17/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giornalista israeliano racconta la paura ad Haifa
“La preoccupazione per il nostro destino non e' quello che più ci può aiutare. Ci può aiutare di più spiegare i sentimenti e la logica degli Israeliani, spiegare le nostre ragioni”. Risponde così dall'Israele Dan Rabà, giornalista e collaboratore del quotidiano Europa, alla domanda su come vadano le cose.
 
Paura e stanchezza. Dan e la sua famiglia vivono nei pressi di Haifa. Ieri, sotto il fuoco dei razzi sparati da Hizbollah, sono morte 9 persone. “Questa guerra e' stata una sorpresa per la maggioranza degli Israeliani. E' cominciata senza una causa particolare. Io non abito in Galilea, ma sono nato nel kibbutz Bar’am e sono vissuto per 12 anni nel kibbutz Sasa. Si trovano entrambi al confine con il Libano e sono stati colpiti. Nel 1995 mi sono trasferito a Haifa, dove mia moglie lavora nell'ospedale Rambam, poi però ci siamo trasferiti ancora in un paese di campagna Beniamina, 20 chilometri più a sud. Noi siamo per ora un poco più tranquilli, ma mia moglie ogni giorno torna a lavorare nel centro della tensione. E muore di paura e di stanchezza. Si deve occupare di tutti i feriti più gravi perché è un’anestesista. La vedo pochissimo!”.
 
la stazione di haifa colpita da un razzoDisillusione. L’ansia che genera trovarsi in guerra, da un giorno all’altro, non divide però il fronte interno dell’opinione pubblica israeliana. “In Israele c’e' consenso attorno all’idea che noi abbiamo ragione e dobbiamo annientare Nasrallah, l’opinione pubblica ritiene che sia stato uno sbaglio lasciarlo tranquillo sei anni e non distruggerlo prima”, commenta Dan, che allarga il discorso anche ai paesi limitrofi, sostenendo che “tutti sanno che l'armamento di Hizbollah proviene dall'Iran: 11mila bombe made in Teheran, che arrivano a destinazione tramite l'aeroporto di Damasco. Siria complice, Iran mandante. Israele ha paura di attaccare la Siria e da tempo vuole distruggere il reattore nucleare iraniano. Per fare questo ci vuole il consenso statunitense e ingenti capitali Usa, perché la guerra costa. C'e' implicito il rischio di un conflitto mondiale”. Per adesso l’allargamento del conflitto resta solo una minaccia, ma la situazione potrebbe deteriorarsi. Quella che è già deteriorata è la fiducia della gente comune nella pace. “Quando sono venuto in Israele pensavo che si potesse parlare con gli arabi e vivere in pace. Sono convinto che questo e' il desiderio dei popoli, ma non l'interesse dei petrolieri e delle altre cellule di potere arabe” commenta il giornalista. “Mi e' difficile accettare la guerra, ma non so cosa altro si può proporre. La gente è impaurita ed è rinchiusa nei rifugi. Se si pensa che il segretario del partito Havodà, il massimo rappresentante della sinistra israeliana, e' il ministro della Difesa, forse si può capire come sia stato tirato in guerra a forza. Temo che questa guerra durerà alcune settimane, e che ci saranno ancora molte cose da raccontare”, conclude Dan. 

Christian Elia

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