Dopo le rivolte popolari, le trattative fra governo e maoisti. Ma il futuro resta incerto
Dal nostro inviato
Francesca Lancini

Krishna Pahadi,
rappresentante di Amnesty International in Nepal, esalta con un sorriso le
recenti rivolte popolari: “Il ‘People Movement’ è riuscito a riunire forze politiche
molto diverse (la coalizione dei sette e i maoisti, ndr.) in un movimento che
ha dimostrato che la pace è più forte delle armi. Medici, avvocati, ingegneri,
attivisti per i diritti umani, associazioni di donne, studenti e persone comuni
hanno occupato le piazze non solo nelle aree urbane, come in occasione delle
prime manifestazioni democratiche degli anni Novanta, ma anche nei distretti
remoti”. Un dato sembra certo, chiedendo alle persone delle manifestazioni cosa
desiderano per il futuro del loro Paese: vogliono una repubblica democratica,
che ponga fine al regime monarchico e allontani lo spettro della repubblica
comunista sognata dai maoisti. “La gente – prosegue Pahadi - è stanca della guerra
iniziata nel 1996. E’ stremata dagli abusi commessi da entrambe le parti in
conflitto”. Da una parte i ribelli, che controllano due terzi del Nepal, hanno
seminato il terrore nelle zone rurali e montagnose, con uccisioni di civili,
estorsioni, indottrinamento e reclutamento di minori. Dall’altra l’esercito si
è reso colpevole di esecuzioni sommarie, sparizioni, arresti e detenzioni senza
processo.

Un Paese feudale. Non è chiaro se si
potrà porre fine a tutto questo. “L’accordo fra Koirala e Prachanda è
promettente, ma ci sono ancora molte sfide da tradurre in azione”, dice con
prudenza Gauri Pradhan, attivista del Nepali Congress, il partito più antico
del Paese oggi al governo, e presidente di Cwin, una Ong locale che combatte
contro lo sfruttamento dei bambini. Le Nazioni Unite dovranno gestire il
disarmo dei guerriglieri. Un alto Commissariato dovrà garantire lo svolgimento
di elezioni libere e corrette, con una ridefinizione scientifica delle aree
elettorali (mai fatta finora). E il parlamento dovrà trovare formule pratiche
per combattere le discriminazioni delle minoranze e fra le caste. “Uno dei
principali problemi di questo Paese – insiste Pradhan – è il feudalesimo.
Abbiamo tollerato il re per molti anni. Gli abbiamo dato potere, soldi e lo
abbiamo innalzato a divinità (Gyanendra è ritenuto l’incarnazione del dio
Vishnu, ndr.), ma lui non ha fatto niente per il nostro Paese”.
L'incubo khmer rossi. I maoisti ormai sono
ovunque, anche nella valle di Kathmandu, e nelle campagne hanno creato una
sorta di secondo Stato. Come potranno rinunciare a tutto questo potere, e
soprattutto al loro principale obiettivo di instaurare un regime comunista? Alcuni
temono addirittura l’instaurazione di una dittatura, simile a quella che i
khmer rossi imposero in Cambogia negli anni Settanta. “E’ vero – conferma Krishna
Pahadi preoccupato - i maoisti vogliono una repubblica popolare come avvenne in
Cambogia, ma non possono non tener conto del movimento popolare, che invece
chiede democrazia. La gente è contro le atrocità”.

Poca adesione ai maoisti. I manifesti con il
volto di Prachanda, davanti alla bandiera rossa con falce e martello, coprono
le mura di Kathmandu e dintorni, ma ci si interroga su quale sia il reale
consenso di cui godono i maoisti fra la popolazione. Diversi nepalesi ne
condividono magari l’ideologia che difende i poveri ed è contro le
discriminazioni, ma non i metodi violenti e mafiosi. E non bisogna rimaner
sorpresi dalla folla di 200mila persone che il 2 giugno ha partecipato alla
prima riunione pubblica dei maoisti a Kathmandu: secondo alcuni, molti sono
stati costretti con la forza a lasciare i loro villaggi per partecipare al
meeting. Proprio nei giorni scorsi, inoltre, gli Stati Uniti hanno lanciato
contro i guerriglieri nepalesi una grave accusa per voce del loro ambasciatore
a Kathmandu: “I ribelli nepalesi continuano a uccidere persone innocenti”. A
giugno un ragazzo di 19 anni è stato rapito e assassinato dai maoisti, mentre
a
maggio, secondo l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, i guerriglieri
hanno sequestrato diverse persone, uccidendone nove.
Traguardi positivi. La violenza
continua, ma non si possono ignorare i passi grandi e veloci fatti da aprile a
oggi verso un Paese più libero e democratico. A fine maggio l’ultimo regno
ufficialmente indù del mondo è stato dichiarato Stato laico, per sottolineare
l’impegno del governo nel garantire la libertà religiosa. Un risultato
importantissimo in Nepal, che si presenta come un crogiolo di etnie, delle
quali l’80 per cento pratica l’induismo e il resto diverse forme di buddismo,
l’islam e il cristianesimo. Centinaia di presunti maoisti sono stati liberati,
dopo essere stati detenuti solo in base a sospetti e senza la possibilità di
essere processati prima di un anno dall’arresto, come previsto dalla legge
anti-terrorismo. Si spera che anche questa normativa discutibile venga rivista,
dato che finora ha permesso l’imprigionamento di molte persone innocenti.