17/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra in Libano ha travolto anche gli stranieri
La guerra in Libano è arrivata come un fulmine a ciel sereno, sorprendendo i libanesi ma anche tanti stranieri che si trovavano nel paese dei cedri per i motivi più svariati: turismo, affari, cooperazione allo sviluppo. Ieri sono arrivati i gruppi d’italiani rimpatriati dal ministero degli Esteri che, tra mille difficoltà, sono riusciti ad arrivare a Roma e Milano.
 
All’improvviso la guerra. “Giovedì mattina un mio cliente mi ha chiamato per dirmi che l’aeroporto di Beirut era stato bombardato. Ho avuto la fortuna di intuire al volo che la situazione sarebbe potuta degenerare: sono scappato subito anticipando di un giorno la partenza. Ho preso un autobus per Damasco, e ho saputo che l’autostrada stessa era stata bombardata solo una volta arrivato al confine siriano”. A raccontare è Emanuele Pierucci, 30 anni, manager di una compagnia tessile italiana del bergamasco. Si trovava in Libano da martedì 11 luglio per motivi di lavoro: la sua prima volta in Medio Oriente. “Lì ho dovuto attendere 5 ore e mezza per passare perché nel frattempo si erano ammassate almeno 2,000 persone tra famiglie con bambini e valige e autobus turistici”, continua Emanuele, “sembrava un esodo: urla, spintoni...la scena di un film. Poi alla dogana mi hanno perso il passaporto e ho dovuto attendere un’ora anche per quello”. “E’una esperienza strana: da una parte diventi egoista perché in quel momento hai il pensiero fisso di metterti in salvo, dall’altra ti rendi conto che se puoi aiutare qualcuno lo fai: io avevo comunicato all’ambasciata che se avessi scelto di recarmi a Damasco in taxi avrei chiamato per far venir via con me chi ne avesse bisogno. L’alternativa era Beirut-Cipro via aliscafo in 6 ore ma ora sono bloccati anche quelli perché ci sono le navi israeliane nel porto”.
 
I cooperanti in fuga. La guerra ha travolto anche il mondo della cooperazione italiana in Libano. “I quartiere di Hamra questa notte è deserto, quel quartiere in cui di solito, quando vengo a Beirut per il fine settimana, è gremito di gente, locali, bar”, a parlare è Giulia Rivoli che collabora a progetti di sviluppo nel Libano meridionale, la zona di Hizbollah. Dopo qualche giorno di silenzio è riuscita con una mail a tranquillizzare tutte le persone in ansia per lei. “Deserto e silenzio in questo giorno di guerra, tra il rumore delle bombe e il silenzio irreale di chi aspetta un altro botto. Un’altra bomba sganciata dagli aerei – continua Giulia - sono in un hotel internazionale, nella gabbia dorata degli internazionali, la guerra (e la gente a subirla), fuori. Sto aspettando di essere rimpatriata, via Siria e poi Cipro, come gli altri italiani. Avevo detto no, poi mi hanno obbligata. Semplice. Ho scoperto che c’era un convoglio di macchine delle Nazioni Unite per i parenti dei loro dipendenti che devono lasciare il paese. Il comandante era italiano, e così ci ha infilato di nascosto nella missione. Non ho fatto in tempo a salutare nessuno. Caricata sul macchinone Onu e via. Un bomba ci ha sforati alla nostra partenza. La donna davanti a me si è fatta il segno della croce, mentre la macchina partiva in colonna con altre 8. Il rumore della bomba è sordo ma acuto, e in un attimo vedi una colonna di fumo denso che si alza, come un albero. E l’unica cosa che pensi, è che è mancato un soffio.
Abbiamo attraversato il Libano del sud ormai completamente isolato senza strade né infrastrutture: ho visto i crateri delle bombe, le strade sventrate, le case distrutte. La gente che ti guarda dalle macerie: tu puoi scappare, loro no. Nessuno per strada a parte qualche folle e i militari.
La strada che ho fatto tante volte per andare a Beirut non c’è più”. La paura si sovrappone al dolore e all’impotenza. Giulia racconta che “in questi giorni a Tiro ho visto la gente prepararsi al peggio. La musica e il casino che hanno sempre caratterizzato quel posto (soprattutto la mia zona), hanno lasciato posto a un silenzio irreale. La gente che riempiva le strade, in casa. Le spiagge deserte. Il buio e la paura, come un’attesa di qualcosa di orribile. I negozi aperti ormai erano pochissimi e le file per il pane e il cibo sempre più lunghe. Il “mio” suq (mercato) deserto come una città fantasma.
Adesso ho paura di quello che succederà, delle persone di cui non saprò più niente, degli incubi che mi sveglieranno ogni notte, al sicuro in Italia”. 

red

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