13/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di Ali, che insegna quanto è inutile la guerra
Quella che vi raccontiamo è la storia di Alì, un ragazzo libanese che ha scelto di vivere i suoi 25 anni nelle file di Hizbollah. Ha perso la vita oggi nei bombardamenti dell’esercito israeliano e riceviamo il ricordo di una persona che gli è stata molto vicina, anche se forse non sapeva tutto di lui. Qui non si tratta, in ogni caso, di giudicare le sue idee o il suo operato (che critichiamo ogni giorno, anche nel titolo della nostra testata), ma di porre all’attenzione il dramma della famiglia che, all’oscuro delle scelte di Alì, testimonia l’assurdità della guerra: scegliendo di risolvere i problemi con le armi, si ottiene sempre e comunque, da qualunque lato della barricata, dolore e morte. Il dolore della madre e delle sorelle di Ali che, al cospetto della politica internazionale, hanno solo da presentare il loro pianto disperato. Come quello di tutte le madri, di qualunque paese, che hanno un figlio con un fucile in mano.
 
un pezzo d'artiglieria spera nella valle della beka'aSrifa è un  paesino al Sud del Libano. Le linee telefoniche non ci sono. Ancora non sono arrivate. Per chiamare devi andar alla "centrale" e sopportare lunghe attese. Non ci sono bar e rari sono i negozi. C'è una sola scuola. I bambini giocano e ci vanno anche quando c'è la neve e non ci sono i riscaldamenti. Srifa oggi è sotto attacco israeliano.   
 
Ali ha 25 anni. E' di Srifa. Da anni, da quando ne aveva 16, combatte contro gli israeliani, che fino al 2000 occupavano il Sud del Libano. Da anni Ali esce di casa di nascosto, di notte, aspettando prima che la mamma si addormenti. Indossa la mimetica, il suo giubbotto con i proiettili, prende il fucile e via di corsa verso le  linee di confine.  C'è qualcuno che ogni  notte gli  bussa alla porta e gli ricorda che deve partire. C'è qualcuno della sua famiglia che non sa tutto questo : sua madre e le sue due sorelle.  Sua madre non sa che ha un  figlio arruolato nelle file di Hizbollah, (il partito di Dio). Sua madre non sa che suo figlio ogni notte, dalle 3 alle 6, non è nel suo letto ma è a rotolarsi in un campo, tra le erbe selvatiche, facendo attenzione alle mine per controllare il nemico. Ali alle 7 torna a casa e va all'Università a Saida.  Studia filosofia e fa anche il fotoreporter per alcuni giornali libanesi. In camera sua ha il Corano, una pietra che proviene dall'Iran sulla quale prega ogni giorno appoggiandoci la fronte (come fanno tutti gli sciiti) e un tappeto.  Non ha mai ucciso nessuno. A morire è stato suo fratello Ibrahim, poco prima della liberazione del Sud.  Lo porta con sè sempre, il ricordo del martirio del fratello non gli passa dalla mente.
 
Ieri, dopo l'attacco israeliano al Sud del Libano, conseguenza della cattura dei due soldati israeliani, Ali è partito. Ha preso tutto, tutto quello che a suo giudizio poteva servire per difendere il suo paese. Ha lasciato le sorelle e la madre durante la notte. Loro non avrebbero mai saputo, avrà pensato tra sè. Ali non è più tornato a casa. La madre lo ha aspettato mentre si era rifugiata con le sue figlie. Poi il ritardo, una notte passata fuori e il presentimento di qualcosa che non si vuole accettare. Poi una telefonata e tutto quello che si ha nella mente, che fino a qualche tempo fa era un pensiero, prende forma reale. Ali non tornerà a casa mai più, non è stato catturato, Ali è caduto sotto le bombe di quell'esercito che lui voleva combattere. I 25 anni di Ali, le sue convinzioni, la sua voglia di fare e il suo sorriso, quelli che conoscevamo, portati via per sempre.
 
Z.U. 
Categoria: Guerra
Luogo: Libano