Quella che vi raccontiamo è la storia di Alì, un ragazzo
libanese che ha scelto di vivere i suoi 25 anni nelle file di
Hizbollah. Ha
perso la vita oggi nei bombardamenti dell’esercito israeliano e
riceviamo il
ricordo di una persona che gli è stata molto vicina, anche se forse non
sapeva
tutto di lui. Qui non si tratta, in ogni caso, di giudicare le sue idee
o il
suo operato (che critichiamo ogni giorno, anche nel titolo della nostra
testata), ma di porre all’attenzione il dramma della famiglia che,
all’oscuro delle scelte di Alì, testimonia l’assurdità della guerra:
scegliendo
di risolvere i problemi con le armi, si ottiene sempre e comunque, da
qualunque
lato della barricata, dolore e morte. Il dolore della madre e delle
sorelle di
Ali che, al cospetto della politica internazionale, hanno solo da
presentare il
loro pianto disperato. Come quello di tutte le madri, di qualunque
paese, che
hanno un figlio con un fucile in mano.

Srifa è un paesino
al Sud del Libano. Le linee telefoniche non ci sono. Ancora non sono arrivate.
Per chiamare devi andar alla "centrale" e sopportare lunghe attese.
Non ci sono bar e rari sono i negozi. C'è una sola scuola. I bambini giocano e
ci vanno anche quando c'è la neve e non ci sono i riscaldamenti. Srifa oggi è
sotto attacco israeliano.
Ali ha 25 anni. E' di Srifa. Da anni, da quando ne aveva 16,
combatte contro gli israeliani, che fino al 2000 occupavano il Sud del
Libano.
Da anni Ali esce di casa di nascosto, di notte, aspettando prima che la
mamma
si addormenti. Indossa la mimetica, il suo giubbotto con i proiettili,
prende
il fucile e via di corsa verso le linee
di confine. C'è qualcuno che ogni notte gli
bussa alla porta e gli ricorda che deve partire. C'è qualcuno della sua
famiglia che non sa tutto questo : sua madre e le sue due
sorelle. Sua madre non sa che ha un figlio arruolato nelle
file di Hizbollah,
(il partito di Dio). Sua madre non sa che suo figlio ogni notte, dalle
3 alle
6, non è nel suo letto ma è a rotolarsi in un campo, tra le erbe
selvatiche,
facendo attenzione alle mine per controllare il nemico. Ali alle 7
torna a casa
e va all'Università a Saida. Studia
filosofia e fa anche il fotoreporter per alcuni giornali libanesi. In
camera
sua ha il Corano, una pietra che proviene dall'Iran sulla quale prega
ogni
giorno appoggiandoci la fronte (come fanno tutti gli sciiti) e un
tappeto. Non ha mai ucciso nessuno. A morire è stato
suo fratello Ibrahim, poco prima della liberazione del Sud. Lo
porta con sè sempre, il ricordo del
martirio del fratello non gli passa dalla mente.
Ieri, dopo l'attacco israeliano al Sud del Libano, conseguenza della
cattura dei due soldati israeliani, Ali è partito. Ha preso tutto, tutto quello
che a suo giudizio poteva servire per difendere il suo paese. Ha lasciato le sorelle
e la
madre durante la notte. Loro non avrebbero mai saputo, avrà pensato tra sè. Ali
non è più tornato a casa. La madre lo ha aspettato mentre si era rifugiata con
le sue figlie. Poi il ritardo, una notte passata fuori e il presentimento di
qualcosa che non si vuole accettare. Poi una telefonata e tutto quello che si
ha nella mente, che fino a qualche tempo fa era un pensiero, prende forma
reale. Ali non tornerà a casa mai più, non è stato catturato, Ali è caduto
sotto le bombe di quell'esercito che lui voleva combattere. I 25 anni di Ali,
le sue convinzioni, la sua voglia di fare e il suo sorriso, quelli che
conoscevamo, portati via per sempre.
Z.U.