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Eccidi contrapposti.
Il kamikaze ha usato la tecnica più cinica, secondo le prime
testimonianze, attirando il massimo numero di operai con allettanti
proposte di
lavoro e facendosi esplodere quando ha ritenuto di poter commettere una
strage abbastanza grande, aiutato anche dal fatto che la piazza si
trova in
prossimità di una delle principali moschee sciite della città. La
strage di ieri
segue di un giorno quella del mercato di Mahmoudiya, 30
chilometri a sud di Baghad, dove hanno perso la vita 48 persone a causa
dell’attacco coordinato di due autobomba, seguite da colpi di mortaio
sulla
folla in fuga dopo l’esplosione, mentre sei auto piene di uomini armati
e
mascherati chiudevano la folla in trappola, bloccando le vie di fuga
dalla piazza
e aprendo il fuoco su donne e bambini. L’obiettivo
della
strage sono stati i civili sciiti. Un’impennata di violenza che, pur
nel quadro
disastroso dell’Iraq, sembra essere una vendetta in grande stile per
l’eccidio
del 9 luglio scorso, quando milizie sciite hanno messo a ferro e fuoco
il quartiere sunnita Jihad di Baghdad. Almeno 42 persone sono state
massacrate
e ha impressionato la forza organizzativa
dell’attacco, con i miliziani che a volto coperto sono entrati nel
quartiere compatti. Dopo aver
creato dei check-point improvvisati, uccidevano tutti coloro che avevano la carta
d’identità
sunnita. Sono
andati avanti per ore, lasciando morire le persone in mezzo alla strada.
Un leader a due facce. Il problema è proprio questo: il controllo dei miliziani del
fanatico predicatore sciita che, dopo aver messo in piedi un esercito personale
e aver dato battaglia due anni fa per il controllo di Najaf, sembrava ormai
inserito nel gioco politico iracheno. Ma evidentemente non è andata così e,
mentre a Baghdad la lotta intestina tra sunniti e sciiti è combattuta casa per
casa, l’attentato a Kufa, in pieno territorio sciita, è il segnale di una
reazione dei sunniti che non fa presagire nulla di buono. La violenza quotidiana,
in particolare in città miste come Baghdad, è
fuori controllo anche perché i militari della Coalizione si muovono solo per
intervenire in aiuto dei militari iracheni o per missioni specifiche. Il reale
controllo delle strade è nelle mani delle milizie, e quella del
Mahdi è la più sanguinaria. Il piano di riconciliazione nazionale lanciato il
31
maggio scorso dal premier iracheno Nuri al-Maliki è naufragato nelle violenze
settarie sempre più drammatiche, mentre il piano di sicurezza speciale per Baghdad
si
è risolto in una mera operazione di propaganda.
Il 9 luglio scorso, il leader radicale sciita Moqtada al-Sadr ha chiesto alle
forze politiche e religiose dell'Iraq di sedersi attorno a un tavolo "per
far fronte al complotto occidentale che mira a far sprofondare il paese in una
guerra civile e interconfessionale, prendendosi le loro responsabilità davanti
a Dio e alla società e per far cessare le stragi quotidiane''. Moqtada ha chiesto
ai deputati del Parlamento iracheno di prendere coscienza della natura della
discordia e di fare il loro dovere. Ma il suo appello è apparso
più che altro un messaggio al governo iracheno che, se vuole la pace, deve
trattare con lui. Resta da capire se Moqtada ha ancora quel controllo che
millanta sulle sue milizie. Al-Maliki, quando ha presentato il piano di
riconciliazione, ha dichiarato in Parlamento:“Si tratta dell’ultima opportunità
per riconciliarci. Se falliremo Dio sa quale sarà il destino dell’Iraq”. Dopo
i
massacri degli ultimi giorni resta solo da sperare che il premier si sbagliasse. Christian Elia