18/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le rivolte popolari, le trattative fra governo e maoisti. Ma il futuro resta incerto
Dal nostro inviato
Francesca Lancini 
segue dalla prima parte
 
Manifesto con volto di Prachanda, di Lorenzo Dell'Uva
Krishna Pahadi, rappresentante di Amnesty International in Nepal, esalta con un sorriso le recenti rivolte popolari: “Il ‘People Movement’ è riuscito a riunire forze politiche molto diverse (la coalizione dei sette e i maoisti, ndr.) in un movimento che ha dimostrato che la pace è più forte delle armi. Medici, avvocati, ingegneri, attivisti per i diritti umani, associazioni di donne, studenti e persone comuni hanno occupato le piazze non solo nelle aree urbane, come in occasione delle prime manifestazioni democratiche degli anni Novanta, ma anche nei distretti remoti”. Un dato sembra certo, chiedendo alle persone delle manifestazioni cosa desiderano per il futuro del loro Paese: vogliono una repubblica democratica, che ponga fine al regime monarchico e allontani lo spettro della repubblica comunista sognata dai maoisti. “La gente – prosegue Pahadi - è stanca della guerra iniziata nel 1996. E’ stremata dagli abusi commessi da entrambe le parti in conflitto”. Da una parte i ribelli, che controllano due terzi del Nepal, hanno seminato il terrore nelle zone rurali e montagnose, con uccisioni di civili, estorsioni, indottrinamento e reclutamento di minori. Dall’altra l’esercito si è reso colpevole di esecuzioni sommarie, sparizioni, arresti e detenzioni senza processo.
  Bambino a Kathmandu, di Lorenzo Dell'Uva
Un Paese feudale. Non è chiaro se si potrà porre fine a tutto questo. “L’accordo fra Koirala e Prachanda è promettente, ma ci sono ancora molte sfide da tradurre in azione”, dice con prudenza Gauri Pradhan, attivista del Nepali Congress, il partito più antico del Paese oggi al governo, e presidente di Cwin, una Ong locale che combatte contro lo sfruttamento dei bambini. Le Nazioni Unite dovranno gestire il disarmo dei guerriglieri. Un alto Commissariato dovrà garantire lo svolgimento di elezioni libere e corrette, con una ridefinizione scientifica delle aree elettorali (mai fatta finora). E il parlamento dovrà trovare formule pratiche per combattere le discriminazioni delle minoranze e fra le caste. “Uno dei principali problemi di questo Paese – insiste Pradhan – è il feudalesimo. Abbiamo tollerato il re per molti anni. Gli abbiamo dato potere, soldi e lo abbiamo innalzato a divinità (Gyanendra è ritenuto l’incarnazione del dio Vishnu, ndr.), ma lui non ha fatto niente per il nostro Paese”.
 
L'incubo khmer rossi. I maoisti ormai sono ovunque, anche nella valle di Kathmandu, e nelle campagne hanno creato una sorta di secondo Stato. Come potranno rinunciare a tutto questo potere, e soprattutto al loro principale obiettivo di instaurare un regime comunista? Alcuni temono addirittura l’instaurazione di una dittatura, simile a quella che i khmer rossi imposero in Cambogia negli anni Settanta. “E’ vero – conferma Krishna Pahadi preoccupato - i maoisti vogliono una repubblica popolare come avvenne in Cambogia, ma non possono non tener conto del movimento popolare, che invece chiede democrazia. La gente è contro le atrocità”.
  Tempio indù a Kathmandu, di Lorenzo Dell'Uva
Poca adesione ai maoisti. I manifesti con il volto di Prachanda, davanti alla bandiera rossa con falce e martello, coprono le mura di Kathmandu e dintorni, ma ci si interroga su quale sia il reale consenso di cui godono i maoisti fra la popolazione. Diversi nepalesi ne condividono magari l’ideologia che difende i poveri ed è contro le discriminazioni, ma non i metodi violenti e mafiosi. E non bisogna rimaner sorpresi dalla folla di 200mila persone che il 2 giugno ha partecipato alla prima riunione pubblica dei maoisti a Kathmandu: secondo alcuni, molti sono stati costretti con la forza a lasciare i loro villaggi per partecipare al meeting. Proprio nei giorni scorsi, inoltre, gli Stati Uniti hanno lanciato contro i guerriglieri nepalesi una grave accusa per voce del loro ambasciatore a Kathmandu: “I ribelli nepalesi continuano a uccidere persone innocenti”. A giugno un ragazzo di 19 anni è stato rapito e assassinato dai maoisti, mentre a maggio, secondo l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, i guerriglieri hanno sequestrato diverse persone, uccidendone nove.
 
Traguardi positivi. La violenza continua, ma non si possono ignorare i passi grandi e veloci fatti da aprile a oggi verso un Paese più libero e democratico. A fine maggio l’ultimo regno ufficialmente indù del mondo è stato dichiarato Stato laico, per sottolineare l’impegno del governo nel garantire la libertà religiosa. Un risultato importantissimo in Nepal, che si presenta come un crogiolo di etnie, delle quali l’80 per cento pratica l’induismo e il resto diverse forme di buddismo, l’islam e il cristianesimo. Centinaia di presunti maoisti sono stati liberati, dopo essere stati detenuti solo in base a sospetti e senza la possibilità di essere processati prima di un anno dall’arresto, come previsto dalla legge anti-terrorismo. Si spera che anche questa normativa discutibile venga rivista, dato che finora ha permesso l’imprigionamento di molte persone innocenti.
 

Francesca Lancini

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