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Paura e stanchezza. Dan e la sua famiglia vivono nei pressi di Haifa. Ieri,
sotto il fuoco dei razzi sparati da Hizbollah, sono morte 9 persone. “Questa
guerra e' stata una sorpresa per la maggioranza degli Israeliani. E' cominciata
senza una causa particolare. Io non abito in Galilea, ma sono nato nel kibbutz
Bar’am e sono vissuto per 12 anni nel kibbutz Sasa. Si trovano entrambi al confine
con il
Libano e sono stati colpiti. Nel 1995 mi sono trasferito a Haifa, dove mia
moglie lavora nell'ospedale Rambam, poi però ci siamo trasferiti ancora in un
paese di campagna Beniamina, 20 chilometri più a sud. Noi siamo per ora un poco
più tranquilli, ma mia moglie ogni giorno torna a lavorare nel centro della
tensione. E muore di paura e di stanchezza. Si deve occupare di tutti i feriti
più gravi perché è un’anestesista. La vedo pochissimo!”.
Disillusione. L’ansia che genera
trovarsi in guerra, da un giorno all’altro, non divide però il fronte interno
dell’opinione pubblica israeliana. “In Israele c’e' consenso attorno all’idea
che noi abbiamo ragione e
dobbiamo annientare Nasrallah, l’opinione pubblica ritiene che sia stato uno
sbaglio lasciarlo tranquillo sei anni e non distruggerlo prima”, commenta Dan,
che allarga il discorso anche ai paesi limitrofi, sostenendo che “tutti sanno
che l'armamento di Hizbollah proviene dall'Iran: 11mila bombe made in Teheran,
che arrivano a destinazione tramite l'aeroporto di Damasco. Siria complice,
Iran mandante. Israele ha paura di attaccare la Siria e da tempo vuole distruggere
il reattore nucleare iraniano. Per fare questo ci vuole il consenso
statunitense e ingenti capitali Usa, perché la guerra costa. C'e' implicito il
rischio di un conflitto mondiale”. Per adesso l’allargamento del conflitto
resta solo una minaccia, ma la situazione potrebbe deteriorarsi. Quella che è
già deteriorata è la fiducia della gente comune nella pace. “Quando sono venuto
in Israele pensavo che si potesse parlare con gli arabi e vivere in pace. Sono
convinto che questo e' il desiderio dei popoli, ma non l'interesse dei
petrolieri e delle altre cellule di potere arabe” commenta il giornalista. “Mi
e' difficile accettare la guerra, ma non so cosa altro si può proporre. La gente
è impaurita ed è rinchiusa nei rifugi. Se si pensa che il segretario del partito
Havodà, il massimo rappresentante della sinistra israeliana, e' il ministro
della Difesa, forse si può capire come sia stato tirato in guerra a forza. Temo
che questa guerra durerà alcune settimane, e che ci saranno ancora molte
cose da raccontare”, conclude Dan. Christian Elia