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Il contratto. Dopo un appalto per la ricostruzione dei pozzi di petrolio iracheni assegnatole
(senza concorrenti) già nel dicembre 2001, cioè 15 mesi prima dell’invasione,
la Halliburton si era successivamente assicurata il monopolio della logistica
in Iraq con un contratto che, nel giro di quasi cinque anni, ha portato alla compagnia
ordini per un valore di 17 miliardi di dollari (13,6 miliardi di euro). Grazie
a una sua controllata, la Kellogg Brown and Root (Kbr), la compagnia del Texas
assiste l’esercito statunitense in tutto. L’acqua che i soldati bevono, il cibo
che mangiano, la posta che spediscono, la biancheria lavata, la benzina dei veicoli:
tutto è fornito o gestito dalla Kbr.
Nuovo corso. Comunque sia, al Pentagono hanno deciso di cambiare, riconoscendo che la dipendenza
nel settore della logistica da una sola compagnia non è l’ideale. Secondo il piano
dei vertici militari, il compito sarà diviso tra tre società che verranno scelte
questo autunno, mentre una quarta compagnia dovrà controllare il lavoro delle
altre tre. Al concorso potrà partecipare anche la Halliburton. Il deputato democratico
Henry Waxman, un critico indefesso della compagnia, ha accolto positivamente la
decisione dell’esercito: “Solo in una situazione di competizione tra le compagnie
i prezzi possono scendere. La concorrenza fa spendere meno ai contribuenti”, ha
detto.
Ricostruzione mancata. Ma la mossa del Pentagono, concordano gli analisti, è anche il segnale che gli
Stati Uniti – dopo aver delegato ai privati con contratti miliardari – si stanno
defilando dalla ricostruzione di un Iraq sempre più nel caos. Oltre due terzi
dei 18 miliardi di dollari destinati dal Congresso nel 2003 sono stati spesi,
più del 90 percento fa parte di contratti già assegnati. I fondi restanti dovranno
essere impegnati entro settembre. Dopodiché, verrà bloccato qualunque nuovo ordine.
“La ricostruzione dell’Iraq sta attraversando una fase di magra”, ha detto al
Washington Post Dave Foster, un portavoce dell’esercito. “Quindi non c’è bisogno di nuovi contratti
che sostituiscano gli esistenti”. Dopodiché, l’onere della ricostruzione passerà
alle autorità irachene, che dovranno gestire i progetti già finanziati dagli Usa
e trovare loro stesse nuove compagnie che completino il lavoro lasciato a metà
dagli statunitensi. Come i 142 nuovi centri sanitari promessi nel 2003. Ne sono
stati costruiti 20. Poi sono finiti i soldi.
Alessandro Ursic