano di riconciliazione nazionale lanciato il 31 maggio scorso dal premier iracheno Nuri al-Maliki è naufragato nelle violenze settarie sempre più drammatiche, mentre il piano di sicurezza speciale per Baghdad si è risolto in una mera operazione di propaganda. Il 9 luglio scorso, il leader radicale sciita Moqtada al-Sadr ha chiesto alle forze politiche e religiose dell'Iraq di sedersi attorno a un tavolo "per far fronte al complotto occidentale che mira a far sprofondare il paese in una guerra civile e interconfessionale, prendendosi le loro responsabilità davanti a Dio e alla società e per far cessare le stragi quotidiane''. Moqtada ha chiesto ai deputati del Parlamento iracheno di prendere coscienza della natura della discordia e di fare il loro dovere. Ma il suo appello è apparso più che altro un messaggio al governo iracheno che, se vuole la pace, deve trattare con lui. Resta da capire se Moqtada ha ancora quel controllo che millanta sulle sue milizie. Al-Maliki, quando ha presentato il piano di riconciliazione, ha dichiarato in Parlamento:“Si tratta dell’ultima opportunità per riconciliarci. Se falliremo Dio sa quale sarà il destino dell’Iraq”. Dopo i massacri degli ultimi giorni resta solo da sperare che il premier si sbagliasse. 

Christian Elia

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