16 mila persone in fuga verso la Siria, mentre il presidente Assad è sempre più isolato
Abbiamo chiesto a Bassel Oudat, corrispondente da Damasco
per l’agenzia Adn Kronos, di commentare l’attuale crisi tra Libano e Israele dal
punto di vista di chi vive in Siria.
I bombardamenti israeliani sul sud del Libano
hanno messo in fuga migliaia di persone, tra cui anche molti turisti,
che si stanno riversando verso Damasco.
Sì è vero, sono circa 16mila i cittadini stranieri che hanno
lasciato il Libano negli ultimi tre giorni, la maggior parte di loro sta
cercando di raggiungere il territorio siriano. A Damasco gli albergatori dicono
che la stanze sono ormai tutte riservate, non si trova più un posto. Si calcola
che intorno al 75 percento degli sfollati in arrivo dal Libano non siano
libanesi, vengono dai paesi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati e Kuwait. Ci
sono anche alcuni europei e le famiglie dei diplomatici internazionali che
lavorano in Libano. Questa notte le forze israeliane hanno distrutto la strada
internazionale che collega Beirut a Damasco. Almeno venti chilometri del
percorso ora sono inagibili, le auto non possono passare, ma con l’aiuto degli
arabi del posto la gente continua a dirigersi verso la capitale siriana,
passando per stradine rurali.
Come ha reagito la gente di Damasco all’invasione?
Il governo siriano ha subito smentito le accuse degli Stati
Uniti e di Israele, il vice presidente Farouq al Share'e ha dichiarato che
quanto accaduto in Libano è un problema della resistenza libanese e che non c’è
alcuna connessione tra la Siria e quel che è successo ai confini tra Libano e
Israele. Ma gli opinionisti siriani sanno perfettamente che il governo siriano
ha pieno potere su Hezbollah in Libano. Le dichiarazioni di al Share'e sono
prive di significato. Alcuni diplomatici arabi ritengono che la Siria sia
coinvolta perché il regime teme il rapporto della commissione internazionale
sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, che verrà pubblicato entro
un paio di mesi. Secondo loro il regime spera di sfruttare la crisi cambiando
gli equilibri politici nella regione, e per fare ciò avrebbe spinto le azioni
dei loro alleati in Libano e nei Territori Palestinesi: Hezbollah e Hamas.
Quali effetti può avere questo attacco sul governo
libanese?
Alcuni leader politici libanesi, come Walid Jumblatt, Saad
Hariri e Marwan Hamadah, hanno rilasciato dichiarazioni in cui sostengono certi
paesi stranieri starebbero cercando di risolvere i propri problemi interni usando
il territorio libanese. Ieri, l’agenzia stampa saudita ha specificato che i
sauditi non appoggiano Hezbollah – che si sarebbe imbarcato in un’avventura mal
preparata – e hanno annunciato che anche gli altri paesi del Golfo adotteranno
la stessa posizione. Anche il presidente egiziano, Moubarak, ha affermato che
ci sono attori regionali che stanno cercando di minacciare la pace in Medio
Oriente. In altre parole, sembra che tutti gli altri stati arabi siano contro
la posizione – anche se implicita – della Siria.
Pensa ci sia il rischio di un attacco contro la Siria?
In generale i siriani sono molto spaventati dall’ipotesi che
l’attacco israeliano si espanda in Siria. In teoria vorrebbero sostenere le
cause dei libanesi e dei palestinesi, ma non sono disposti ad accettare che il
regime porti il Paese in guerra.
Pensa che le due crisi, in Libano e a Gaza, partite dalla
cattura di tre militari israeliani, possano avere sviluppi paralleli?
La maggior parte degli osservatori arabi considera collegati
i due scenari. Libano e Gaza, ma insieme a loro viene sempre citata
anche la
Siria. La ragione è lampante, i massimi leader di Hamas vivono in Siria
e hanno
un rapporto forte e saldo con il regime di Assad. Quando a Hezbollah, il
movimento
islamico viene considerato il braccio armato del regime siriano in
Libano. Il caporedattore di un'importante rivista libanese mi ha
appena detto che il sostegno a Hezbollah da parte dei libanesi è
minimo. Anche
molti dei loro sostenitori ora criticano le scelte del partito e
chiedono alle
autorità di togliere dalle loro mani le future decisioni che riguardano
l’intero paese. Presto o tardi comunque l’esercito israeliano fermerà
gli
attacchi e inizierà dei negoziati – almeno con i libanesi – ma prima ci
sono
degli obiettivi che vuole ottenere. Come a Gaza, oltre al recupero dei
soldati
fatti prigionieri Israele punta a creare una fascia di sicurezza -
priva di
miliziani di Hezbollah - che si estenderà una ventina di chilometri
entro il
confine.