Associazioni di consumatori in allarme: ricerca farmaceutica 'corrotta' da profitto e marketing
Scritto per noi da
Roberto Satolli*
Mettere un marchio alla cura? Non è facile tradurre il titolo di 'Branding the
Cure', un rapporto di 50 pagine con cui la federazione mondiale delle associazioni
di consumatori Consumer International (CI) ha chiesto ai governi europei di intervenire,
perché l'industria farmaceutica sta mettendo a rischio la salute del pubblico.
Una pessima fama. Il documento si concentra sulle strategie di promozione delle 20 maggiori aziende
del settore ed è pieno di esempi agghiaccianti: dall'occultamento deliberato di
decessi provocati da farmaci in commercio sino alla corruzione di medici. Secondo
Richard Lloyd, direttore di CI, è soprattutto una questione di trasparenza: “L'industria
spende in marketing 60 miliardi di dollari l'anno, il doppio di quanto investe
in ricerca, ma non sappiamo quasi nulla di come vengono usati questi soldi”. I
consumatori non sono gli unici a preoccuparsi. Un anno fa il Parlamento britannico
ha pubblicato il rapporto “L'influenza dell'industria farmaceutica” nel quale
si conclude che “l'industria ha oggi una pessima fama, ed è una disgrazia per
una istituzione della quale ci si dovrebbe poter fidare. Ci dovranno essere grandi
cambiamenti”. Sullo stesso tono il documento di Trasparency International, che
ha dedicato nel 2006 il suo rapporto annuale sulla corruzione globale al settore
della salute: il capitolo dedicato alla “Influenza corrutrice del denaro in medicina”
è in sintonia con tutto quanto precede.
La punta di un iceberg. Indubbiamente ciò che ha dato il via a questi allarmi è stato il ripetersi di
incidenti, più o meno drammatici, che hanno aperto anche nell’opinione pubblica
il varco del dubbio. Il caso della cerivastatina, ritirata dal commercio nel 2003,
è solo uno di quelli che hanno attraversato le cronache: rimedi contro la depressione
abusati e capaci di indurre al suicidio, pillole per dimagrire che danneggiano
le valvole del cuore, ormoni per la menopausa che anziché essere elisir di giovinezza
guastano la salute, superaspirine contro l’artrosi che provocano l’infarto e via
elencando. Eppure, nonostante la drammaticità delle denunce, siamo ancora lontani
dal comprendere sino in fondo la vastità e la profondità della crisi che la medicina
e la sanità stanno affrontando. Forse il difetto di chiarezza sta nel fatto che
ci si è sinora concentrati solo sui produttori di farmaci, e magari su singoli
aspetti di questo mondo complesso, come per esempio la sottomissione della ricerca
alla logica del profitto, l’invadenza del marketing, la debolezza delle agenzie
regolatorie, l’impreparazione dei comitati etici e così via. Manca ancora la piena
consapevolezza che le compagnie farmaceutiche, per quanto colossali e ingombranti,
sono solo la punta più visibile e avanzata di un nuovo settore economico in piena
espansione che è stato definito “complesso medico-industriale”.
Interessi solidali. La salute, oltre a possedere l’intrinseco valore individuale e collettivo che
tutti le riconoscono, rappresenta ormai la ragione d'essere per uno dei più floridi
e proficui mercati dei paesi ricchi: le sue dimensioni rappresentano circa il
10% del prodotto interno lordo in Europa, e raggiungono il 15% negli Stati Uniti.
Questo fatto, evidente ma sempre taciuto come un tabù, influenza il modo in cui
la medicina si sta evolvendo alla ricerca di sempre nuovi mercati. Tutti gli attori
in gioco hanno di fatto interessi solidali: gli specialisti, che possono aumentare
i pazienti e di conseguenza il reddito, la reputazione o il potere; gli amministratori
dei centri di diagnosi o di cura, che reclutano un maggior numero di assistiti
e fatturano un maggior volume di prestazioni; i produttori di apparecchiature
diagnostiche e di test; quelli che forniscono oggetti di consumo o protesi; non
ultime, le case farmaceutiche, che sono il vero motore di tutta la catena. Le
forme più o meno spontanee di alleanza all'interno dell'industria della salute,
al di là delle rivalità tra concorrenti, derivano dalla comune necessità di reclutare
sempre più clienti e di far loro consumare sempre più prodotti e servizi. Come
è inevitabile, dal momento che la condizione irrinunciabile per qualsiasi sistema
industriale è l'espansione continua del proprio mercato: se non si cresce si muore.
Spesa sanitaria in continua crescita. Il meccanismo è semplice. Per assicurare una continua crescita occorre ridefinire
continuamente i confini tra salute e malattia e abbassare le soglie di intervento
sui fattori di rischio (per esempio della pressione, del colesterolo o degli zuccheri
nel sangue), in modo da allargare il dominio sui cui si esercita l'azione della
medicina. Questo è il primo passo. Perché il mercato potenziale si trasformi poi
in fatturato reale occorre anche condurre grandi campagne di sensibilizzazione,
sulle malattie e sui fattori di rischio, con l'obiettivo di rendere consapevoli
i cittadini della necessità di curarsi anche se si sentono in buona salute. In
alcuni casi una maggior attenzione può essere un bene, in altri uno spreco o addirittura
un male. Ma non è questo il punto, dal momento che gli strateghi di potenti interessi
economici spingono comunque nel senso della medicalizzazione, “a prescindere”,
come diceva Totò, dalla sua opportunità in termini di salute. D’altra parte la
crescita incontrollabile della spesa sanitaria è solo l'altra faccia della medaglia
di un aumento del fatturato e di un'espansione del mercato per l'industria della
salute, che rappresenta ormai una quota determinante del PIL di tutti i paesi
occidentali. Se la medicalizzazione venisse efficacemente frenata questo settore
trainante entrerebbe in crisi e saremmo tutti più poveri, oltre che peggio curati.
Non bisogna infatti buttare via il bambino con l’acqua sporca: la medicina contemporanea
ha prodotto miracoli come i trapianti, le protesi d’anca, le lenti oculari e le
cure per la leucemia, solo per citarne alcuni fra i più vistosi.
Difendersi dalla medicina 'industriale'. Anche per questi motivi, la resistenza alla medicalizzazione da parte della
società, e della politica che la rappresenta, è sinora debole. Però i rapporti
da cui abbiamo preso le mosse sono forse il primo segnale di un malessere che
si sta diffondendo tra il pubblico e gli operatori. Un ruolo critico ben diverso
potrebbe essere svolto dai media e dalle associazioni di cittadini e di pazienti,
qualora non fossero succubi culturalmente e materialmente rispetto agli interessi
dell'industria, come sempre più spesso accade; per ricordare un esempio positivo,
basti pensare a organizzazioni di consumatori come l'americana Public Citizen
e alla informazione che produce a proposito di farmaci (
www.citizen.org). Purtroppo, pur essendoci la possibilità che anche in Italia alcune associazioni
indipendenti si evolvano verso una maggior incisività anche nel campo della salute,
si deve prevedere che questo tipo di informazione sia destinata nel prossimo futuro
a restare minoritaria rispetto a quella prodotta o influenzata dall'industria
(si veda però il sito italiano Partecipasalute:
www.partecipasalute.it). In questo caso anche la fioritura dei documenti critici sulla medicina industriale
sarebbe destinata a restare una breve primavera isolata di consapevolezza.