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All’improvviso la guerra. “Giovedì mattina un mio
cliente mi ha chiamato per dirmi che l’aeroporto di Beirut era stato
bombardato. Ho avuto la fortuna di intuire al volo che la situazione sarebbe
potuta degenerare: sono scappato subito anticipando di un giorno la partenza.
Ho preso un autobus per Damasco, e ho saputo che l’autostrada stessa era stata
bombardata solo una volta arrivato al confine siriano”. A raccontare è Emanuele
Pierucci, 30 anni, manager di una compagnia tessile italiana del bergamasco. Si
trovava in Libano da martedì 11 luglio per motivi di lavoro: la sua prima volta
in Medio Oriente. “Lì ho dovuto attendere 5 ore e mezza per passare perché nel
frattempo si erano ammassate almeno 2,000 persone tra famiglie con bambini e
valige e autobus turistici”, continua Emanuele, “sembrava un esodo: urla,
spintoni...la scena di un film. Poi alla dogana mi hanno perso il passaporto e
ho dovuto attendere un’ora anche per quello”. “E’una esperienza strana: da una
parte diventi egoista perché in quel momento hai il pensiero fisso di metterti
in salvo, dall’altra ti rendi conto che se puoi aiutare qualcuno lo fai: io
avevo comunicato all’ambasciata che se avessi scelto di recarmi a Damasco in
taxi avrei chiamato per far venir via con me chi ne avesse bisogno. L’alternativa
era Beirut-Cipro via aliscafo in 6 ore ma ora sono bloccati anche quelli perché
ci sono le navi israeliane nel porto”.
I cooperanti in fuga. La guerra ha travolto anche il
mondo della cooperazione italiana in Libano. “I quartiere di Hamra questa notte
è deserto, quel quartiere in cui di solito, quando vengo a Beirut per il fine
settimana, è gremito di gente, locali, bar”, a parlare è Giulia Rivoli che
collabora a progetti di sviluppo nel Libano meridionale, la zona di Hizbollah.
Dopo
qualche giorno di silenzio è riuscita con una mail a tranquillizzare tutte le
persone in ansia per lei. “Deserto e silenzio in questo giorno di guerra, tra
il rumore delle bombe e il silenzio irreale di chi aspetta un altro botto.
Un’altra bomba sganciata dagli aerei – continua Giulia - sono in un hotel
internazionale, nella gabbia dorata degli internazionali, la guerra (e la gente
a subirla), fuori. Sto aspettando di essere rimpatriata, via Siria e poi Cipro,
come gli altri italiani. Avevo detto no, poi mi hanno obbligata. Semplice. Ho
scoperto che c’era un convoglio di macchine delle Nazioni Unite per i parenti
dei loro dipendenti che devono lasciare il paese. Il comandante era italiano,
e
così ci ha infilato di nascosto nella missione. Non ho fatto in tempo a
salutare nessuno. Caricata sul macchinone Onu e via. Un bomba ci ha sforati
alla nostra partenza. La donna davanti a me si è fatta il segno della croce,
mentre la macchina partiva in colonna con altre 8. Il rumore della bomba è
sordo ma acuto, e in un attimo vedi una colonna di fumo denso che si alza, come
un albero. E l’unica cosa che pensi, è che è mancato un soffio.red