scritto per noi da
Yael Artom
L’ultima escalation di
violenza in Medio Oriente è arrivata con una rapidità sorprendente. Molti in Israele
la imputano alla
personalità dei leader politici coinvolti e a una situazione esplosiva
abbandonata a sé stessa da troppo tempo.
Fantasmi del passato. La guerra in Libano è
stata un po’ il Vietnam israeliano: molte vittime per un obiettivo di cui si è
perso il senso. Il ritiro è stato accolto con gioia, ma anche con la sensazione
che sarebbe dovuto avvenire prima e che le vittime degli ultimi anni siano
state vittime inutili. Gli Hizbollah hanno festeggiato il ritiro come una
vittoria, e per anni ci sono stati
pochi incidenti al confine tra Libano e Israele. Quello che il movimento
di Hizbollah non ha calcolato è il problema della legittimità della sua
esistenza dopo il ritiro israeliano. Hizbollah ha un vero e proprio esercito,
motivato dalla loro guerriglia contro Israele nel Libano meridionale.
Appoggiato e finanziato dalla Siria, ha quasi un governo indipendente da quello
di Beirut, che controlla il sud del paese. L’omicidio Hariri ha però cambiato
le carte in tavola: lo choc e la rabbia dei libanesi si è trasformata in un
forte movimento anti-siriano. Hezbollah, da sempre filo-siriano, ha visto
mettere in dubbio la legittimità della sua esistenza e si sono sentite le prime
voci che esigevano un disarmo del loro esercito. Gli israeliani vedono lo stato
libanese debole, colpevole di non aver potuto o voluto affrontare il problema
per tempo. Dopo il ritiro israeliano del 2000, Hezbollah ha usato la relativa
calma al confine per riorganizzarsi e riarmarsi. Così Hezbollah, tradizionale
pedina della Siria per mettere pressione a Israele, ha trovato anche un nuovo
alleato nell’Iran estremista di Ahmadinejad. Hanno comprato armi da Siria e
Iran e, secondo molti osservatori, anche missili a lunga gittata che potrebbero
arrivare fino a Tel-Aviv.
Paura in città. Gli israeliani vedono gli avvenimenti degli ultimi giorni come un tentativo
di Hezbollah di sopravvivvere, di dare un nuovo senso e una legittimità alla
loro esistenza e al loro potere armato nel sud. Per quanto riguarda i leader israeliani, le opinioni sono più
divise, ma molti sono d’accordo che la politica israeliana è anche dettata
dalla difficile posizione di Olmert e Peretz. Entrambi hanno poca esperienza e
devono dimostrarsi in grado di gestire la situazione. Un leader come Sharon,
tradizionalmente ‘duro’ e di destra, poteva permettersi reazioni ‘morbide’
senza essere accusato di debolezza. Olmert e Peretz sono in una posizione
diametralmente opposta: devono provare la loro capacità di reagire con
efficacia a situazioni difficili. Gli israeliani vedono i loro incubi tornare
in vita. I ricordi dei morti in Libano e della sofferenza di una guerra troppo
lunga tornano a farsi vivi. La paura di una nuova guerra è visibile e la tensione
per le strade diventa sempre più palpabile. L’incubo dei missili, noto agli
israeliani dalla guerra del Golfo del 1991, sta ridiventando realtà. Persino a
Gerusalemme, lontana dal nord del paese, l’atmosfera è pesante. A Naharya,
tutti hanno paura. A Haifa, molti non escono di casa, e alcuni passano molte
ore nei rifugi. I missili sono spesso poco precisi e l’area attorno a Haifa è
densamente popolata e a fare le spese di questa situazione sono anche i
numerosi villaggi arabi e drusi intorno a quest’ultima.